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Pasolini

Pasolini

A volte, spesso, mi capita di ricredermi su un autore o su una parte della sua opera. Accadde molto tempo fa con il mio poeta preferito, Federico Garcia Lorca. Accadde con un filosofo, Ortega y Gasset. Più che a comprenderlo -quest’ultimo- non riuscivo ad accettarlo. Accadde con Pasolini. Di Federico Garcia Lorca non capivo Poeta en Nueva York. Una poetica strana, uno stile diverso, assolutamente nuovo per Federico. Incominciai a ricredermi quando studiai da vicino questo testo fino a definirlo, concordando con una grossa parte della critica, una delle opere lorchiane più importanti. Tanto fu importante che, nel cinquantenario della pubblicazione di tutti i componimenti sparsi lasciati dal poeta per essere raccolti sotto questo titolo, la “fondazione F.G.Lorca”  pubblicò un volume che voleva essere soprattutto un “canone”. Conteneva le copie fedeli degli originali. Pubblicazione andata a ruba perché a tiratura limitatissima. Fortunatamente ne riuscii a possedere una copia. La stessa cosa mi successe con Ortega y Gasset. Fu un grande filosofo spagnolo, improvvisamente venuto a mancare a luglio di quest’anno, mio carissimo e fraterno amico a tratteggiarne un profilo onesto, a spingermi sul filo del suo ragionamento logico e straordinariamente moderno. Pasolini lo detestavo, da giovane. I suoi film li reputavo insulsi e quasi volgari. Le prime pellicole mi erano di difficile comprensione. Negli anni mi sono avvicinato, soprattutto dopo la sua morte, a questo autore e l’ho scoperto estremamente interessante e vivo. Al di là delle smancerie di una certa critica intellettualoide e cialtrona, ho avuto modo di indagare con spirito più sereno e distaccato la sua anima. Un personaggio scomodo. Anche e soprattutto per il suo partito. In un’epoca nella quale il dogmatismo era “Verbum Domini”. Lacerato da un conflitto permanente tra religiosità e pragmatismo, combattutto tra due grandi forze sotterranee: una visione mistica della vita e un’altra materiale, fatta di aberrazioni, di vizi, di follie. Più che  realismo il suo fu cinismo, crudezza a volte. Indagò, come un medico che incide la piaga, i fenomeni sociali dell’epoca. Ne mise a nudo le vergogne in un’Italia confessionale e bigotta che credeva di risolvere col silenzio le profonde contraddizioni che la affliggevano. Coraggiosamente, battendosi contro chi astutamente chinava il capo e il ginocchio davanti ai mostri sacri del potere: Stato e Chiesa. Lui, uomo fragile ma grande Davide armato della fionda della parola. Omosessuale dichiarato in un mondo ipocrita di bacchettoni. La sua poesia fu una poesia sociale ma anche a volte profonda, concettuale, intima. Il suo mondo fu quello dei poveri. Improvvisato, arcaico, autentico e vero. Il “Vangelo”, additato come pellicola scandalo, oggi é riconosciuto dalla stessa Chiesa, che una volta ne sollecitava il rogo, come la più importante opera cinematografica su Gesù. Un mistico moderno per l’appunto. Anche il nuovo modo di usare la macchina da presa, rivoluzionario, controcorrente, lo consacrerà come uno dei Padri del cinema italiano. Rossellini  fu il produttore di diverse pellicole e Bernardo Bertolucci mosse con lui i primi passi nella qualità di suo assistente. Ne ereditò l’arte del racconto, il coraggio di sfidare la società prevenuta e formale, l’ingenuo stupore di chi é sfiorato dalla bellezza e vinto. Del popolo amava dire che “la loro speranza é nel non avere speranza”. Aveva ragione. Profeta inascoltato, predisse lo sfascio dei tempi moderni pur ricordando che la vita é una ruota che gira e “non muore chi non é mai nato”.

 

 

 

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