Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘scuola poetica siciliana’

FEDERICO SECONDO

E

LA SCUOLA POETICA SICILIANA

 

“Federico II e la scuola poetica siciliana” prende le distanze da una certa pedanteria storica. Vuol essere, nelle mie intenzioni, una rilettura della vita di un uomo che seppe come Alessandro Magno “stupire” il mondo.  E come Alessandro  morirà per una causa  forse banale, comunque sicuramente oscura.  Un  omaggio  all’uomo della storia moderna che più ho amato; al siciliano vero, modello e padre; allo scomunicato credente che volle solo affidarsi alla misericordia di Dio.

Un Uomo Libero

 

Non si può capire la scuola poetica siciliana senza conoscere l’antica poesia araba che a lungo fiorì in questa terra di Sicilia, magica e contesa, ombelico del mondo, pietra che si fece prima parola e dopo canto.

Non si può capire la poesia araba siciliana senza conoscere la poesia araba andalusa.

Entrambe queste due scuole poetiche soffrirono lunghi abbandoni e ingiustificati oblii da parte degli studiosi di letteratura i quali preferirono approfondire l’influenza dei trovatori provenzali e della chanson che dal sud francese si diffuse in tutta l’Europa centrale e interessò la penisola italica fino al suo estremo meridionale confine.

La scuola siciliana è dunque considerata da questi “ una risposta italiana alla poesia provenzale con metafore e immagini tipiche della poesia araba”.

Il grande vento della lirica cortese che investì tutta l’Europa forse era, come fa notare il Castro, uno studioso spagnolo in un suo recente lavoro, “una creazione difensiva contro la sensualità musulmana”. Per questo, infatti, il castigliano antico manca dell’effusione di un’intimità tutta araba, preferendo ad essa una poesia epica e collettiva. “El cantar de mio Cid” fu scritto intorno al 1140 e i timidi tentativi di una poesia cortese rimontano alla “cantiga d’amor” gallega la quale presenta grandi affinità con la lirica provenzale, diffusa nel nord della penisola iberica dai primi pellegrini alla tomba dell’apostolo San Giacomo. 

Ma la Sicilia già era stata crogiolo e crocevia d’importanti culture nei secoli e ora, nel tempo di Federico, più che mai conteneva quell’humus necessario per esprimere una grande letteratura, indipendente e nuova per una straordinaria e felice congiuntura di studi, di grandi imprese politiche, di uomini.

Federico Secondo non può essere considerato, quindi, un punto di partenza ma, semmai, il prodotto di un’epoca, di una lunga fermentazione di idee, di modelli, di sentimenti che trovarono, nella multiforme intuizione del suo genio, l’incarnazione pacifica e felice, l’espressione più alta della sicilianità in epoca moderna. L’uso della lingua volgare, secondo gli studi federiciani più autorevoli, lo rende assolutamente nuovo, autonomo nei confronti di una “clerecia” molto legata all’uso del latino, anche se tardo. Un desiderio, il suo, o meglio un’esigenza di affrancarsi da un’autorità, il papato, da sempre avvertita e vissuta come un limite all’intima vocazione di uomo libero. Una grande rete che ne intrappolava l’anima. Un tentativo di unificazione degli stati del mezzogiorno nel segno e nel nome di una lingua comune apulo-sicula, miscuglio appunto dei due principali dialetti parlati nel sud della penisola, affinati e arricchiti con termini mutuati direttamente dalla lingua di Virgilio e Cicerone.

Io credo tuttavia che Federico non fosse nulla di tutto questo. Ovvero fu oltre a tutto questo. Uno spirito incline alla poesia, alla malinconia, alla contemplazione delle cose di Dio.

Come il padre Enrico VI (minnesänger) cantava sì il sentimento nella sua espressione più alta ed aristocratica. Come la madre Costanza subì anche il fascino della poesia cortese di oltr’alpe. Come un vero figlio di Palermo, però, visse e sentì l’amore con l’intensità e la malinconia delle più squisite qasida arabe di cui sicuramente ascoltò i versi e le musicalità quando, bambino di nove anni appena, vagava incontrollato per i meandri di una Palermo esotica, multietnica, tollerante e felice. Il Kantorowicz, suo massimo ed importante biografo, lo descrive povero, gli occhi verdi e straordinariamente vivi, i capelli rossi. Un’anima araba in un corpo europeo. Sulla dalmata che ricoprirà il suo cadavere imbalsamato, prigioniero di un saio cistercense, consegnato dalla morte alla storia, saranno ricamate delle iscrizioni in caratteri cufici per testimoniare al mondo e soprattutto al Dio che invano cercò fra le stelle del cielo nelle sue ore solitarie, l’universalità della sua fede.

Federico ripeteva, in effetti, una precedente esperienza. Forse a sua insaputa.

Già in Siviglia un altro grande spirito, anni prima, aveva radunato nella sua corte poeti e letterati, scienziati e visionari.

Muhammad lbn Abbad (1040-1095) meglio conosciuto sotto il suo nome onorifico Al-Mutamid. Anche lui ebbe un padre poeta Al-Mutatid. Anche lui fu fine cantore dell’amore. Ultimo re moro della taifa di Siviglia, raccolse la pesante e difficile eredità della disintegrazione del califfato di Cordova (929-1031). Si circondò dei migliori ingegni del tempo. Accolse, fuggiasco, lbn Handis, il massimo esponente della poesia araba siciliana che diventò uno dei più grandi poeti della sua scuola. Fedele amico che lo seguì nei giorni dell’esilio, fino a Agmat, uno sperduto villaggio alle porte di Marrakesch, dove la musa di Al- Mutamid definitivamente tacque. Da tanta luce e splendore, Alfonso X, il Savio, riconquistata l’Andalusia, sarà offuscato. Alle importanti novità apportate, per il merito di questo re saggio, alla cultura universale dall’importantissima Scuola dei traduttori di Toledo, che incominciava in quel periodo a tradurre per il mondo occidentale uno sconosciuto Aristotele, Federico risponderà con la sua corte, esempio clone della corte di Siviglia. La lunga frequentazione della cultura araba gli varrà l’amicizia del sultano al-Malik al-Kamil. I suoi dotti, in un rinnovato scambio di cognizioni scientifiche con scienziati federiciani, introdurranno in Europa, attraverso il pisano Fibonacci, lo zero. Entità matematica che rivoluzionerà per sempre, come la ruota, la storia degli uomini.

Federico fu soprattutto un mistico e un esoterico, un innamorato della natura come il Francesco d’Assisi che, secondo una diffusa leggenda, verosimilmente incontrò e conobbe. Amava parlare alle stelle. I suoi castelli racchiudono per sempre i misteri di antiche cabale. Arcane profezie trasformate in calcoli, affidate dal suo genio visionario alla pietra. La caccia al falcone lo conduceva spesso per i vari castelli presso i quali i banchetti e le feste erano memorabili perché allietati da musiche orientali e danze.

La scuola siciliana trovò nella corte e nell’amministrazione dello stato le voci più rappresentative, autorevoli e colte della poesia del tempo. A Jacopo da Lentini si riconosce la paternità del sonetto. Composizione letteraria che attraverserà tutte le letterature future per divenire un modo universale d’espressione poetica. Tanti poeti. Federico, i figli Enzo e Manfredi, Pier delle Vigne, un toscano prestato alla sua politica, Stefano protonotaro da Messina, Jacopo Mostacci, Guido delle Colonne. Ma anche voci più popolari e giullaresche come quella importantissima di Cielo D’Alcamo che riproduce nel suo “Contrasto” l’antico “botta e risposta” tra un signore e una pastorella che aveva già caratterizzato la poesia della corte andalusa di Al-Mutamid.

Mi è d’obbligo, a questo punto, fare menzione della felicissima, arguta e suggestiva ipotesi di Bartolo Cataudella, nostro insigne autore di storia patria, nonché fine poeta e grande letterato.

Il Cataudella, al riguardo, nel suo libro di memorie “Scicli”, cita uno studio del Prof. Ugolini (Vedi: “Giornale storico della Letteratura Italiana”, annata LVIII, vol. CXV, pag. 182) nel quale si formulava l’ipotesi che il “Contrasto” fosse stato composto nel dialetto di Scicli. L’ipotesi trae vita dalla lingua strana e particolare usata da Cielo che, a quanto sostenuto dall’Ugolini, contiene forme non propriamente tipiche della lingua siciliana bensì di un dialetto parlato nell’area dialettale corrispondente a quel territorio degli Iblei. Soprattutto per l’importante riferimento al culto di san Matteo, presente nel “Contrasto”(1231-1250). “Sègnomi in Padre e in Filio et in Santo Matteo/So che non se’ tu rètico, né figlio di giudeo”. Culto unico in tutta la Sicilia, a San Matteo è, difatti, dedicato il venerabile Duomo della città, citato tra le chiese di Sciclum in un diploma di Urbano II nel 1091.

Anche il Santangelo, riporta ancora Bartolo Cataudella, scriveva nel Bollettino Storico Catanese1944-45 alla pagina 148 che “la prospettata ipotesi potrebbe avere fondamento se fosse provato che nel dialetto sciclitano esistesse il frangimento della  (e) e  della (o)”. Frangimento che, sostiene sempre il Cataudella, è proprio tipico della nostra parlata.

A parte queste suggestioni letterarie, la scuola poetica siciliana rappresentò con Francesco d’Assisi la grande novità culturale del tempo. Dante stesso nel suo “De Vulgari eloquentia” ne parla con accenti commossi ed ammirati. Non espresse la nuova lingua italiana perché, a causa di una perdita dei manoscritti originari, i componimenti sopravvissuti furono selvaggiamente  toscanizzati.

Trasmise, comunque, intatta la fierezza della terra che la partorì e il fascino ineguagliato dell’uomo che fu il vero carismatico ispiratore, colui che seppe stupire il mondo. Fierezza che esploderà, quasi mezzo secolo dopo, al grido di “mora, mora” fra le vie di Palermo nella luce crepuscolare e sanguigna del “Vespro”.

Il pesante sarcofago di porfido, che racchiude le spoglie dell’imperatore nella Cattedrale di Palermo, è l’unica, vera, importante reliquia. Testimone di un amore incorrotto per la sua isola, reso eterno dal mito per durare nella memoria della storia, Federico parla ancora e sempre di Sicilia al confuso e disorientato cuore dei siciliani del nostro tempo. 

 

 

Annunci

Read Full Post »