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Michele veniva barcollando con un passo discreto, trascinato dal ritmo della sua fisarmonica. Ubriaco solo di note e di sole. Per qualche spicciolo regalava un valzer o una mazurka che spesso finiva, dopo capricciose variazioni, nello stesso motivo del valzer. Biascicava parole che, bambino, appena capivo. Malinconico e misterioso, sfidava le insicurezze del giorno con la sua intima vocazione di zingaro. Conosceva tutte le vie e le viuzze di una città antica, non ancora fuggita verso gli instabili e argillosi pianori che la spingevano verso il mare. Una casbah infinita, abbarbicata ai costoni della rocca, vera e propria “alcazaba” . Il sole dell’estate proiettava la sua ombra instabile e allegra sui muri delle case imbiancate a calce mentre un sorriso fioriva, per il miracolo della sua musica, fra le labbra asciugate dalla calura. Amava suonare per i bambini. I bambini lo amavano. Gli offrivano il soldino con il gesto generoso di chi voleva solo bene. Abbandonava la tastiera per accettare il dono con un buffo movimento di marionetta.

Michele faceva parte di un mondo in decomposizione. Che scompariva lentamente senza che ce ne rendessimo conto. Dissolvenze e vite che non avrebbero più trovato la loro giusta dimensione nel futuro segnato dal progresso e dal benessere. Più tardi, molto tardi capimmo quanto importante fosse stata la sua presenza in quel microcosmo che oggi appartiene solo ai ricordi. Travolti da una febbre del fare, ci siamo persi nel labirinto dei nostri mille nuovi bisogni. La vita, però, è una. Va vissuta intensamente, godendo del sole e dell’ombra, della natura e del canto degli uccelli, di una libertà che il profitto non potrà mai dare. Lui, Michele, queste cose le aveva capite. Da un pezzo. Viveva del poco ma quel poco era molto e lo rendeva felice. Viveva di musica, di malinconia che, spesso il sabato, annegava nel vino. Per accogliere una settimana ancora, per esistere e mantenersi vivo.

Morì? Nessuno veramente lo seppe. Lo piansero le ombre dei vicoli che non ballavano più al suono della sua fisarmonica. Lo piansero forse i vicini di una piccola casa che lui abitava in un’antica cava. La primavera ricoprì la sua terra con un tappeto di fiori sui quali ancora oggi danza l’angelo buono del ricordo, per un ultimo valzer.

Un Uomo Libero

Donna di Cuori

DONNA DI  CUORI

 

 

Era una domenica fredda di gennaio, anche se il sole faceva di tanto in tanto capolino tra nubi che correvano in un cielo azzurro intenso, spinte dal vento. Il “Rastro” di Madrid dispensava, ai numerosi turisti che giungevano da tutte le parti del mondo, il suo consueto spettacolo. Un mercato popolare dove si trova di tutto, dove la gente va per curiosare, dove i ladri scommettono la loro libertà pur di strappare un portafogli, una borsetta, il sacchetto di plastica con quattro cosine appena comprate. Con Portobello e il Mercato delle Pulci parigino, uno fra i più antichi del mondo. Vado spesso la domenica al Rastro. Per cercare libri antichi, stranezze, il pezzo raro che ti commuove e ti convince a portarlo con te come un piccolo schiavo senz’anima. No. Senz’anima no. Le cose un’anima spesso l’hanno. Basta sapere ascoltare. Basta interrogarle per capire le lunghe peripezie, il viaggio attraverso vite diverse che le hanno godute, che le hanno possedute, che si sono avvicendate in un amore tenero e inesprimibile, che le hanno fatte parte di un’intima storia. Lei era là. Mi guardava con occhi supplici, dolcissimi. Affascinante e bella. L’avevo notata per una cornice barocca dai vistosi ricami d’oro, la domenica precedente. Un ritratto di donna di buona fattura, appoggiato a volgarissime chincaglierie. Lo sguardo penetrante e malinconico, triste forse per essere in quel posto, ostentato senza pudore. Per essere venduto come semplice cosa. Non potei esimermi dal fermarmi e dal contemplarlo a lungo come l’ultima volta. Ancora.

-Perché non lo compra, se le piace tanto? Non voleva la cornice ma solo la pittura ed eccola così, proprio come lei aveva richiesto. La vita è varia e strana. Il signore che ha acquistato domenica scorsa la cornice, non era invece interessato al quadro. – Era il venditore che mi scuoteva da una fascinazione e, avendomi riconosciuto, ritornava a offrirmelo.

-Quanto chiede?- Domandai. -Domenica scorsa aveva preteso una somma rilevante.-

-Lei quanto mi dà?- Rilanciò con voce molto conciliante.

-Non certo quello che chiedeva allora.- Dissi distrattamente e senza un vero interesse.

-Venga! Non voglio riportarlo indietro. Troppo ingombrante, potrebbe rovinarsi.-

-Non ho molto denaro con me. Non pensavo di trovarlo.- Lo avvertii timidamente.

-A questo punto qualunque fosse la sua offerta, glielo lascerò comunque. A costo di doverglielo regalare.-

L’uomo mi guardò con occhi benevoli.

-A me non è costato nulla. -Raccontò. – L’ho portato via tra tante cose belle da una casa molto ricca della calle Alfonso XII, proprio alle spalle del Prado. I nuovi proprietari volevano a ogni costo sgomberarla in fretta. Ho venduto tutto e a ottimi prezzi. Questo quadro è l’ultima cosa che rimane ma anche la più importante. Senza dubbio la più difficile da piazzare, considerate le sue misure. Non credo che saranno molti gli acquirenti. E’ meglio che lo prenda lei. Non mi sono ancora reso conto del perché i nuovi inquilini abbiano tanto insistito per farmelo portare via. Di sicuro non lo amavano. Forse un segreto troppo doloroso e triste racchiude lo sguardo malinconico della donna ritratta. Penso proprio che non lo meritassero.-

-Ho solo settanta euro con me e nulla più… -Azzardai con molto impaccio.

-Venga! Dia qua! Gliel’ho detto. Anche a costo di regalarlo, non lo avrei più riportato in magazzino. Sono contento di affidarglielo. Sicuramente lo apprezzerà molto di  più di quelle persone che hanno voluto tanto velocemente disfarsene.-

-Ha detto nuovi inquilini? La casa fu dunque venduta?- Lo interrogai con curiosità.

-Non ancora, credo. Però l’urgenza con la quale mi hanno chiesto di svuotarla di ogni mobile e di tutto ciò che in essa fosse custodito lascia trapelare una simile evenienza. Che tristezza quando la vita ci lascia soli così!- Concluse con amarezza.

-Soli?- Replicai.

-Sì. La abitava una vecchia signora. Senza figli, senza parenti. Solo due amiche. Anche loro avanti negli anni. L’hanno ricoverata in un ospizio e, con il ricavato dell’immobile, credo, la manterranno là. Il quadro, in effetti, la ritrae nella sua splendida giovinezza, nei suoi anni migliori. –

-Dunque vive ancora? -Chiesi stupito.

-Sì. – Mi confermò l’uomo. – Mi parlavano di un buon residence per anziani dalle parti di Mirasierra, una periferia a nord ovest della città. Conosce? Buono, dignitoso, purtroppo maledettamente caro.-

Avvolse il quadro, mentre finiva il suo racconto, in un foglio di plastica per imballaggio prima e in un altro foglio di carta poi. Mi salutò. Contento, si allontanò in direzione opposta alla mia. Portai la pittura a fatica a casa, utilizzando la metropolitana.

Il racconto dell’uomo mi aveva commosso ma anche molto incuriosito. Appesi il quadro a una parete spoglia e da quel giorno la splendida dama condivise con me l’appartamento, i sogni, la vita.

Le domeniche seguenti ritornai  nel Rastro per cercare l’uomo del quadro senza trovarlo. Lo rividi, alla fine di quel gennaio freddo e nevoso, per caso, a Sol. Mi riconobbe subito e mi salutò col suo abituale sorriso bonario.

-Notizie della signora?- Chiesi con ansia.

-Nulla. – Si affrettò a rispondere. Fece una pausa. -Se le sta tanto a cuore la sorte di quella donna, posso informarmi con le amiche che mi hanno contrattato per svuotare l’appartamento. Sempre che lo voglia- Aggiunse.

-Sì… le sarei molto grato. -Balbettai. -Mi piacerebbe conoscere la sua storia. Per portarla con me insieme alla sua immagine. Per scriverla, perché no?, per non farla morire con lei, per aiutarla a vivere fino a quando qualcuno ancora la possa ricordare e raccontare.-

-Sa! Ci avrei giurato! Intuivo che lei scrivesse… – S’illuminò nel viso, fissandomi a lungo con i suoi occhi chiari. – Dove posso rintracciarla per comunicarle le notizie che le interessano?-

-Oh!- Esclamai subito con sorpresa. – Mi chiami a questo numero. Mi troverà senz’altro.-

Annotò il numero, mi strinse la mano e, scendendo per i gradini che conducevano alla metropolitana, si perse tra la gente. Continua a leggere »

Parlami d’Amore

PARLAMI D’AMORE é la storia di uno strano viaggio in Italia, rivissuto dal protagonista attraverso gli occhi e la fantasia di chi l’Italia la sogna.  Un amore che progressivamente prende corpo, complice una musica universale, napoletana e no -comunque della prima metà del ‘900-, fino a identificarsi con gli occhi antichi e teneri della madre. Sul filo magico del ricordo, testimone una luna straordinaria e splendida, fra le rovine esistenziali di una Siviglia, intravista appena, decadente e magnifica.

PARLAMI D’AMORE

Prenotai un viaggio a Siviglia. Investigavo i primi anni della scoperta dell’America e dovevo prendere visione di alcuni importanti manoscritti al “Archivo General de Indias”. Alla ragazza dell’agenzia di viaggio raccomandai con insistenza di scegliermi un albergo comodo, possibilmente in centro. Mi rassicurò con un sorriso e un sibillino “vedrà…” Partii una mattina presto da Madrid con un biglietto dell’AVE. Nonostante fossimo in luglio, notai che un golfino non mi sarebbe dispiaciuto sentirlo addosso. Quando scesi dal treno, la stazione di Santa Justa brulicava di operai e di cantieri. La stavano ammodernando, si affrettarono a spiegarmi gli impiegati dell’Ufficio Turistico ai quali mi ero rivolto per cartine e informazioni utili. Uscii sul grande spiazzale della stazione con una piccola valigia in mano, disorientato visibilmente come può esserlo uno straniero. Cercavo di capire dove poter prenotare un taxi che mi portasse fino all’albergo. Non c’erano taxi. O meglio non vidi nessun segnale di fermata. Mi avvicinò invece un uomo basso, non più giovane ma neppure tanto vecchio, e m’indicò l’arrivo di un autobus. Lui stesso salì dietro di me. Capì che stavo cercando un albergo. Ne avevo fatto il nome al conducente del mezzo perché m’indicasse la fermata più vicina. Scese con me e si offrì di accompagnarmi giacché percorreva quella stessa strada. Lo seguii. Mi domandò se fossi italiano. Risposi di sì. Amava molto l’Italia, confessò, anche se aveva visitato solo Milano e Genova mentre avrebbe voluto conoscere anche Roma e Napoli. “Chissà, qualche volta succederà!” Aggiunse con un grosso sospiro. M’indicò l’albergo, mi strinse la mano forte e mi augurò un felice soggiorno. Continua a leggere »

Francis Bacon: Madrid

FRANCIS  BACON

  PROFETA E TESTIMONE

DEL SECOLO FERITO DALL’UOMO

 

 

Dal 2 febbraio di quest’anno è possibile visitare nel Prado un’eccezionale e interessante retrospettiva. Il museo madrileño, in collaborazione con la Tate Britain di Londra e il Metropolitan  Museum of Art di New York, ha voluto commemorare così il centenario della nascita di Francis Bacon, celeberrimo pittore inglese di origini irlandesi. Dagli inizi della sua carriera artistica (1946-1949) fino alle ultime creazioni del 1991, la retrospettiva tenta per la prima volta di fornire una chiave di lettura psicologica, storica e artistica di tutta la sua opera. Per il suo stile figurativo, impattante e drammatico, intensamente commovente e umano, Bacon si è confermato uno degli artisti più originali del secolo passato. Mito e leggenda vivente, affrontò nella sua opera la cruda realtà senza voler fare concessioni o riserve. Giustapponendo la relazione sensuale e la pulsione fisica alla disperazione e all’irrazionalità, mostrò l’essere umano come un animale e forse più che un animale. In un’epoca dominata dall’astrattismo, riunì nel suo studio londinese un vasto fondo d’immagini virtuali che abbracciava l’arte del passato, la fotografia, il cinema. Le inquietudini artistiche e filosofiche dell’uomo Bacon sono il vero filo conduttore della mostra. Nella sua pittura la rappresentazione bestiale della natura umana si combina con concrete allusioni alle devastazioni compiute dalla seconda guerra mondiale. Il nudo maschile, studiato in Michelangelo e nelle migliaia di foto di atleti e lottatori, assurto a simbolo di una fragilità umana in contrasto con l’idea della virilità, e il grido, che esprime sofferenze represse, a volte violenza, saranno vere e proprie costanti della sua opera. Le pitture iniziali testimoniano lo sforzo dell’artista nel volere equilibrare la penetrazione psicologica con la materialità della carne, con lo spessore del pigmento. Continua a leggere »

Un’armonica a Auschwitz

Il puntino che divenne una macchia,

che divenne una striscia,

che divenne un bambino

(Boyne John)

 

Forse è una filastrocca, ma non ha la cantilena, forse è una ninna nanna o forse è una preghiera; forse è l’incipit di un racconto, forse è un non ricordo mai vissuto, forse è una memoria che non vuole essere sondata, forse è un incubo da dimenticare, o forse è ciò che resta di un brutto sogno che non è stato mai narrato. Forse è una semplice storia che vuole essere solo raccontata. Il puntino che si fece macchia che divenne una striscia che diventò un bambino aveva un nome. Tutti i bambini al di là della rete avevano un nome. Senza forse.

Socrathe

 

Un’armonica  a  Auschwitz 

Un Uomo Libero

 

a tutti i bambini che sono morti

nei campi di concentramento nazisti;

a tutti i bambini che quotidianamente

muoiono, vittime innocenti e sacrificali

della follia degli adulti;

nel giorno della Memoria

 

David si era accovacciato nella neve. Suonava una vecchia armonica che aveva trovato fra le cose di Ester.  Era tutto quello che restava di una donna, della sua famiglia, della sua storia. Si erano fatti compagnia per settimane fino a quando la donna si ammalò. La vide partire, una mattina di novembre, per una destinazione senza ritorno. Senza poterle dire neppure grazie, neppure addio. I forni crematori numero quattro e cinque funzionavano ininterrottamente. Prima o poi sarebbe arrivato il loro turno. Per Ester quel turno era già arrivato. Tossiva, si era ridotta una larva, puzzava nonostante si lavasse con la neve. La prossima selektion non l’avrebbe di sicuro superata povera donna! E così fu. Crollata sotto il peso del suo male. Aveva amato David come figlio suo, dopo che la madre, da subito all’arrivo, era stata mandata ai crematori. Lo aveva accudito come se quel bambino fosse l’ultima ragione della sua vita, l’ultimo sforzo per sentirsi viva in quell’inferno d’uomini. E ora, mentre andava all’appello, lo guardava, volgendosi indietro, con gli occhi della madre. Pieni di lacrime, consapevoli della propria fine imminente. Ma quale destino per David? Continua a leggere »

Il Fuggitivo

Mi trovavo a Barcellona per partecipare a un convegno. Avevo prenotato il mio solito albergo. Una serata fresca, di fine estate, preludio di un autunno imminente. La brezza marina lasciava sulle basole dei marciapiedi e sul bitume delle strade un velo di falsa rugiada. Appiccicaticcia, vischiosa. Avevo comprato un biglietto dell’AVE e in circa due ore e tre quarti un treno elegante, e soprattutto comodo, mi aveva portato dalla stazione di Atocha di Madrid fino alla stazione di Sants, nel cuore della vecchia Barcellona. Sistemai il mio piccolo bagaglio nella stanza d’albergo. Il tempo di rinfrescarmi ed uscii. Quattro passi per la rambla principale che da piazza Cataluña porta dritta al mare. Variopinta, bizzarra, inimitabile palcoscenico del mondo. I mimi, statue immobili e vive, offrivano strane performances in compenso di qualche centesimo e spesse volte di un semplice sorriso. Mi stancai. Aspettai che si liberasse un posto nei sedili di ferro sistemati all’inizio del viale, in prossimità della piazza, per sedermi e riposare, per vedere sfilare il mondo davanti ai miei occhi. Squillò il mio cellulare. Erano amici. Mi chiamavano dalla Sicilia per avere notizie della città. M’informavano di avere comprato un pacchetto turistico e a giorni sarebbero arrivati con un volo charter. Conversammo di tante cose. Una telefonata lunga che costò a entrambi un autentico patrimonio. Riattaccarono. Emisi un sospiro di sollievo che si trasformò in una specie di singhiozzo all’apparire del residuo credito telefonico.

-Mi saprebbe dire l’ora?- Chiese una voce di ragazzo dall’altra estremità del sedile di ferro.

Mi girai istintivamente verso di lui. Non so se fosse già seduto in quel posto prima che io arrivassi. Di sicuro non lo avevo notato. Mi sorprese che qualcuno si rivolgesse a me nella mia lingua. Estrassi dalla tasca della camicia il telefonino e glielo mostrai perché potesse leggere lui stesso l’ora.

-Italiano? – Tornò a chiedere, quando si rese conto che io non avevo molta voglia di parlare.

-Sì.- Risposi telegrafico ed anche un po’ diffidente.

-Guardando con attenzione i tratti molto marcati del suo volto lo avrei qualificato come un uomo del sud.- Continuò senza curarsi del mio riserbo.

-Sì.- Confermai, avaro di parole.

-Non ha l’aria di chi viene qua in vacanza. – Riprese. -Il suo aspetto non ha niente del turista. Piuttosto io lo crederei negli affari. L’ho visto fare su e giù per la rambla. Avrei giurato che fosse uno del posto. La disinvoltura di chi conosce i luoghi, il passo frettoloso e deciso, lo sguardo che non ha bisogno di indugiare altrove per scoprire architetture e posti sconosciuti.-

Lo guardai meglio. La sua analisi non mi pareva superficiale. Anzi. Nascondeva uno spirito sensibile. Mi sembrò, ad una prima occhiata, un abile scrutatore di uomini e cose. Mi guardava con occhi intelligenti e vivi. Aspettava da me una parola, un gesto che gli avrebbero concesso l’onore della mia confidenza. Ero molto guardingo al riguardo.

Barcellona è una città dalla vita molto articolata e complessa. Offre con facilità incontri tra i più vari, nasconde insospettabili inganni, trasgredisce le più elementari regole della convivenza per una vita anarchica e spensierata.

Ritornai a guardarlo con più interesse. Sperava sempre in un mio aiuto.

-Io, invece, non sono del sud…- Proseguì come se non avesse mai fatto una pausa.

-Questo lo avevo intuito.- Lo interruppi, togliendolo da un imbarazzo che diventava insostenibile.

S’illuminò di gioia appena sentì la mia considerazione.

-Sono di Monza.- Precisò.

-Per quale ragione ti trovi qui a Barcellona?- Chiesi, assecondando finalmente le sue aspettative.

Ebbe un attimo d’incertezza. Glielo lessi negli occhi.

-Scappato. Sono scappato di casa. – Sorrise maliziosamente e scrutò con curiosità il mio volto per leggervi l’inevitabile sorpresa.

-Come scappato?- Gridai con affanno e preoccupazione nella voce.

-Scappato! Come si scappa da una galera, da un pericolo, da qualcosa che limita la tua libertà senza un giusto motivo.- Sorrideva ancora, calmo, imperturbabile.

-Ma ti rendi conto di quello che hai fatto?- Lo rimproverai questa volta con molta partecipazione.

-A quest’ora i tuoi genitori saranno preoccupatissimi, ti staranno cercando come pazzi…-

-Certamente! Mi rendo conto. Non sono più un bambino, ho ventisette anni compiuti.-

-La polizia ti starà cercando, ma anche programmi televisivi che si occupano di rintracciare persone scomparse, sarai con la tua foto su tutti i giornali…- Volevo impaurirlo per spingerlo a recarsi al più vicino ufficio dei Mossos d’Esquadra.

-Tranquillo. Non si preoccupi!- Aggiunse.- E’ da prima dell’estate che manco da Monza. Ma non sono mica scemo, io! Prevedevo che ciò sarebbe potuto accadere. Per evitarlo, appunto, dopo qualche giorno dalla mia fuga, chiamai mia madre in ufficio e la rassicurai in questo senso.-

-E lei che cosa rispose? Quali reazioni ebbe?- Domandai.

-Certamente non era molto contenta di quello che avevo fatto. M’implorò di ritornare. Ovvio! Voleva sapere dove mi trovassi e glielo dissi, anche perché sarebbe stato inutile nasconderlo. La polizia, già era stata avvisata, mi confessò, in poco tempo avrebbe potuto scoprire la provenienza della telefonata.-

-Non hai chiamato dal tuo cellulare?- Passava da una mano all’altra nervosamente un telefonino piccolissimo e sicuramente costoso. Lo aveva estratto da una tasca dei pantaloni dopo che aveva raggiunto la certezza di aver suscitato in me un interesse per la sua vita.

-Non sono pazzo a tal punto! L’ho chiamata da un locutorio, un posto pubblico dal quale si possono fare telefonate internazionali dirette a quasi tutti i paesi del mondo. A Barcellona ce ne sono tanti. Del resto qui lavorano migliaia di emigrati. Provengono da terre anche molto lontane come India, Pakistan. L’ho rassicurata dicendole di avere trovato un lavoro, di stare a mio agio, di voler fare esperienza. Quando non avrei più potuto mantenermi, le ho promesso che sarei ritornato.-

Sorrise sempre con molta malizia.

-Mai!- Aggiunse fiero e deciso.

-Aspetta…- lo interruppi confuso.- Fammi capire. Hai detto di aver trovato un lavoro? Dove lavori, allora?-

-L’ho detto per tranquillizzarla. Dissi di fare il lavapiatti in un ristorante.-

-Ed è così?-

-In parte è vero. Il lavoro ce l’ho. Lavo qualcosa. Ma non piatti. Cessi. Di un locale notturno porno. Quando non lavo i cessi, la direzione m’impegna come buttafuori alla porta d’ingresso. Per selezionare la clientela, per intervenire in caso di risse e di molestie.-

Sorrideva sempre come se avesse voluto farmi un dispetto.

-Che sciocchezza fuggire da casa per poi finire a pulire cessi in una città lontana dove nessuno ti conosce!- Commentai con amarezza.

-Lei non potrà capirmi mai.- Rintuzzò subito le mie parole.-Mio padre è un alto dirigente della Regione Lombardia; mia madre, preside di un liceo di Milano. Non mi hanno fatto mai mancare niente, però mi hanno privato del vero necessario. Il loro tempo, le loro vite. Sin da piccolo mi consegnarono alle cure di decine di governanti che il mio carattere ribelle spesso metteva in fuga dopo alcune settimane. Ero stufo di vivere solo fra le mura di una casa piena di ogni comodità ma disabitata dall’amore e dall’affetto. Progettai tante volte una fuga senza avere mai il coraggio di realizzarla. A scuola non eccellevo. Anzi la odiavo perché mi sottraeva la compagnia di mia madre. Passavo intere giornate davanti alla televisione o al computer fra decine e decine di giochi elettronici. A stento vedevo mio padre il sabato e la domenica. Quando stavamo insieme, scaricava i suoi nervi su di me. A che cosa serve accumulare, indebitarsi per comprare una baita in montagna, una villetta al mare, se non si ha il tempo di potere godere queste cose?…- Continua a leggere »

Un giorno di maggio del 1992 una telefonata inaspettata mi raggiunse, sconvolgendo la mia vita. Lei, Anna Tolentino, era stata ricoverata al Policlinico Gemelli di Roma. Unica e importante parente prossima di mia madre, era stata da sempre per me madre premurosa, guida spirituale, riferimento sicuro. Partii nella notte per essere a Catania in tempo e volare con il primo aereo a Roma. Un treno e poi un taxi. Giunsi nella tarda mattinata a Pineta Sacchetti, dove si trova il policlinico Gemelli. Mi aspettava come sempre Lilia, la signorina Lilia Bianchini, la fedele e affettuosa segretaria che da qualche tempo, con dedizione filiale, si preoccupava della sua vita. Salii al decimo piano e lì la trovai. A letto, smunta ma ancora lucidissima e presente. Si meravigliò di vedermi. Credo che in quel momento capisse con certezza la gravità del suo male. Un cancro al pancreas in pochi mesi vinse il suo fisico di ferro e la restituì, dopo una lunga vita di preghiere e di opere, al suo Signore.

Anna Tolentino era nata a Carrara nel 1913 da Giuseppe Tolentino, originario di Scicli, impiegato presso la filiale del Credito Italiano di quella città. Anna mosse i primi passi sotto la vigile sorveglianza del padre di cui possedeva il carattere dolce e autoritario al tempo stesso, discreto e riservato. Si diplomò ragioniera in un’epoca nella quale le donne difficilmente accedevano a studi superiori. Trovò un primo impiego in un’impresa di lavorazione marmi. Giovanissima, cominciò a lavorare nelle file della Gioventù Femminile (GF) di Azione Cattolica, divenendo, non ancora ventenne, presidente diocesana. Educata sin da piccola ai valori religiosi e morali dal padre, molto aveva contribuito nella sua formazione religiosa l’abituale presenza in famiglia del canonico don Ignazio Burgaletta, anch’egli di Scicli, amico d’infanzia di Giuseppe Tolentino e legato a lui da vincoli di profonda e fraterna amicizia. Don Ignazio Burgaletta, dottore in diritto canonico, a quei tempi ricopriva un incarico presso la Segreteria di Stato vaticana e insegnava al Collegio Massimo di Roma. Più volte Zia Anna me ne tratteggiò, in varie occasioni, la figura che nel suo affetto si confondeva con quella del padre. Ma l’incontro decisivo e importante della sua vita lo fece nel 1939. Armida Barelli, un’esponente della borghesia milanese, fondatrice con padre Agostino Gemelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di cui divenne tesoriera, l’aveva conosciuta a Carrara in un convegno nazionale di presidenti diocesane della G.F. In un incontro ad Assisi, le chiese di diventare la sua segretaria a Milano. Fu quest’opportunità, disperatamente osteggiata dal padre in un carteggio epistolare nel quale il temperamento siciliano viene fuori con accenti quasi drammatici, a costruire un mito che durerà anche oltre la sua vita. Tenace come il padre nelle scelte, fu strumento inconsapevole dell’azione dello Spirito Santo in un tempo di grandi tensioni politiche, culturali e religiose che molto coinvolsero l’Europa e il mondo. Allo stesso modo di La Pira, che conosceva molto bene e di cui era fedele amica, seppe tessere quella rete di alleanze tra Chiesa e potere politico, tra mondo laico e mondo religioso. Continua a leggere »