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LA VILLEGGIATURA

LA VILLEGGIATURA

 

 

La villeggiatura. Croce e delizia di un’epoca che non trova più il giusto ricordo. Era la grande prerogativa delle classi borghesi alte, medio alte e di un’aristocrazia di seconda mano che doveva pur pensare ai propri interessi per sopravvivere. L’altra, l’aristocrazia vera, nobile, sciupona e indolente, distaccata e irraggiungibile, non si poneva neppure il problema della sua sopravvivenza. Chiusa in una memoria blindata, scialava il suo patrimonio con la convinzione che tutto fosse rimasto inalterato. Un delirio di eternità che il tempo ha poi bollato negli anni e i grandi stravolgimenti sociali hanno definitivamente seppellito sotto l’avanzare inesorabile di un progresso delle masse atteso e inarrestabile. La villeggiatura, dunque. Un tempo di grazia e di felicità nel quale la vita riduceva i suoi ritmi per fare posto ad amori e ad amorazzi, a tradimenti e a scandali, incoraggiati dall’ozio, sollecitati dalla calura estiva. Nell’antica e patriarcale società sciclitana non esisteva la cultura del viaggio. Anzi. La filosofia popolare esortava con proverbi adeguati a essere stanziali. “U peri ca caminàu buon fruttu nun ni purtàu: o chi si ruppa o chi si spizzàu.” Stigmatizzava la curiosità per l’ignoto, il desiderio urgente di avventura. Questo perché l’ambiente sciclitano dell’epoca era fortemente conservatore. Vedeva nel nuovo una minaccia per i fragili equilibri di una civiltà rurale, decadente e autarchica. A compensazione di tale riflessione, alla fine del secolo XIX era esplosa negli ambienti della media e alta borghesia la passione per la villeggiatura. Che era sempre e comunque un bisogno di viaggio. Seppure controllato e controllabile. La duplicazione di un mondo, fatta ad arte, perché tutto rimanesse immutato. L’aristocrazia di antico lignaggio invece già aveva scoperto il gusto del viaggiare. Parigi era la meta preferita ma anche le città d’arte italiane. Per non parlare di una strana inquietudine che la spingeva a un continuo peregrinare da un posto all’altro, da una villa all’altra, da un castello all’altro. Nel tentativo d’ingannare la noia, ingrediente quotidiano della sua vita facile. Così le feste si moltiplicavano. Come pure i banchetti, gli spettacoli montati ad arte per pochi privilegiati nei teatri privati, all’interno di dimore immense e proibite dove tutto sembrava perfetto, incorrotto e incorruttibile. Dove la polvere diventava il sale necessario ai ricordi. Un velo che separava un mondo falso da quello vero. Questo fu, in sostanza, la villa del Trippatore a Sampieri. Il luogo più frequentato della dolce vita aristocratica iblea. Espressione di un sentire illuminato ma nonostante tutto nido d’aquila. Un olimpo per poveri dei. Condannati a esistere al di fuori della realtà, nella finzione continua del giorno.

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