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UN PALCO AL REAL

UN PALCO AL REAL

C’è un tempo per amare e per essere amato; per odiare e per essere odiato; per vivere e per morire”. Un uomo senza nome, simbolo di un’umanità frustrata, dolente, si perde in un amore strano, ineluttabile, per due donne che sono facce speculari e contrapposte di un’unica femminile, fatale realtà. I personaggi si muovono nella splendida cornice di una Madrid storica di cui il Teatro Real da sempre é stato icona vera ed unica proiezione decadente e malinconica.

Avevo trovato un “palco de entresuelo“, l’ultimo, il più caro perché a lato del palco reale. Per questo, pensai, era rimasto. Davano “La forza del destino” di Giuseppe Verdi al Real. La ragazza al botteghino mi avvisò che lo avrei condiviso con altri sette. Accettai. Per Rigoletto si era registrato con molto anticipo il tutto esaurito e non mi era stato possibile ascoltarlo.

-E’ fortunato, lei, sa?- Mi disse, mentre verificava la mia carta di credito, l’impiegata. – Mezz’ora prima era venuto un altro signore e cercava proprio un posto in un palco. Ma non ho potuto darglielo perché ancora non risultava disdetto.

Io presi il biglietto e, ringraziando velocemente, uscii.

-Si ricordi che lo spettacolo comincia puntualmente alle sei perché la domenica lo anticipano. E’ prudente che venga una mezz’ora prima. Non si accettano ritardatari.- Mi gridò lei, al di là del vetro che la separava dal pubblico.

Non potevo non assistere alla rappresentazione de “La forza del destino” al Real. Verdi stesso nel 1863 era stato presente al debutto in anteprima mondiale di quell’opera. Era arrivato a Madrid nei primi del mese di gennaio per dirigere personalmente le prove. Si era sistemato in un palazzo al lato del teatro, in piazza di oriente, ospite della pensione di Nobile Cataldi dove abitualmente alloggiavano tutti gli artisti e i cantanti. Fu un trionfo incredibile. Tre mesi dopo sarebbe stata presentata a San Pietroburgo in prima mondiale. Uno spazio sacro, carico di memorie, dall’esistenza tormentata e incerta, il Real. Volentieri, quando riuscivo a trovare un biglietto, vi facevo ritorno. Abitavo nelle immediate vicinanze e dalla mia veranda potevo scorgere la sagoma del teatro. Mi dava conforto la notte, prima di coricarmi, fissarla per pochi attimi. Immaginavo gli interni, i palchi e la platea splendidamente illuminati. La musica e il bel canto mi tenevano compagnia soprattutto nelle lunghe e fredde notti d’inverno. Ponevo un cd e il buio mi restituiva intatti, attraverso la fantasia, le atmosfere e i sogni del suo palcoscenico. Mi preparai come si conviene per una serata all’opera. Guardai l’orologio. Era già l’ora. Mi avviai lentamente a piedi con la gioia nel cuore di chi va a visitare un vecchio amico. Lo scalone del teatro mi aprì le sue splendide gradinate a ventaglio e i commessi m’indirizzarono al posto che avevo riservato. Lentamente il teatro cominciò a riempirsi fino a quando un segnale, tra un brusio di voci e di strumenti, avvisò che lo spettacolo stava per iniziare. Accanto a me, proprio a ridosso del separé, una poltrona vuota e il desiderio che lo sarebbe rimasta sempre. Non fu così. Mentre già le luci appassivano, un signore inciampò col suo corpo nel mio ed io mi resi conto di avere un altro vicino a fianco. Fra il primo e il secondo atto non volli andare nel foyer. Mi dava fastidio tutta quella gente che ostentava un’eleganza e una supponenza tipiche di tutti gli appuntamenti operistici. Dal mio posto osservavo lo splendido scenario del teatro e ne godevo i luccichii e gli ori. Il mio vicino non si mosse. Inchiodato alla sua poltroncina, fissava anche lui ma con uno sguardo spento il telone. Gli lanciai un’occhiata veloce. Non aveva sessant’anni e li portava bene anche se il viso mi parve, alla luce del teatro, scavato da profonde rughe. Non vestiva elegantissimo ma dignitosamente. Le sue mani ebbero un fremito mentre sentì i miei occhi addosso. Abbozzò un mezzo sorriso, incrociandoli.

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