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Posts Tagged ‘Scicli’

Quest’antichissima manifestazione non deve morire. Se dovesse morire, anche la nostra storia morirebbe con essa. Non è solo una tradizione. E’ un coagulo di memorie. La reazione gioiosa a una vita mortificata e oppressa dai rigori di un rigido inverno sapientemente espressa dall’allegria delle vampe di fuoco. Con scoppiettii, con esuberanze, tra il fumo delle torce di saracchi accese per fare luce al nostro impervio e incerto cammino, la città si riappropria di un’identità che la frenesia di una vita distratta e moderna vorrebbe negarle. La città barocca s’identifica con l’opulenza delle gualdrappe intessute di violacciocche. Risuona dei campanacci che ornano le bardature e questi diventano addirittura la sua voce. Annunziano con una festosa gamma di suoni, per il mistero della loro musica antica, l’arrivo sperato della primavera.

Non c’è cavalcata senza fuochi. Come non ci saranno mai cavalli bardati senza uomini vestiti con costumi d’epoca. Come non ci può essere tradizione senza le torce di ampelodesmo che tracciano magici piani inclinati nella calda penombra che arde sul viso dei cavalieri, sugli occhi di chi quella gioia l’ha vissuta a lungo per tante insperate stagioni della vita.

La comunità si raccoglie intorno a quel fuoco buono e liberatore per celebrare un’agape che non conosce distinzioni sociali, inviti, esclusioni. Perché ognuno in quelle braci ardenti possa ancora riscoprire un’appartenenza, il suo unico ed esclusivo innesto nella pietà dei Padri, quel misterioso sciclitano “way of life” così spesso oggi smarrito e denigrato.

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Michele veniva barcollando con un passo discreto, trascinato dal ritmo della sua fisarmonica. Ubriaco solo di note e di sole. Per qualche spicciolo regalava un valzer o una mazurka che spesso finiva, dopo capricciose variazioni, nello stesso motivo del valzer. Biascicava parole che, bambino, appena capivo. Malinconico e misterioso, sfidava le insicurezze del giorno con la sua intima vocazione di zingaro. Conosceva tutte le vie e le viuzze di una città antica, non ancora fuggita verso gli instabili e argillosi pianori che la spingevano verso il mare. Una casbah infinita, abbarbicata ai costoni della rocca, vera e propria “alcazaba” . Il sole dell’estate proiettava la sua ombra instabile e allegra sui muri delle case imbiancate a calce mentre un sorriso fioriva, per il miracolo della sua musica, fra le labbra asciugate dalla calura. Amava suonare per i bambini. I bambini lo amavano. Gli offrivano il soldino con il gesto generoso di chi voleva solo bene. Abbandonava la tastiera per accettare il dono con un buffo movimento di marionetta.

Michele faceva parte di un mondo in decomposizione. Che scompariva lentamente senza che ce ne rendessimo conto. Dissolvenze e vite che non avrebbero più trovato la loro giusta dimensione nel futuro segnato dal progresso e dal benessere. Più tardi, molto tardi capimmo quanto importante fosse stata la sua presenza in quel microcosmo che oggi appartiene solo ai ricordi. Travolti da una febbre del fare, ci siamo persi nel labirinto dei nostri mille nuovi bisogni. La vita, però, è una. Va vissuta intensamente, godendo del sole e dell’ombra, della natura e del canto degli uccelli, di una libertà che il profitto non potrà mai dare. Lui, Michele, queste cose le aveva capite. Da un pezzo. Viveva del poco ma quel poco era molto e lo rendeva felice. Viveva di musica, di malinconia che, spesso il sabato, annegava nel vino. Per accogliere una settimana ancora, per esistere e mantenersi vivo.

Morì? Nessuno veramente lo seppe. Lo piansero le ombre dei vicoli che non ballavano più al suono della sua fisarmonica. Lo piansero forse i vicini di una piccola casa che lui abitava in un’antica cava. La primavera ricoprì la sua terra con un tappeto di fiori sui quali ancora oggi danza l’angelo buono del ricordo, per un ultimo valzer.

Un Uomo Libero

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LE STREGHE DI SCICLI

 

 

Cuando los hombres no oyen el grito de la razón,
todo se vuelve visiones.

[texto explicativo de “los caprichos” de Goya]

 

Lavoravo a una tesi sull’Inquisizione spagnola e, cercando testi di riferimento via Internet, un giorno m’imbattei in un lavoro pubblicato dalla professoressa Melita Leonardi: Inquisizione e “superstición” nella Contea di Modica tra il XVI e il XVII secolo. Confesso la verità. Quando lo lessi, rimasi di stucco. Per la sua completezza, per il rigore scientifico, per la ricchezza della bibliografia consultata. Non mi sento quindi in grado di aggiungere altro. Bazzicando però l’Archivio Nazionale di Madrid, un giorno non seppi resistere alla tentazione di chiedere in visione i processi di Scicli, puntualmente citati nel lavoro della Leonardi. Li ebbi tra le mani e richiesi le loro fotocopie. Pensai poi che, non essendo stati decifrati e tradotti nella tesi della professoressa ma solo indicati sommariamente, avrei potuto farlo io per fornire un’ulteriore chiave di lettura della mia città nei secoli XVI e XVII. I processi a carico di cittadini sciclitani erano tre. Due riguardavano donne (Pina La Scifa 1596- Vincenza Lentini 1652 circa) e uno fu istruito a carico di un religioso, frate Arcangelo, databile nell’anno 1635. Di quest’ultimo processo non ho voluto intenzionalmente occuparmi. Anche perché nella storia della contea non fu l’unico religioso a incappare nelle maglie dell’Inquisizione. Anzi. A quei tempi per religiosi e uomini di chiesa era molto più facile cadervi. M’incuriosirono invece gli altri due. Celebrati a distanza di quasi cinquant’anni l’uno dall’altro, esaminandoli, venne fuori uno spaccato sociale molto complesso e dinamico. Vivace come quello attuale. Oserei definirlo alquanto moderno. Fatto di donne coraggiose, considerate streghe. Che già in quegli anni osavano nutrire il dubbio della fede. Che sapevano navigare in un mare di ciarlatani e di buontemponi con la scaltrezza tutta femminile di chi ne sa veramente una più del diavolo. Le autorità civili, mosse sempre dallo stesso interesse, si sono, poi, sostituite e rinnovate nel tempo. Le passioni sotterranee hanno continuato a scavare con solchi carsici il cuore degli uomini. In ognuno dei personaggi coinvolti in queste due vicende c’é la ricerca di un bene o di una felicità che alla fine non potevano mai essere raggiunte. Emerge in lontananza il debole profilo di una Chiesa, preoccupata solo di raccogliere indizi e prove. Avara di risposte convincenti in grado di estinguere la grande fame di soprannaturale che albergava nelle coscienze dell’epoca. (altro…)

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La casina Rossa, dove è ambientato il racconto, si trova a metà strada tra la vecchia Scicli – Piano ceci e Ragusa. Una casa signorile, affascinante. Era l’ufficio dove risiedeva l’amministrazione delle miniere  di pietra pece. Fu l’unica “casina”  ad essere coperta con tegole rosse. Di stile  austero tedesco, domina come un’aquila la valle dell’Irminio fino a Donnalucata.

Il racconto vuole essere una riflessione sul tema del “doppio” già affrontato da Freud in medicina e da Schnitzler in letteratura. Dalle tinte volutamente gotiche, ripropone un argomento molto attuale oggi: la crisi d’identità che affligge la sessualità moderna. Si parte dal cognome del protagonista, una storpiatura del nome di un letterato tedesco romantico, autore di opere teatrali e racconti Heinrich von Kleist, noto per l’invenzione del “doppio suicidio” più che per la sua letteratura. Sono anni che mi interrogavo se scrivere un dramma o altro. Alla fine ho optato per la forma del racconto. Da molto tempo pensavo di costruire una vicenda un poco “gotica”, torbida. L’idea mi è nata molti anni fa dopo la lettura di “Doppio sogno” di Schnitzler. Fu per me un colpo di fulmine. E non solo per me, visto che Kubrick fece carte false con la famiglia perché lo autorizzasse a trarre dal racconto il film Wide shut eyes. L’inquietudine dei personaggi, l’ambiguità delle loro vite, non potevano non essere tipiche di un’atmosfera tedesca. E quale precisa occasione quella di poter trasferire questo ambiente in un pezzo della mia Sicilia dove, davvero, una ditta tedesca operò tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento.

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HEMINGWAY E VITTORINI

 

 

Avevo appena dodici anni quando mi capitò fra le mani un libro strano acquistato presso l’antica libreria Poidomani di Modica facendo economie sui soldi che mia madre mi dava per comprare il panino e mangiarlo nei tempi della “ricreazione”. “Fiesta” di Hemingway. Lo lessi d’un fiato. Non conoscevo lo scrittore. Non sapevo niente di Pamplona, dell'”encierro”(1), delle corride e della Spagna. Rimasi stordito dalle atmosfere descritte nel romanzo, dalla prosa di quello scrittore, da una Spagna favolosa e lontana. Volli sapere tutto della Spagna. Fu dopo quella lettura che m’interessai alla cultura ispanica, alla pittura spagnola, Velasquez e Goya soprattutto, fino a studiarla nei minimi particolari. Incominciai a seguire sui giornali dell’epoca le vicende spagnole. Volli leggere tutto di Hemingway.  “Addio alle armi”, “Per chi suona la campana”, “Il vecchio e il mare”, “Verdi colline d’Africa”, “I quarantanove racconti” e via fino a esaurire tutta l’opera narrativa di questo geniale autore americano che fu forse il più grande tra gli scrittori del secolo breve. Hemingway non fu soltanto un grande affabulatore. Fu un mito, una forza della natura, il simbolo di una generazione inquieta e dannata che visse, a cavallo delle due guerre mondiali, in una Parigi libera e perversa tra amori disordinati, assenzio, pastis e champagne. Un uomo in continua contraddizione con la sua anima. Che risolse attraverso la letteratura le sue numerose ossessioni interiori.

La libreria “Shakespeare and Company” di Sylvia Beach in rue de l’Odéon a Parigi coagulò tutti gli spiriti folli di quell’epoca. Siamo negli anni ’20-’30. Da Fitzgerald a Miller, da Dos Passos alla Stein, dalla Barnes a Hemingway, da Joyce a Pound a Eliot. Americani in Europa, richiamati da una città che indiscutibilmente era in quel periodo la capitale mondiale della cultura. Molti di questi scrittori e poeti lasciarono una forte influenza sulla letteratura europea successiva.

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La leggenda vuole che la statua di Maria, Vergine Addolorata, fosse rinvenuta da un milite della guarnigione di Ruggiero lasciata a presidio del Castello di Scicli. La storia testimonia che nel quattrocento la Vergine a Scicli fosse molto venerata, meta di pellegrini di ritorno dalla Terra Santa, e di devoti provenienti da tutto il val di Noto. Una Madonna spoglia di inutili e sacrileghi orpelli, una Madre che canta un’antica preghiera siciliana al proprio figlio. Dalle incantevoli parole di Un Uomo Libero il racconto.

 

Socrathe

 

La Vergine Addolorata

Storia, Memoria, Fede e Leggenda

Di: Un Uomo Libero

 

 

Fu un giorno di settembre. Per caso mi trovavo in chiesa. Degli uomini della Confraternita si davano da fare per trasferire dalla nicchia all’altare maggiore il simulacro della Vergine Addolorata. Avevano chiuso la chiesa. Mi sedetti in un banco ed aspettai. Con una processione silenziosa, portata a spalla da alcune donne, mi apparve così l’Addolorata,  tra la luce colorata e rarefatta delle vetrate, solenne e desolata. Dovevano trascorrere tanti anni della mia vita prima che scoprissi un’immagine, un volto che mai avevo veramente potuto osservare da vicino. Da bambino mia madre, come usava per  tutti i bambini della città, mi aveva spesso portato il venerdì a Santa Maria la Nova. Per affidarmi alla Vergine, per implorare la Sua protezione, per chiedere le grazie necessarie a una vita che presentava difficoltà e problemi. Erano visite che mal tolleravo, che non riuscivo a capire. Il nero degli abiti; la postura solenne specialmente delle Marie, che erano quelle che più sapevo distinguere; il piccolo crocefisso deposto, rannicchiato sulle sue ginocchia di donna seduta in prossimità della croce, straordinariamente sfigurato nel volto e nelle carni, dall’occhio vitreo e spento, mi procuravano raccapriccio e timore. Fissavano nella mia memoria la plastica drammaticità della morte. Più tardi, contemplando in San Pietro la Pietà michelangiolesca, mi ricordai di questa strana sensazione, di questo disagio. Ma il volto di quella donna non era il volto della donna che io ricordavo ai piedi di una croce d’argento, rivestita di panni neri. Quel volto era molto diverso. Disteso, giovane, rassegnato alle parole delle scritture, ostentava il frutto di un seno travolto dal mistero di Dio… Continua  a leggere

 

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NÓSTOI

NÓSTOI

Del suo ritorno il dì più non s’accende

Di: Un Uomo Libero 

Nòstoi. Celebravano il ritorno degli eroi dalla guerra di Troia. Storie dense nelle quali le gesta cantavano la gioia e la malinconia, la memoria e il lutto. Quanti ritorni da una guerra antica ha conosciuto l’anima di un uomo nel tempo della vita. A volte guerre spietate combattute contro la sua stessa volontà, contro il suo desiderio, contro il suo presunto delirio. Attimi rubati al subconscio. Emersi in lampi di verità negli anni sotto il peso del quotidiano sopravvivere. Ero in una città della Sicilia, tempo fa, e là amici mi chiedevano con molto interesse che cosa mi avesse spinto e determinato a lasciare le mie certezze, a “fuggire” dalle mie abitudini, a scegliere luoghi lontani e nuovi per vivere. Ero senza parole, svuotato dalla curiosità che mi interpellava e alla quale non sapevo dare risposte. In quella domanda lampeggiavano -lo sentivo- la malizia di un’invidia, l’ammirazione per un coraggio che non si voleva pensare, il peso delle catene inevitabilmente espresso da radici profonde e inestirpabili. Li delusi. Perché non raccontai le mie fughe, bensì i miei ritorni. Le ansie che li accompagnavano, i pensieri che li precedevano, le tachicardie del cuore alle prime luci della città antica. Il silenzio solenne e materno delle rovine accoglieva le mie angosce, sublimava i miei timori, castigava, celandosi tra ombre, la mia smania di indipendenza. Indipendenza dalle memorie, dai ricordi che avevano segnato nel bene e nel male la mia vita. Quella vita che cercavo inutilmente di costruire altrove. Raccontai di un’antica affezione alle pietre, alle immagini coagulate sulle mie pupille distratte, nelle notti d’estate, da una luna nuova e lontana, del continuo rimando di una lingua a una storia, a una tradizione, a un’antica fortuna. Mi accorsi che la Terra era così dentro di me che io ero parte di Essa. Che io stesso ero voce, lamento, canto, preghiera. Non potevo dunque distinguermi. Insostituibile parte di un tutto che era sopravvissuto ai numerosi venti agitati della storia. Il mio sangue era un antico miscuglio di uomini. Era forse questo il segreto della certezza malinconica che mi attirava come calamita tra le vecchie mura. Era questo il segreto della fierezza con cui mi dichiaravo alle etnie del mondo. Era questo il senso vero, l’ultimo e l’unico, della mia inquietudine.  

Un Uomo Libero

 

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