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Posts Tagged ‘Sampieri’

 

Una terrazza immensa sospesa tra cielo e mare, aggettante sopra un tappeto verde di vigne, complemento ed arredo di una casa che sapeva di tempo passato, di antiche villeggiature, di vita scandita dal monotono susseguirsi delle stagioni negli anni.”

Tutto viene dalla memoria di una Vecchia Sicilia, da una meditazione continua sulla sicilianità, da un ricordo letterario che ondeggia nel limbo dell’immaginazione. La scrittura dell’autore è veloce, fluida, coinvolgente. Il lettore si integra facilmente nell’incertezza dei sogni e delle premonizioni dei personaggi narrati. Sullo sfondo di una Sicilia rivoluzionaria, il presagio del colera e il desiderio di un uomo che preferisce morire abbandonato, senza soccorsi, senza conforti.. nella Stanza dello Scirocco. Un racconto inedito di Un Uomo Libero.

Socrathe


LA STANZA DELLO SCIROCCO

 di Un Uomo Libero

Un giorno di agosto, bianco già dal levar del sole, che quasi sembrava una iattura. Le mosche noiose più del solito segnalavano l’uva matura e le vigne con i pampini lucidi occultavano dentro ombre e penombre grossi grappoli d’oro. Laggiù, in lontananza, un filo di fumo si levava dalla mulattiera, ma era solo una nuvola di polvere bianca. Si perdeva nel cielo del mattino, nell’azzurro lontano, dalla  tenue tinta pastello, di un mare che sembrava dipinto.

-Tempo di scirocco!- Sentenziò con la sua voce grave, aspra, di vecchio, don Clemente, mentre annusava l’aroma di una tazza di caffè che il servo gli aveva posato sopra un tavolino rotondo in terrazza.

Una terrazza immensa sospesa tra cielo e mare, aggettante sopra un tappeto verde di vigne, complemento ed arredo di una casa che sapeva di tempo passato, di antiche villeggiature, di vita scandita dal monotono susseguirsi delle stagioni negli anni.

-Già!- Rispose asciutta e parsimoniosa donna Ines.

Già. I suoi pensieri volavano verso posti lontani, liberi come il vento africano che si apprestava a bruciare la terra, ardenti come il fuoco che si sentiva nell’aria, imminente, implacabile. Don Clemente, con flemma, stipò di tabacco la pipa e lasciò che si dondolasse a lungo così, carica, fra le sue labbra rugose.

-Questo tempo è il migliore alleato del colera!- Esclamò. Pareva che parlasse a qualcuno. Ma solo il cielo lo udiva e gli uccelli che svolazzavano fra gli alberi del giardino in cerca dell’ombra. Donna Ines, da un pezzo, si era lasciata cadere su una vecchia poltrona di vimini, fra cuscini e cuscini, gli occhi socchiusi, le labbra strette e asciutte, le mani nervosamente inquiete, i capelli bianchi e radi su una fronte marcata dal dolore del lutto. La sua mente era altrove. Le cicale cominciarono a frinire sempre più forte ed il fumo lontano della carrozza sembrava un tornado che, lento, si avvicinava alla villa per inghiottirla. Minaccioso, inesorabile. Il servo raccolse la tazza vuota e scomparve dietro le bianche vetrate del salone.

-Quali nuove porterà la carrozza?- S’interrogò don Clemente. Nessuno gli rispose, quasi che l’aria immobile si ostinasse nel custodire un segreto. -Mínicu!- Chiamò a gran voce, nervoso, dopo una pausa lunga, pensata. -Mínicu!- Rinforzò collerico il suo grido.

-Voscenza…- Il servo apparve. Si materializzò come un fantasma di là della bianca vetrata, lo sguardo basso, il tono di voce dimesso. Lugubre e rassegnato ad un tempo, anche lui molto avanti negli anni. -Voscenza cumannàssi!-

-Dov’eri, dove ti eri cacciato?- Gli domandò don Clemente. La sua voce aveva acquistato un tono pacato di rimprovero dolce.

-Voscenza, a villa è grandi e ju sugnu sulu…in cucina ero.-

-Ah!- Si acquietò come un bimbo a cui si dà in bocca il suo ciuccio. Lo guardò di sottecchi, con tenerezza. Ora già gli occhi mettevano a fuoco con più interesse la pipa.

-Cumannàssi!- Gli chiese con molta pazienza il servo.

-A stanza ro sciroccu…a stanza…pripàrala, prestu, prima ca stu tiempu ni brucia…na frevi mi sientu, ca m’abbampa…ca mi trasa nall’ossa e mi cunsuma!-

-Vossìa nun dùbiti!- Rispose Mínicu e si rivolse alla donna.- A barunissa avi cumànni?..-

-No! Fa chiddu ca ti urdinàu u baruni.- Rispose, con gli occhi sempre chiusi, la donna.

Mínicu si allontanò col suo passo cadenzato e stanco. Scomparve dietro la grande vetrata. La carrozza non era più un punto nero nella polvere bianca. Si distinguevano i cavalli, il monsù che li bacchettava a cassetta.

-Chi sarà?- Si chiese, risvegliandosi da un lunghissimo sonno, la donna, indicandola, con un gesto della mano, al marito.

-Nessuno! Non aspettiamo nessuno, noi!- Tagliò corto, visibilmente contrariato l’uomo. La sua voce, però, svelava il timore di una pena segreta, di una novità che aspettava con ansia e paura.

-Per venire a trovarci sarà qualcuno dei nostri, qualcuno che ci conosce e ci fa visita.- Argomentò lei.

-Nessuno!- Ripeté, turbato, tra i denti, l’uomo. -Nessuno è mai venuto fin qui che ci facesse piacere o bisogno, chi aspettavamo davvero, da tanto tempo, si fa attendere e tarda…-

-Che senso ha morire ora?- Gli fece eco la donna. -La morte, oramai, non da più sollievo, ci inganna! Avrei voluto morire con lui, fra le barricate, in quel giorno di maggio. Lì, dove lo colpì la bombarda…lui, la mia speranza, la mia stessa vita, l’alito stesso della mia anima…né questa mano poté comporre il corpo squarciato, né i suoi occhi poterono portarsi, per ultimo ricordo, le lacrime della madre…le mie lacrime! La sua giovinezza fu preziosa moneta di scambio, un prezzo di sangue che una terra nobile e antica pagò ad un nemico sconosciuto, uno dei tanti che nella sua storia la depredò, la soggiogò e la distrusse!- Con la mano tremante strinse forte, quasi a volerselo strappare dal collo, un medaglione d’oro dentro il quale custodiva, in miniatura, il volto giovane del figlio caduto, anni prima, nei combattimenti di Palermo. Il seno sussultò per un singhiozzo e la seta nera del corpetto luccicò nella luce del giorno, inumidita di vecchie lacrime. L’uomo taceva. Aguzzò gli occhi e vide che un drappo giallo sventolava sul tetto della carrozza.

-Forse questa sarà la nostra ultima estate…- Mormorò e la sua fu una riflessione ad alta voce.

-Perché dici questo?- Gli domandò lei.

-Un presentimento, il senso che tutto potrebbe finire domani già…un sogno, stanotte, lui, ancora bambino, quando lo portavo a caccia sul mio cavallo bianco, stretto fortemente alla mia cintura non per paura ma per un tenero abbraccio…- La sua voce diventò dolce, straordinariamente dolce, quasi di pianto.

La carrozza imboccò lo stradale bianco che conduceva dritto dritto alla casina. Don Clemente si alzò con fatica, cominciò a scendere, andandole incontro, per la scalinata di pietra che raccordava la terrazza al grande piano del baglio. Due cavalli scalpitanti si fermarono davanti ad essa. Si aprì la porticina e discese un uomo minuto, vestito di bianco lino, il cappello di paglia in una mano, un occhialino d’oro incastrato tra lo zigomo e il ciglio.

-Baciamo le mani, signor barone!- Gridò, rivolgendosi a don Clemente che si era fermato a metà scalinata, ansimando come un mantice d’organo sfiatato. Col cappello, frettolosamente, l’uomo si produsse in un inchino compassato, servile. -Baciamo le mani!- Ripeté con voce più forte.- E rispetti alla signora baronessa!-

Don Clemente portò una mano agli occhi per distinguerlo meglio nella calura polverosa di agosto.

-Ah, Eccellenza!- Esclamò con sorpresa, quando fu certo della sua identità. -A che cosa dobbiamo la sua visita?-

– Una preghiera…una necessità…una carità di Dio, se volete, o un’emergenza…- Gridò ancora, con grande affanno nella voce, il sindaco del paese. -Il colera…il colera impazza già in tutti i centri vicini. A Siracusa da mesi miete uomini come spighe, da noi è di nuovo comparso, si respira nell’aria; nelle strade deserte, nelle piazze e nelle case solo pianti e lamenti, un contagio dietro l’altro…Abbiamo ricevuto ordini dal governo del re di requisire, requisire palazzi, agrumeti, orti….Con un dispaccio, telegrafato nel primo mattino, mi hanno annunciato che arriveranno truppe da Modica stasera per montare casini di quarantena. Si accamperanno per questa notte fuori dell’abitato, al piano, all’addiaccio. L’ospedale già scoppia. Non si trovano limoni per le cure. Il suo palazzo, con le sue stanze e stanze, potrebbe accogliere i malati che in ospedale non trovano più posto, quanti vengono pietosamente in nostro aiuto…Potevo far gridare un bando, ma la rapidità con cui si è diffuso il contagio, il tempo così afoso e nemico, l’urgenza del comando ricevuto e poi, la sua posizione, il suo prestigio mi imponevano, come di fatto mi sono imposto, di informarvi personalmente, di supplicarvi in ginocchio più che in nome di Dio o del governo del re, in nome di quel figlio che avete sacrificato alla giovane Patria…-

Don Clemente rimase impassibile, muto. Muta rimase in piedi, al centro della grande terrazza, la baronessa. Ci furono lunghi attimi di silenzio. La donna ripeteva fra sé e sé le ultime parole del sindaco sul figlio: “per quel figlio che avete sacrificato alla giovane Patria”  e si chiedeva a quale giovane patria egli alludesse, se le cose erano rimaste esattamente come erano prima e, con l’arrivo dei piemontesi, tutto addirittura era peggiorato: perché  solo il padrone era cambiato  in quella Sicilia povera e malata. D’un tratto la baronessa parve risvegliarsi da un sonno profondo, cominciò a scendere i gradoni della scalinata e si approssimò al sindaco.

-Devo firmarvi delle carte? – Chiese, quando gli fu di fronte.

-Ho portato con me le lettere di esproprio temporaneo…- Balbettò, sorpreso da tanta disponibilità e in soggezione, il sindaco.

-Prendetele, Eccellenza, il palazzo è mio, mio marito non c’entra…e mio figlio non ha dato la sua vita per una patria bensì per un sogno, un sogno che mai potrà avverarsi: la libertà della sua isola! Perché noi, siciliani, cara Eccellenza, siamo gente strana, nasciamo con la vocazione ad essere servi, degli dèi un tempo, di uomini mediocri oggi!-

-Si!- Accondiscese a mezza voce il sindaco. Prelevò dalla carrozza un astuccio di cartone che conteneva delle carte arrotolate. La baronessa le lesse poi cominciò a firmare senza dire una parola, mentre l’uomo pronunciava parole sconnesse, ringraziamenti infiniti, benedizioni e giaculatorie di santi. Quando terminò di firmare, si avviò malinconicamente verso la scalinata per salire alla terrazza della villa.

-Ah!- Disse, fermandosi, dopo qualche gradino.

-Dica!- Esclamò premuroso, con voce ossequiosa, il sindaco.

-Per la chiave, rivolgetevi al servo custode. Ammassate ogni cosa, le suppellettili, i quadri nei magazzini del grano, poi, quando avrete finito, mandate qualcuno alla villa, una carrozza…qualcuno che ci informi, insomma!-

-Perché?- Chiese stupito il sindaco. –Non dubiti! Io personalmente vigilerò che nessuno derubi…-

-Non mi preoccupano i ladri…il tesoro, quello vero, già me l’hanno portato via in un giorno di maggio di alcuni anni fa…- La baronessa ebbe un attimo di esitazione. -Che ci informi, qualcuno, della situazione sanitaria in paese, questo solo mi preoccupa.- Precisò poi con prontezza ma anche con una struggente malinconia.

Il sindaco la salutò, salutò il barone e, dopo un’ultima scappellata, saltò dentro la carrozza che ripartì veloce lasciando nel baglio una nuvola di polvere bianca. La bandiera gialla della quarantena fendeva sinistra l’azzurro sfumato del cielo. Il barone la guardava con occhi lucidi e rossi.

-No!- Sussurrò lei, raggiungendolo sulla scalinata, toccandogli la fronte. –No! Questo caldo che senti non é lo scirocco, non é l’aria ferma che precede il vento caldo africano, é il colera che già ci ha raggiunto e che, presto, mieterà anche le nostre ormai inutili vite…-

L’uomo non disse niente. Si aggrappò al suo braccio ed ebbe un sussulto, come se stesse per lasciarsi cadere. A fatica raggiunse la terrazza.

-Voscenza, a stanza é pronti!- Gli gridò Mínicu. Lui lo guardò a lungo, lo sguardo perso nel  vuoto, senza sapergli rispondere.

-Si, Mínicu!- Rispose la baronessa. –Aiutami a dargli il braccio, portiamolo nella stanza dello scirocco e mettiamolo a letto. L’aspetteremo là, finalmente, con coraggio, la morte che verrà, come in una piaga biblica, per redimerci o annullarci.

Un Uomo Libero

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La stanza dello scirocco by Socrathe is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

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Scheria, l’isola che non c’è

Il pezzo é molto autobiografico. Scheria é un non luogo, l’isola che non c´e’, il luogo letterario dell’affabulazione e del racconto. E Nausicaa é la Musa per eccellenza che abita questo non luogo. Che ispiró Odisseo nel suo favoleggiare e lo incatenó alle sue “bianche braccia”. Che ispiró mia madre quando mi raccontava le sue storie.  Ho voluto fotografare la vita di Sampieri negli anni cinquanta  con la fedeltá di un vecchio dagherrotipo. Ho cercato di fissare sulla carta e per sempre i vaghi ricordi di quel tempo felice.Un Uomo Libero.

 

 

SCHERIA, LA  TERRA  DI  NAUSICAA

 

Ricordo i primi di giugno di molti, molti anni fa. Mia madre teneva stretta la mia piccola mano di bambino fra le sue, premurose e calde, in una piazza non ancora visitata dal sole del mattino. Un po’ assonnato mi lamentavo per una colazione veloce, divorata sotto l’incalzante minaccia di perdere l’unica corriera. Un vecchio autobus arrivò puntuale per portarci, tra scoppiettanti sbuffi di marmitta e forti e nauseanti odori di nafta, a Sampieri. Dopo una serie di curve simili a gironi danteschi, scivolò allegro e rumoroso sui rettifili polverosi, attraverso vigne verdissime i cui grappoli verdi, impazienti, aspettavano il sole dell’estate. Ansimava dietro i numerosi carretti che popolavano la strada stretta, inadatta anche solo per azzardare o permettere un sorpasso. Finalmente il mare. Una striscia di azzurro marcato su un orizzonte di tenue cielo. Ferma, quasi dipinta. Con tante barchette apparentemente sospese. Ad uno dei corni della baia che si intravedeva lontana lo stabilimento bruciato di Pisciotto. Uno scheletro bianco ed ocra che dominava in primo piano il paesaggio. Posato come un’ostrica morta sopra una lingua di costa frastagliata, si specchiava, autentico miraggio, nell’acqua. Austero, severo, emergeva da un tappeto verde di fichi e di gelsi. Vigilava con aspetto paterno sulle lunghe distese di sabbia. Dune, ma pure estese barriere ricamate dal capriccio del vento. All’altro corno della baia immensa, assolata, dalla curva modulata e dolce, finalmente Sampieri. Un grappolo di case bianche e basse, strette intorno a un palazzetto e ad una piccola chiesa. Un minuscolo molo. Là le donne aspettavano il ritorno degli uomini che la notte erano andati per mare. Di fronte il Canale. Spazio aperto dell’anima. L’autobus aspettò che il passaggio a livello rialzasse le sue sbarre pesanti. Si lasciò andare ad una piccola corsa in discesa che si concluse in un ampio spiazzale delimitato da un folto canneto. Mia zia era là. Come ogni anno ad aspettarci inquieta. Le braccia impazienti di stringerci al petto. Rivestita di un lutto inconsolabile e antico. Il volto ieratico, annerito dal sole, consumato dal sale come gli intonaci delle stanze, come le tegole stracotte dei tetti, come le piccole basole dell’unica strada lastricata sulla quale si affacciava, dignitosa e povera, la sua casa. Una vecchia grande casa di pescatori. Custodiva nel suo interno i segreti di tante vite vissute, un grande baglio e un modesto giardino – pochi alberi a me molto cari- che divideva con la piccola chiesa. L’odore della salsedine e quello dell’incenso pizzicavano le mie narici sensibili. Perdevano nella notte il loro afrore, annullati da un forte profumo di limoni e gelsomino. Agguantò lei la valigia e gli  altri bagagli. Subito ci avviammo verso la casa. Il sole ora era alto nel cielo. Una brezza sottile mi rinfrescava il viso, mozzava il respiro. Lo zio, il marito, sedeva su una sedia strana che conteneva a fatica il corpo immobile, bloccato da tempo da una grave e progressiva paralisi. Quando ci vide accennò un sorriso. Comunicava a gesti la sua felicità. Aglio, prezzemolo e capperi, una spolverata di pepe rosso per una rituale insalata di mare che, nel pranzo del primo giorno, non poteva mancare. Odori forti, sublimati dall’ombra rara, familiari ai pescatori sdraiati, intenti a riparare le reti. Visitai, con l’ansia di chi arriva, ad una ad una, le persone amate. Un universo chiuso dove tutti sapevano di tutti e un arrivo si trasformava in un evento di per sé da ricordare. Perché nulla o quasi nulla di veramente nuovo accadeva là. Ricordo le carezze, i baci sulle guance, gli sguardi buoni, le lunghe feste per la mia venuta. Mi sentivo atteso, importante, conteso dai personaggi delle mie ore liete. Vincenzo dai rossi capelli, il capitano, la bella Jole, Pietro il pescatore e don Santino del quale subito, ad ogni mio ritorno, diventavo cliente assiduo e affezionato. Vendeva di tutto. Soprattutto gelato. Abitava un buco stretto e lungo. Una tana a lato dell’unico spiazzo ricavato da un vecchio giardino e di fronte a lui c’era solo il mare. Amavo accucciarmi ai piedi del capitano nelle afe appiccicose di luglio e raccogliere dalle sue labbra, fra una tirata e l’altra dalla pipa, il racconto esclusivo di avvincenti avventure. Socchiudeva gli occhi.  Lisciava spesso con paffute dita una barba incolta e grigia. Si lasciava pigramente cullare da un vecchio dondolo come a volersi pensare ancora sulla sua fantastica nave. M’incantava la sua voce stridula, falsa, di vecchio pirata. M’innamorai, come gli altri anni inevitabilmente, di Jole. Bella, sfuggente, sempre più formosa e dolce. Accarezzava i miei riccioli biondi, al tramonto, fino a farmi male. Sorrideva delle mie paure mentre pensava al suo ragazzo lontano, militare. Ritrovai intatto anche il mondo incantato della sera. I lunghi balli in piazzetta fino a notte fonda, complici una chitarra e una fisarmonica che costruivano delicate atmosfere. Si prestavano, mezzane, a segrete alchimie d’amore. E, all’imbrunire, tutti in spiaggia a tirare le reti calate dai pescatori nella notte. Era festa mentre il pesce saltava ancora vivo sopra ardenti graticole di sogni. Ritrovai, odoroso di legno nuovo, anche il discusso Chalet. Quasi una balera. Un luogo di perdizione a sentire gli anziani. Rigorosamente proibito a me e a quelli della mia età. Giovanotti e signorine lì ballavano soli, lontano dagli sguardi vigili dei genitori guardiani. Vagavano le coppie degli amanti fra gli alti steccati. Per una luna sfolgorante e ingrata in cerca di un’ombra complice, cacciati da noi ragazzini che volevamo solo capire il grande mistero della vita. Dopo il pranzo, mia madre e mia zia ripresero le loro antiche abitudini. Mi portavano al mare. Si attrezzavano di un grande ombrello di tela incerata e di un sacco che conteneva  le cose necessarie. Andavamo per canneti sugli scogli di punta Sampieri. Aprivano il grandissimo ombrello e lo incastravano fra le rocce. Mi mettevano a sguazzare in una pozzanghera in mezzo agli scogli dove l’acqua scottava quasi. Con la lentezza di un rito sbottonavano le lunghe vestaglie nere, rimanendo coperte con ampi camicioni bianchi. Si adagiavano fra le rocce roventi, all’ombra, abbandonandosi a lunghi silenzi. Le loro vite scorrevano lentamente come sequenze di un film sotto le palpebre chiuse. A volte appena un sospiro. Assistere a quelle metamorfosi o carpire le confidenze sussurrate sul pelo delle labbra, mi dava un senso di morbosità e di vertigine. Ritornammo a fare le lunghe passeggiate della sera allo stabilimento bruciato. Aspettavamo lì il tramonto del sole dietro le case e gli orti del borgo. Seduti sopra rocce a picco sull’acqua, immersi in una luce d’oro.

Sembrava che la morte non esistesse in un  mondo tanto perfetto e surreale. Ma così non era. A poco a poco, negli anni, le figure della mia prima giovinezza scomparvero senza avere neppure il tempo di lasciarmi un addio. Lo zio morì. Nessuno pianse la sua morte annunciata. Di quel momento mi restano solo vaghe e curiose impressioni. Il ricordo di un grande pranzo, il pranzo del consòlo, consumato tra una babilonia di parenti. Un brodo caldo e profumato, volti mesti e rassegnati. Il buio  delle stanze e la sua sedia vuota. La zia lo seguì a ruota. Mia madre, dopo la sua morte, dimenticò Sampieri, la amata Scheria della sua fantasia e, nel tempo, anche lei mi lasciò senza un’ultima lacrima.

Vi ritornai l’altro ieri, perché ero a caccia disperata di memorie. Invecchiato, solo. Lo chalet si era trasformato in un sofisticato locale notturno. Al centro della baia non c’era più l’antico fiume. Sulla sua foce insabbiata, un tempo  ricoperta di canne e verde macchia, avevano costruito un villaggio turistico, esclusivo e costoso, là dove Nausicaa, dalle bianche braccia,  evocata dai racconti di mia madre, giocava a palla con le sue compagne. Nessuno aveva  steso per lei nel canneto il suo corredo nuziale aspettando l’Eroe perché il canneto aveva ora ceduto il posto ad un bosco di ombrelloni in fila e di comode brandine.  Mi parve di scorgere Odisseo, infatti, errare al largo, esaurito e confuso, per le acque calme di quello specchio di mare. Anche lui come me, in trappola, non sapeva  riconoscere il suo mitico e necessario approdo. Mi sdraiai, inseguendo le antiche abitudini, aspettando il tramonto su una roccia di Pisciotto e contemplai la baia con rancore. Solo nel mio cuore e nei racconti di mia madre la terra di Nausicaa era rimasta intatta. Custodita a lungo nel magazzino polveroso dei ricordi era  riemersa, per un  attimo di prepotente malinconia e di solitudine. Mi restituiva alle emozioni ed al tempo che marcarono la mia vita e il mio destino in quell’ultima magica stagione felice.

Un Uomo Libero

 

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La baia delle stelle

La magia abita da lungo tempo a Sampieri. Qualche anno fa mi trovavo a Pisciotto. Un tramonto di agosto splendido. Autentico oro liquefatto il mare. Sopra una roccia a picco sull’acqua guardavo la lunga scia di stelle, prodotta dai riflessi della luce, calvacare le onde pigre per spingere fino a me intatte costellazioni di sogni. La baia cambiava continuamente colore sotto l’incalzante minaccia della sera. Due roulottes alle mie spalle. Due coppie e tanti bambini. Non mi curai molto della loro presenza. Mentre il sole danzava lentamente sull’esile orizzonte, una delle due donne si avvicinò a me.

 

-Anche lei è qui per lo stesso nostro motivo, vero?- Mi chiese.

 

Mi sorprese la domanda. Non avevo una ragione speciale. Migliaia di volte ero rimasto a contemplare lo spettacolo del tramonto nella baia di Sampieri. Da piccolo mi avevano insegnato a fare così.

 

-Sa! – Riprese.- Veniamo da Acireale. Abbiamo fatto un lungo viaggio per assistere ad un evento magico e misterioso che solo in alcuni giorni dell’anno e solo qui è possibile ammirare.-

 

La guardai con gli occhi curiosi del ragazzo al quale la madre raccontava storie.

 

– Lo vede il sole?- Domandò la donna. – Sta piroettando sopra le case di Sampieri, consapevole del suo inevitabile tuffo. E la vede la luna? Spunta dietro le rovine della vecchia fornace. Austera, silenziosa, impaziente di rubargli la scena. Ecco dov’è la magia. Solo per pochi giorni l’anno il sole e la luna si trovano, sospesi sulla mitica baia, allineati nel cielo come due innamorati. Rubano a Poseidone, al mare, l’antico protagonismo del dio.

 

Non avevo fatto caso a questo. In quel momento davvero la luna era alta nel cielo alla stessa altezza del sole. Come in alcune antiche pitture bizantine raffiguranti la morte del Signore. M’immersi nel mistero di quella bellezza infinita. In silenzio. Fino a quando un velo di brezza mi annunciò la definitiva vittoria del pallido astro della notte. Ringraziai la donna e mi vergognai di non avere mai saputo che la magia abitasse proprio dentro la mia casa. A volte la bellezza ci sfiora e ci circonda senza che i nostri occhi la percepiscano e ne godano.

 

Il cielo si riempì poi di stelle come la spiaggia di fuochi. La veglia di san Lorenzo era impaziente di intessere leggende e sogni per il giovane e romantico popolo della notte.

 

Vorrei che qualcuno chiamasse così la baia di Sampieri. La baia delle stelle. Il luogo eterno del mito e della poesia dove il tempo non esiste e la ragione tace.

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