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La casina Rossa, dove è ambientato il racconto, si trova a metà strada tra la vecchia Scicli – Piano ceci e Ragusa. Una casa signorile, affascinante. Era l’ufficio dove risiedeva l’amministrazione delle miniere  di pietra pece. Fu l’unica “casina”  ad essere coperta con tegole rosse. Di stile  austero tedesco, domina come un’aquila la valle dell’Irminio fino a Donnalucata.

Il racconto vuole essere una riflessione sul tema del “doppio” già affrontato da Freud in medicina e da Schnitzler in letteratura. Dalle tinte volutamente gotiche, ripropone un argomento molto attuale oggi: la crisi d’identità che affligge la sessualità moderna. Si parte dal cognome del protagonista, una storpiatura del nome di un letterato tedesco romantico, autore di opere teatrali e racconti Heinrich von Kleist, noto per l’invenzione del “doppio suicidio” più che per la sua letteratura. Sono anni che mi interrogavo se scrivere un dramma o altro. Alla fine ho optato per la forma del racconto. Da molto tempo pensavo di costruire una vicenda un poco “gotica”, torbida. L’idea mi è nata molti anni fa dopo la lettura di “Doppio sogno” di Schnitzler. Fu per me un colpo di fulmine. E non solo per me, visto che Kubrick fece carte false con la famiglia perché lo autorizzasse a trarre dal racconto il film Wide shut eyes. L’inquietudine dei personaggi, l’ambiguità delle loro vite, non potevano non essere tipiche di un’atmosfera tedesca. E quale precisa occasione quella di poter trasferire questo ambiente in un pezzo della mia Sicilia dove, davvero, una ditta tedesca operò tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento.

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