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Posts Tagged ‘Madonna delle Milizie’

Caldo. Quel pomeriggio di fine Luglio era un inferno. Anzi, era l’Inferno. Scicli è terra d’Africa, checchè ne dica e pensi Google Earth, il nuovo guru della a-geografia del mondo. Alla faccia della deriva dei continenti! Ogni cosa bruciava intorno a me. La sedia, calda. Il divano, antiche canne di banano intrecciato, larghi cuscini di lino bianco lasciati cadere nel disagio armonico di sempre, caldi. Tutto era caldo. All’improvviso un messaggio. Poi due, infine tre. Dodici in tutto. Una sequenza mozzafiato di immagini e parole, mistico vapore di delicata follia estiva. Dodici brevi messaggi di testo.

-Caldo. Troppo caldo.

“Abbiamo spogliato Maria” è il primo terrificante messaggio. “Ab-bi-a-mo spo-gli-a-to Ma-ri-a”. Undici sillabe in tutto. Impossibile applicare i numeri di Fibonacci al risultato. Undici non appartiene alla successione. Il contenuto della prima nota diventa piuttosto Inquietante. “Si chiama Giorgio, è biondo, ha i capelli corti.”

Maria, Giorgio. Capelli corti, biondi. Sono entrato nel Salone del Mistero di Luglio dalla porta principale. Il mezzo, un breve messaggio di testo, undici sillabe al primo, dodici il numero finale degli invii. Nulla. Ancora niente. Non riesco a decodificare il testo. Manca qualcosa.

-Che caldo in questa stanza.

“Una foto agli infrarossi, elemento dell’ultimo restauro, porta alla luce una vecchia ombra: è un baffo”. Continuo a leggere, “Tutto fu deciso in una notte: vestirono il bel giovane di una larga tonaca e di un mantello, camuffando i suoi corti capelli biondi con una parrucca di chioma nera”. Ed ancora, “La Signora voleva un cavallo bianco e una spada. “Nascosero l’armatura sotto la veste”. Il Mistero stava per crollare. La mistica rivelazione era davanti ai miei occhi. “La coda del Drago, fluttuante destino del Male, appare in tutta la sua bellezza guardando la statua da sinistra verso destra, dall’alto”.

“Antonino Carioti parla di un San Giorgio di Scicli, di cui si è persa traccia e memoria”. Tutto era ormai chiaro. Rispondo all’anonimo messenger : “A questo punto qualcuno dovrà pur sollevare le vesti di Maria e dare il giusto trionfo, la giusta gloria a Giorgio, Santo pure lui!”.

La nomenclatura culturale ha sempre saputo, ma non ha mai voluto parlare. I motivi li sappiamo tutti, c’era da tutelare il nome di Scicli e della sua Patrona a Cavallo, la nostra città doveva avere l’esclusiva di un Santo dall’iconografia atipica. Insomma, un diverso. Un mistero avvolto dalle spire del tempo e della memoria, un segreto vecchio di quasi quattro secoli.

La Madonna a cavallo è una drag queen. Il coraggio della storia nella sfida del mito. Dal folle scambio epistolare, imaginifiche e dissacranti visioni di un pomeriggio caldo di Luglio, tra il Moderatore e Socrathe, il Racconto di Un Uomo Libero.

DRAG QUEEN O MADONNA?  é in effetti un racconto. Nulla di piú. Nessuna presunzione di ricerca storica, nessuna ansia spirituale. Né lontanamente vuole dissacrare un simbolo. É un modo divertente di rileggere la leggenda della Madonna a cavallo non con lo sguardo voyeuristico del bambino bensí con la sperimentata consapevolezza dell’uomo maturo che guarda alla realtá con mente razionale e scientifica. La leggenda, resa nuda dall’analisi critica del mondo che la partorí e per il quale visse, viene metabolizzata dalla parola perché riviva, intatta ed autentica, nel mondo del sogno e della poesia.

Ricordi di un’infanzia lontana. Interrogativi e dubbi piú recenti sollevati dalla mia problematica fede. Un sogno, il mio. Forse. O la ragionata ricostruzione di un fatto che non trova veri e propri riscontri storiografici nella tradizione religiosa della cittá. Parlo di riscontri seri. Le leggende, appunto, abbondano. Frutto della fertile immaginazione, piú che di un popolo, di un clero il cui unico scopo era quello di annientare le coscienze per lucrarne la forza, i mezzi di sostentamento, i privilegi, in una parola il potere.

 

Tempo fa, una dura polemica agitó la Spagna. Il capitolo cattedralizio di san Giacomo di Compostela aveva reso nota la volontá di troncare una tradizione millenaria che molto aveva influito sulle spiritualitá di tutte le epoche. Non piú Santiago Matamoros dunque, bensí umile pellegrino. Il santo era stato di colpo appiedato. Coperto del saio del viandante, bordone in mano con zucca (borraccia), cappellaccio in testa e concha sulle spalle, a piedi scalzi per le vie del mondo. Finalmente i canonici ripudiavano una controversa iconografia. Non solo. Rifiutavano coraggiosamente pure l’idea dell’angelico inviato celeste, sopra un bianco cavallo, con spada in mano, facente strage di mori nell’immaginaria battaglia di Clavijo. E la spada  del santo -pensai- che fine fará, ora? Riposta in un cassetto si godrá una meritata pensione millenaria? E l’ordine di Santiago? Potentissimo un tempo, senza quel simbolo essenziale non avrá nessun motivo per esistere. Eppure, oggi, piú che mai troverebbe una sua collocazione logica in una Spagna e in un’Europa nuovamente invase da ondate di mori e di fanatismo islamico. Non solo dalle coste. Ancora con piú affluenza, attraverso gli aeroporti internazionali di Madrid, Parigi, Londra, Milano, Roma, Amsterdam, Monaco.

Erano stati i cluniacensi a forgiare ed incoraggiare pie leggende e devozioni come queste.  Rivolte a rinforzare i vincoli della fede in un’Europa senza frontiere, minacciata dal credo musulmano. Una fede in lotta con un’altra fede. Battaglie dello spirito che nulla avevano a che fare con il mistero e la trascendenza e tanto invece interessavano il potere e l’immanenza delle sue cariche. Corona e Chiesa alleate in uno scellerato compromesso che numerose volte contrappose miriadi di uomini ad altri uomini. Architetture ad altre architetture.

Volli, allora, ritornare a Santiago di Compostela.

In quella magica collina delle stelle cadenti cercavo una risposta ad un mio viaggio esistenziale, alla curiositá del cuore: per quel Santiago in gonnella che si venerava come Madonna delle milizie nella mia chiesa madre da anni un dubbio mi rodeva l’anima.

Esattamente riproposta come matamoros, la Vergine guerriera, sciabola in mano, piú che a una nuova Giuditta si apparentava ad una Clorinda casereccia, confezionata non dalla scaltrezza dei dotti padri cluniacensi ma dalla dabbenaggine tutta siciliana di qualche vecchio e stravagante puparo.

Nessun accenno nei documenti antichi. Una pia leggenda emersa da una grossolana commistione tra un racconto epico ed il culto alla Vergine Addolorata. Anche questo quasi un segreto, riesumato da vecchie e dimenticate pergamene. Rispolverato in occasione di un’altra storia, quella di Guglielmo Cuffitella, naturale di Noto. La Sicilia, da sempre, si confermava come terra di leggende e di miti che si sciolgono sotto il sole dell’estate ed evaporano nell’ora tarda. Un vecchio eremita, Guglielmo, facente parte della schiera dei Calogeri (bel vecchio in greco). Altre strane devozioni della terra agrigentina.

“San Calórju ri Naru, miráculi ni fa nu migghjáru; san Calórju ri Girgenti miráculi nun ni fa di nénti; san Calórju ri Canicattí ni fjci unu e puoi si ni pintí”. Un santo, san Calogero, che si bilocava a quanto pare non solo nella vita ma anche nella morte.

Dopo quel viaggio di intensa ricerca e di ritrovato religioso fervore che mi spinse fino alle lontane valli della Galizia, volli rivisitare il convento delle milizie ( milizie,altro termine che é un grosso falso storico), per esaminare, con piú attenzione e scrupolo, la famosa impronta lasciata nella pietra dallo zoccolo del cavallo o dal piede della stessa Vergine. Un buco grossolanamente scavato che mi chiedeva un forte supplemento di fede.

Fu lí che il dubbio s’impadroní definitivamente di me.

E se i Padri nel settecento, epoca nella quale comincia a fare capolino la leggenda, – congetturai- dopo il grosso sconquasso del terremoto, avessero sentito il bisogno di inventarsi qualcosa, questa per esempio, per consolidare negli animi amareggiati, terrorizzati e vinti dal sisma, l’idea di un aiuto celeste, di una ricompensa ultima alla banale ed infelice vita quotidiana del tempo?

E se, volendo primeggiare tra gli altri centri della vecchia contea, i Padri avessero voluto strafare in immaginazione e fantasia, bruciando sul fil di lana il cavalierissimo san Giorgio di stirpe nobile e venerata memoria?

Giá.  Come poter far credere alla gente comune che una donna potesse, spada in mano, guidare un esercito in battaglia e sgozzare mori e mori nella difesa di un regno che solo a parole si diceva cristiano ma che a fatti nessuno sapeva cosa fosse? E tutto questo in epoca rigorosamente lontana. Chiaro! Quando i normanni scorrazzavano in un’Italia  confusa e frammentata, in cerca di un regno antico, di un’Arabia felice, di un’idealizzata terra del sole. Penso che non fu difficile darlo a credere. Copie dell’Orlando Furioso dell’Ariosto, dell’Orlando Innamorato del Boiardo, della Gerusalemme Liberata del Tasso, giravano a iosa per le incredibili biblioteche dei conventi e dei monasteri. Riempivano le segrete fantasie dei monaci di ippogrifi e di amori impossibili nelle lunghe e monotone ore che precedevano e seguivano la preghiera. I cantastorie spesso favoleggiavano, avendo abbondantemente saccheggiato questo immenso patrimonio di Lettere, nelle piazze delle nostre cittá, di grandi imprese. Di Orlando e Carlomagno a Roncisvalle, di Tancredi e Clorinda appunto. Donna, tanto donna, sotto una corazza d’uomo, distribuiva fendenti e colpi nell’aspra battaglia durante l’assedio di Gerusalemme. Fantasie, adulterate dal canto malinconico, che a lungo impregnarono di queste gesta mirabili letteratura,  poesia popolare, costumi e memorie della nostra imaginifica isola.

Un san Giorgio travestito da donna, dunque?

Questo era, in fondo, il mio sacrilego ed irriverente sospetto.

Un bisogno di annientare non solo politicamente ma anche nel campo del soprannaturale le altre cittá della Contea, protette giá da questo celeste Patrono, calando come in una semplice partita a carte, l’asso di briscola, il pigliatutto. Una Madonna, per l’appunto. Chi avrebbe potuto piú di lei? Nessun santo avrebbe saputo competere e vincere. E cosí fu sicuramente. Forse sul cavallo bianco, dapprima, c’era stato davvero un san Giorgio nel desiderio dei nostri antichi notabili o piú attendibilmente un san Giacomo. Competere peró con Caltagirone era inutile e le distanze notevoli. Di sicuro un pupo, per una rappresentazione in grande di una battaglia tra cristiani e mori come negli eroici “Paladini di Francia”. Un’interessante “Opra”, perché tutto il popolo potesse parteciparvi e dare sfogo agli istinti peggiori per calmarli.

Quest’anno, vincendo resistenze di lunghe latitanze, volli assistere di proposito alla festa. Proprio una sera, al ritorno della breve processione, la  Madonna a cavallo perdette la parrucca di capelli posticci e cosí decise di svelarmi, una volta per tutte, di colpo, il suo grande mistero. La testa calva, di cartapesta, nulla aveva per me di femminile. Mi sembró un giovanotto dagli occhi sgranati e belli come  uno dei tanti pupi siciliani che da piccolo mi incantavano nel teatrino della piazza. Mi avvicinai alla statua col cuore quasi in gola per l’emozione di quella  insolita e strana apparizione. Provai a sollevare, irriverente, la veste di broccato finemente tessuta e ricamata per cercare la risposta al mio curioso e morboso interrogativo di anni. Sotto, peró, non c’era nulla che confermasse quello che maliziosamente cercavo. Qualche sacchetto di sabbia per modellare le cosce ed un busto impagliato, privo d’anima, piantato sulla schiena del focoso animale. La ricoprii in fretta con molto disappunto e delusione. Qualcuno le aggiustó nel frattempo la parrucca ed improvvisamente per me, che, da piccolo, l’avevo sognata e venerata a lungo con tanta devozione, ritornó ad essere vergine donna, Madonna nonostante tutto, amazzone bella e invitta cantata, nei secoli, dalla leggenda e dal cuore.   

Un Uomo Libero – il Moderatore di Sciclinews  – Socrathe

qui su Sciclinews

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