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Marrakech

Eccomi di ritorno da Marrakesch. Vivo per fortuna. Una cittá sull’orlo di un’epidemia di tifo o di colera. Strana, misteriosa e magica. Come in una nuova Venezia minacciata dal morbo, tutto trasudava abbandono e morte. Le mosche, a miriadi, assalivano i brandelli di carne degli animali squartati, spietatamente offerti dai venditori nel souk. Affollatissimo, variopinto, maleodorante ed insidiosissimo. Le vetuste tracce della dinastia Badi, che il tempo e i nemici non seppero cancellare, giacevano, ora, sotto un sole crudele, in uno stato di evidente trascuratezza. In un fetore pungente di urina fermentata dal caldo della notte, l’antichissima piazza Jemaa-el-Fna, giá dalle prime ore del giorno, dispensava il suo millenario spettacolo fatto da saltimbanchi, incantatori di serpenti, lettrici della mano, fattucchieri e maghi.

Caro amico, ti ho voluto partecipare le mie impressioni sul viaggio. Forse saranno molto discutibili. Peró sono vere.

Un abbraccio. 

Un Uomo Libero

Marrakech

Il comandante dell’aereo ci comunicó, qualche minuto prima che atterrassimo, la temperatura di Marrakesch. Quantacinque gradi all’ombra ed erano quasi le ventidue della notte. Una tempesta di sabbia del deserto si era abbattuta sulla cittá, attimi prima del nostro arrivo, lasciando sabbia dappertutto ed una fitta ed impenetrabile coltre di nubi nel cielo. Per fortuna che io avevo prenotato un albergo a cinque stelle. Magari non erano cinque, le stelle, ed alla fine potevano essere quattro o tre, peró, onestamente, mi trovai molto bene. L’albergo era stranamente pulitissimo. La cucina notevole (ebbi modo di apprezzarla nei giorni che seguirono). Il personale educato ed affabile. Lo frequentava soprattutto una clientela francese. Non mancavano gli italiani. Scoprii che si appoggiava ad esso il tour operator italiano Francorosso. Gli spagnoli erano non piú di cinque. Partii da solo alla scoperta della cittá. Misteriosa, magica, maleodorante nel souk, nelle strade, nei giardini. Decadente e magnifica. Nei sontuosi palazzi era palpabile un’antica cultura, un’opulenza fatta di tante, troppe, piccole povertá. Le case della medina, apparentemente anonime, nascondevano gioielli impensabili, autentici ambienti da mille e una notte. La piazza Jemaa al Fna, millenaria testimone di varie dinastie che si erano sovrapposte nel tempo e nella storia, mi accolse giá di primo mattino con un acre e nauseabondo fetore di urina fermentata dal caldo della notte. Con i suoi incantatori di serpenti, le donne velate che leggevano la mano, i maghi, i saltimbanchi, le decoratrici con siringhe cariche di Henné. I colorati carretti con arance, spremute per qualche dirham, dissetavano  le arsure estive, Mi immersi in un bailamme fatto di biciclette e motorini che sfrecciavano senza regole da tutte le direzioni, di carrette improvvisate trainate da piccoli asini, cariche di fichidindia, nascosti sotto coltri pesanti all’insidia dei raggi del sole. L’antico minareto della Koutoubia vegliava da secoli, paziente e rassegnato, sullo spettacolo commovente e triste di un oriente sfruttato e povero. Mi confusi fra la folla del souk e piú di una volta rifiutai l’amabile e pericolosa cortesia di un accompagnatore. Sciami di mosche aggredivano le carni, offerte senza pietá dai venditori con grida e cantilene. Torme di ragazzini e di vecchi imploravano la generositá di un’elemosina per una vita avara ed accettata. Benedetta nel nome di quel Dio che ci ha creato uguali nella legge e diversi, tanto diversi, poi nei godimenti. Mi nauseai. Non potevo accettare tutto questo. Eppure io l’Occidente lo incarnavo. Era mezzogiorno. Non resistetti comunque all’invito di una comoda poltroncina del café France in piazza Jemaa al Fna ed alla curiositá tutta orientale di aspettare che il mondo passi sotto i tuoi occhi indagatori ed increduli. Guardai un cartello appeso ad un pilastro dell’improvvisata veranda dallo stile vagamente coloniale. Leggevo in francese la lista delle bevande e dei piatti che approntava quel “rinomato” ristorante. Il cameriere mi aveva notato da un pezzo e mi studiava. Si avvicinó, interrogandomi con il suo silenzio. Abbassai ancora lo sguardo per  leggere tutto il cartello, fino all’ultima riga, prendendo tempo.

” Una Fanta!”

Esclamai trionfante e deciso. Avevo finalmente trovato l’Occidente che mi mancava nel suo simbolo piú effimero, in una bottiglia di acqua colorata che mi faceva sentire, in quel momento, in quel mondo di derelitti, diverso e ricco, stupidamente cieco. La nenia suonata dal piffero dell’incantatore di serpenti mi giungeva insistente, stridula. La piazza anche sotto il sole rovente  era straordinariamente trafficata. Forse mi appisolai. Mi risveglió il cameriere che mi aveva servito l’aranciata. La sua mano sfioró con la delicatezza di una carezza la mia, arresa alla calura e alla stanchezza accumulata durante il lungo viaggio. Incantato come i serpenti della piazza.

“Monsieur…”

Ebbi un sussulto. Non vedevo con nitidezza. Temetti un colpo di calore. La mia testa era vuota.

“Pas de problème!”

Continuó rassicurante l’uomo che intuí il mio disagio.

“Voici vos lunettes”.

Mi porse gli occhiali, scivolati sulla camicia mentre mi ero appisolato, che lui aveva con cura amorevolmente raccolto. Lo guardai stupefatto. Rimisi i miei occhiali evolevo regalargli una mancia.

“No!”

Mi rispose con un gesto leggero e fiero della mano.

“C’est mon travail.” 

Abbozzó un sorriso. Ritornai al mio lussuoso albergo sconfitto ed umiliato per quel gesto semplice che riassumeva la vera ed antica vocazione dell’Uomo. L’Occidente, il mio occidente, tecnologico e lontano, cacciatore frenetico del tempo e del profitto, aveva ormai dimenticato quello che l’Oriente manteneva intatto: il senso e la spontaneitá dell’amicizia, la sacralitá dell’ospite e del passeggero, l’intensa gratuitá del dono.

 

Un Uomo Libero

Un oriente povero e malinconico sul quale vegliavano da secoli l’ascetico ed austero minareto, ultimo resto dell’antica moschea Koutoubia; la severa cordigliera dell’alto Atlas, dalle vette innevate e lontane; lo spirito di Al-Mansour e  la sua nostalgia struggente e rassegnata di un’Andalusia irrimediabilmente e definitivamente perduta.

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Il Tè di Fatima

Il senso profondo dell’ospitalitá tutto orientale; la grande “devozione” per il passeggero e lo straniero; la gratitudine infinita che suggeriva sempre un gesto liberale. Il té non si produceva in questi paesi. Lo importavano gli inglesi e veniva scambiato nei porti commerciali come merce rarissima e preziosa, una spezia appunto. O arrivava in quei posti portato dalle carovane e, quindi, venduto a prezzi incredibili. Per questo veniva offerto all’ospite, per sottolineare l’importanza e la gioia che la sua visita dava. Per dire con un gesto semplice quello che le parole non potevano esprimere. Tutta la letteratura orientale é intrisa di meditazione coranica, della giustizia degli uomini che trova nel premio finale il merito tangibile della giustizia di Dio.

 

 

 

IL TÉ  DI FATIMA

Un Uomo Libero

 

Il pomeriggio era luminoso e caldo. Girovagavo apparentemente senza una vera meta, perduto nel bailamme del souk, stordito dagli odori forti delle spezie ammucchiate sopra grandi assi di legno. Colori intensi per un cielo pallido. Mi urtó un venditore di fichidindia mentre il suo asinello correva per l’angusto corridoio nel quale eravamo costretti. Un codazzo di bambini implorava qualche spicciolo a pioggia. Era inutile consultare una cartina. Raramente conteneva il nome delle strade. Cercavo,“in effetti”, l’antica sinagoga nel cuore del quartiere ebraico. Doveva essere da quelle parti. Il tassista, in uno stentato francese, mi aveva indicato pressappoco il posto. Mi informai con un venditore di scarpe, il cui viso mi parve incoraggiante ed affidabile.

– Non é lontano da qui. – Rispose in un francese affabile e corretto. Poi si rivolse ad un ragazzo che, dentro il negozio, lavorava ad una vecchia macchina per cucire, fabbricando appunto calzature. Il ragazzo si fermó. Ascoltó in arabo i suoi comandi. Venne verso di me con un sorriso stupito e inorgoglito.

-Ibrahim lo accompagnerá. É bravo e onesto, di lui si puó fidare.- Mi disse indicandomi la guida.

Non potevo rifiutare. Non avrei piú potuto. Ibrahim mi precedeva, districandosi a meraviglia in quella confusione che era stata da sempre tutta la sua vita. A tratti si volgeva indietro per assicurarsi che non mi fossi perso. Mi ringraziava con un sorriso se gli facevo un gesto con la mano. Entrammo per una piccola porta in una stradina lunga e  stretta, dall’acciottolato quasi scomparso, brulicante di bambini che giocavano a terra e di uomini sdraiati all’ombra dei muri delle case.

-Da qui inizia il quartiere ebraico. – Disse.

La sua voce era dolce, modulata. Gli occhi vispi e intelligenti.

Ci perdemmo in un dedalo di viuzze affollatissime come la prima.

-Dietro quell’angolo c’é  la sinagoga. – Mi avvisó fiero e impettito, mentre sbirciava, malizioso, gli sguardi invidiosi degli uomini che ci accompagnavano nel nostro cammino.

Infilammo una porta che dava in un vasto cortile. Ibrahim parló con un vecchio dalla barba bianca e lunga. Il vecchio si alzó, pescó da una tasca nascosta del suo caffettano una piccola chiave ed aprí per noi le porte della sinagoga piú antica della cittá. I muri, grossolanamente imbiancati a calce, erano a fasce dipinti di azzurro. Un candelabro a sette braccia, placcato d’oro, la menorah, emergeva, in un tavolo appoggiato al fondo di una parete, severo e ieratico, su un tappeto di lumini che ardevano nel caldo di quel tardo pomeriggio. Davanti al tabernacolo una lampada d’olio brillava, calata dal tetto. Una piccola cattedra sopra un leggero rialzo serviva di altare all’officiante per appoggiarvi la Torah. Il vecchio spiegó che era una sinagoga sefardita proprio per la presenza di quel particolare. Uscimmo. Il custode mi tese la mano per chiedere un obolo. Diedi qualche dirham ma lui non si mosse ed attese. il ragazzo capí e mi fece notare che era troppo poco come elemosina. Perché l’uomo si sarebbe aspettato di piú. Vuotai nelle sue mani tremanti e rinsecchite il mio borsellino e finalmente sorrise.

– É un quartiere molto, molto povero. – M’informó Ibrahim quando ritornammo sulla strada. – Quell’elemosina non serve a lui, serve alle necessitá del tempio. – Aggiunse.

-Dove andiamo?- Domandai diffidente.

Facevamo una strada diversa per ritornare.

-Prima di lasciare il quartiere ebraico non puoi non andare a casa di Fatima.- Rispose Ibrahim.

-Ma Fatima non é un’ebrea. Chi dunque é costei?-

– Si. – Convenne. – Ma qui islamismo ed ebraismo convivono pacificamente. Non é come tu pensi.-

Ci addentrammo ancora di piú nel labirinto di viuzze strette e tortuose fino a raggiungere un grande portone sul quale resistevano tracce di un’antica vernice. Ibrahim bussó con una pesante mano di bronzo. Venne ad aprirci una giovane donna vestita di nero, velata, dagli occhi scuri e timidi, dai gesti sfuggenti, che lo riconobbe. Richiuse il portone alle nostre spalle. La seguimmo per un grande corridoio in penombra fino ad uno splendido patio i cui muri erano fantasticamente decorati da ceramiche variopinte e smaltate. Al centro una fontana di marmo con il mormorio leggero delle sue acque suggeriva una calma dell’anima, un diverso  e per me nuovo scorrere del tempo. Ibrahim si sedette e m’invitó a fare altrettanto. Un antico pergolato ci faceva dono della sua ombra mentre aspettavamo che comparisse Fatima. La donna non tardó a venire. Era anche lei velata ma i suoi occhi tradivano un’etá venerabile. Adornata di gioielli come un’antica regina berbera, ci salutó con un inchino ed una voce dolce che sembrava non vera. Le sue mani erano splendidamente dipinte con henné. Raccontó la leggenda di quella vetusta dimora dove era stato rinchiuso un antico re moro e della sua amante che lo cercó per terre e per mari e alla fine lo trovó lí morente, in catene.  Che lo curó con filtri e pozioni ma fu il suo amore che lo fece guarire.  M’invitó a recitare una preghiera vicino alla fonte,  “cosí il suo spirito potesse ascoltarla e, per l’amore della sua donna, potesse ancora vivere a lungo nel ricordo degli uomini.” Ibrahim, quella preghiera la conosceva a memoria. Mi suggerí lentamente i suoni e le cadenze. Alla fine Fatima batté forte le mani. La ragazza che ci aveva accolti arrivó con una splendida teiera e due bicchieri e li lasció sopra un piccolo tavolo. La donna alzó il bricco nell’aria e ne fece scaturire un getto di té alla menta profumatissimo e caldo. Lo bevvi con l’aviditá dell’antico fanciullo. Poi mi prese con dolcezza la mano e ne scrutó la palma.

-Hai sofferto molto. – Tradusse per me Ibrahim.- Peró Fatima dice che morirai felice perché tu sei un uomo giusto.-

La ringraziai. Non credevo nelle profezie e questa mi sembró solo una maliziosa captatio benevolentiae. Il té era veramente squisito, sicuramente eccezionale.

Mi ricordó mia madre e le sue leggende. La sua triste ma tanto rimpianta avventura africana. La dimora di Barce, con il patio, il pergolato, Birnía e sua figlia Nécia, le due donne indigene che l’aiutavano in casa. L’amore disperato di Yusúf, un ragazzo al quale Nécia fu a lungo negata e che si lasció morire di quell’ amore. L’intenso profumo di menta che si spandeva sulla terrazza della nostra antica villa siciliana quando, agli inizi di ogni villeggiatura, i vicini venivano a visitarci e mia madre li accoglieva servendo loro, appunto, del té. Chiamai in disparte Ibrahim e gli chiesi di ripetermi la preghiera. Il ragazzo obbedí. Ritornai alla fonte e la recitai per Lei che mi mancava, per le sue storie che a lungo erano state custodite dal mio cuore, perché il suo spirito potesse ascoltarla, attraverso l’acqua, e vivere ancora a lungo del mio amore. Lasciai un biglietto da cento dirham che fu accettato con una litanica ed infinita benedizione. Ripartii dalla casa di Fatima pacificato con le mie memorie. Ad Ibrahim che mi permise questa esperienza regalai una lauta mancia.

-Monsieur, -esclamó il ragazzo – Fatima é una famosa veggente, sa riconoscere il cuore dell’uomo, tu sei veramente quello che Lei ha visto.-

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