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IL CARRUBO

IL CARRUBO

 

 

Molti anni fa domandai ed ottenni l’autorizzazione a edificare una cappella cimiteriale. Varie volte ne avevo parlato con mio padre e spesso mi aveva incoraggiato a richiederla. Credevo che fosse entusiasta del mio progetto. Mi sbagliavo. Nonostante la sua venerabile età, conservava un aspetto giovanile e forte. Da uomo che aveva sempre amato la vita. Interpretai come una non accettazione della morte la sua fredda indifferenza. Proposi subito di voler recedere dal contratto ma lui si oppose con energica fermezza. Gli chiesi allora il perché della sua incomprensibile, improvvisa tristezza. Non rispose alla mia domanda.

Venne l’estate. Amavamo villeggiare nella nostra antica casa di campagna. Un pomeriggio afoso di agosto, intenso. La luce pioveva dal cielo come le parole, leggere, correvano tra le nostre vite. 

– Vedi. – Esclamò a sorpresa, portandomi sotto il vecchio carrubo che, da qualche secolo, allungava la sua ombra amica sulla casa.

-Vedi – riprese- tutta la mia vita io l’ho spesa qui – e m’indicò la pianta- sotto i sui rami accoglienti. E’ stato il tenero compagno della mia giovinezza, il saggio confidente della mia maturità, il comprensivo testimone della mia resa. Silenzioso, discreto, sapeva placare il mio animo in tumulto col pigro stormire delle sue fronde nelle calme ardenti dell’estate.  I raggi, filtrati tra le foglie, di un pallido sole autunnale addolcivano le mie malinconie. La sua chioma superba e sempre verde rallegrava i freddi spogli dell’inverno. Mi riparava dal vento gelido nel tronco immenso, cavernoso e attorto. La sua massa scura e densa, coronata di erbe giovani e fiori, si rivestiva di lucide foglie, accendendomi di fantasie nuove ai primi palpiti della primavera.-

Lo guardai sorpreso. Non capivo dove volesse andare a parare. I miei occhi esprimevano lo stupore di una domanda che non riuscivo a formulare.

– Sì! – Continuò anticipandomi.- Lo so. Non capisci e vorresti capire. Non ho molto da vivere. I miei anni li conto nelle notti d’insonnia. Vivo il tempo che mi resta come un’attesa. Non temo la morte. L’aspetto, dunque. Ma senza trepidazione e timore, come un naturale traguardo. L’ultimo, nel segno della fine. Una cosa, però, vorrei chiederti, ora che le antiche preoccupazioni non assillano più i miei pensieri. Quando i miei occhi si chiuderanno alla luce, non vorrei per me sepolcri, sermoni e lacrime. Ho vissuto, sono stato, ho concluso la mia corsa. Questo mi basta. Vorrei solo essere sepolto qui, ai suoi piedi. – Ed indicò il tronco dell’albero. – Mi conforta pensare che esso potrà vivere del mio corpo. Trasformarlo in linfa vitale. Risorgere attraverso i suoi rami ad un nuovo mattino del mondo. In una simbiosi armoniosa ed unica, ritrovarci uniti per sempre.-

Mi commosse. Guardava il suo albero con l’infinita e innamorata tenerezza del vecchio, riflessa a lampi nelle pupille sbiadite.

– Lo so – ripeté – che non sarà possibile, che questa richiesta per te sarà difficile da esaudire. Potresti almeno fotografarmi qui ed utilizzare questa foto a corredo del mio sepolcro. Così saremmo insieme, io e lui, ugualmente per sempre.-

Lo fotografai. Mio padre si spense quell’anno stesso in una fredda giornata di dicembre. Si allontanò piano piano dal mio affetto sulla strada incerta del nulla. Appagai il suo desiderio.

Il carrubo, solitario, austero, immaginifico proietta ancora, con la fedeltà delle stagioni nel tempo, la sua paterna ombra sulla casa. Custode di una memoria, la risuscita nel mio cuore, la fa vivere nel ricordo, geloso ne cela il mistero come in un’antica storia d’amore struggente e malinconica.

          

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