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Archive for the ‘Racconti’ Category

L’ultimo Debussy

Conobbi Manuel per caso. Avevo subito un intervento chirurgico e ora trascorrevo una lenta convalescenza in un piccolo pensionato per lungodegenti, dove avevo deciso di ricoverarmi per essere accudito meglio. Lontano dalla mia famiglia, lontano dall’Italia. Passavo intere giornate a scrivere con un vecchio PC o a leggere qualche libro di poesie che mi ero opportunamente portato. Le giornate scorrevano lente, monotone, interminabili. La mattina, a scelta, a tutti gli ospiti della casa facevano omaggio di una copia de El Mundo o de El País.  La lasciavano sul tavolinetto con la colazione per invogliarci alla lettura, per distrarci un po’. La casa possedeva anche un grande salone, una vera e propria hall che funzionava come luogo d’accoglienza, di aggregazione o semplicemente come luogo dove era possibile seguire i programmi della televisione.

Quasi mai incontrai nella hall Manuel. Un ragazzone tarchiato, di statura media. Aveva capelli molto neri ondulati sulle tempie e due occhi splendidi, azzurri come gocce di mare e per questo strani, inconsueti. Era appena possibile intravvedere la sua stanza da una porta perennemente accostata, immersa in una fitta penombra per una finestra rigorosamente chiusa. Un muro abbastanza sottile divideva il mio spazio dal suo ma nella realtà grosse pareti separavano le nostre vite. Tendevo spesso l’orecchio per ascoltare un respiro, un leggero russare, un trillo di un cellulare o qualche parola che me lo facesse immaginare vivo.

Manuel restava nascosto agli occhi curiosi del mondo, avvolto in un’aura di mistero e per questo straordinariamente interessante e vero.

Provai a chiedere in giro chi in realtà lui fosse e quale problema lo avesse parcheggiato in quel residence. Molti non avevano neppure notato la sua presenza e chi l’aveva notata, non aveva pensato di farsi le mie strane domande.

Mai una visita, non un parente o un amico. Solo un piccolo computer attraverso il quale Manuel si collegava alla vita.

Decisi di non interessarmi a lui.

Le volte che la porta della sua stanza era rimasta chiusa, capii che lui non c’era. Scompariva mattinate intere per riapparire nel primo pomeriggio nella sua stanzetta, seduto a un piccolo scrittoio o sdraiato sul letto sempre in rigorosa penombra. M’incuriosì la sua passione per la musica. Spesso, in orari permessi, la musica gli teneva compagnia, lo restituiva a una normalità che m’intrigava ogni giorno di più. Chopin, Brahms, Tchaikowsky e soprattutto Satie e Debussy erano i suoi autori preferiti. Amava le atmosfere rarefatte. Sicuramente doveva possedere un forte sentimento romantico e una buona cultura musicale.

Un giorno dovetti andare in centro per sottopormi ad alcuni controlli. Infilai l’entrata dei grandi magazzini del Corte Inglés e, dopo una lunga e complicata ricerca, comprai per lui un cd di brani di Debussy eseguiti da celebri pianisti, nella speranza che il suo computer fosse dotato dell’apposito lettore. Segretamente cercavo, in effetti, un aggancio. Ritornai trionfante per una trovata geniale che mi avrebbe guadagnato la sua amicizia. Quel giorno Manuel non c’era nella sua stanza. Lo aspettai tutta la notte ma la sua porta restava irrimediabilmente chiusa. Mi addormentai confuso, deluso, con quel regalo sul mio tavolinetto e una rabbia in corpo inspiegabile, insana. Neppure il giorno dopo Manuel rientrò. Neppure nei giorni che seguirono. Misi da parte il regalo convinto di aver perduto definitivamente il ragazzo. I giorni trascorrevano più lenti, più monotoni e tristi. Mi mancava quella strana compagnia o la sua musica mandata a basso volume che mi arrivava come da mondi lontani.

Un giorno Manuel ricomparve. La sua stanza era socchiusa, la penombra greve. Ritornai in fretta alla mia camera, presi il regalo che avevo comprato e, non senza una qualche emozione, bussai timidamente alla porta accostata. Mi aprì un signore alto, stempiato, vecchio, magrissimo, allampanato direi. Vestiva di scuro, due occhi spenti dalle cornee sbiadite e una mano tremante che inconsapevolmente tamburellava sulla porta. Il suo sguardo profondamente interrogativo pareva rassegnato e stanco. Non mi chiese che cosa volessi né perché avessi bussato, rimase fermo sulla soglia a raggelare il mio entusiasmo e il mio sorriso.

-Per il ragazzo… -Balbettai, agitando il pacchetto regalo, spingendo i miei occhi in cerca di Manuel.

L’uomo prese il pacchetto, lo depose sul tavolo e si sedette, senza parlare, al capezzale del letto dove giaceva il giovane. Rimasi sulla soglia non sapendo che cosa fare. Se fossi dovuto andarmene o restare. Rimasi.

-Ho sentito che ama molto la musica, per questo ho voluto regalargli un cd musicale sperando di fargli cosa gradita…- Mi giustificai impacciato.

L’uomo non ebbe nessuna espressione particolare nel volto. Mi avvicinai, allora, ai piedi del letto.

-Che cosa gli è successo?- Domandai quasi con vergognoso pudore, indicandolo col dito.

Manuel aveva gli occhi socchiusi, respirava affannosamente. L’uomo fece spallucce ma una lacrima prepotente gli scivolò da una palpebra.

-Sta proprio così male?- Insistei io.

L’uomo accennò di sì col capo. Manuel aprì per un attimo gli occhi.

-Grazie. – Mi rispose. –Di quale autore sono i pezzi?-

-Debussy. –Risposi con prontezza, molto rianimato.

-E’ il mio preferito.- Affermò con una certa sofferenza nella voce. –Posso chiederle una cortesia?-

-Dimmi. – Dissi con particolare e affettuosa sollecitudine.

-Mi può accendere il PC e cercare Debussy fra le cartelle in esso contenute?-

-Ma certamente!- Lo rassicurai.

Mi misi subito all’opera per accontentarlo. Era un vecchio computer con molti file e molte cartelle. Non mi fu però difficile trovare la cartella nella quale Manuel aveva salvato i pezzi di Debussy a lui tanto cari.

-Ci sono, ho trovato!- Lo avvisai trionfante.

-Colleghi, allora, per favore, le casse al computer e faccia andare a basso volume quelle registrazioni. Sono i file originali dei miei concerti. E’ tutto ciò che rimane della mia arte. Domani non ci sarò, la prego, lo prenda lei il mio PC, in mio ricordo, perché quella musica non sia distrutta. Ho bisogno che qualcuno, vivo, pensi a me, a un ragazzo malinconico che non ebbe il tempo di conoscere appieno la vita. –

Io feci come lui volle. Manuel emise a un tratto un grosso sospiro, tossì e i suoi occhi si chiusero per non riaprirsi mai più mentre il “Clair de lune” lo aiutava a compiere l’ultimo tratto, il più misterioso, del viaggio del suo destino. La sua mano diventò bianca dello stesso pallore dell’astro al quale aveva dedicato i suoi ultimi istanti.

L’uomo che era con lui non si scompose. Io sentii un pianto caldo imprigionarmi gli occhi, la gola. Chiamai una cameriera. Si fece un poco, ma solo un poco di trambusto per non rattristare eccessivamente gli altri pensionanti. Arrivarono il medico che ne certificò la morte e un furgone che trasportò la sua salma alla casa mortuaria. Il vecchio lo seguì. A me non fu permesso. Presi il computer e lo portai nella mia stanza. Fra le tante cose in esso contenute una lettera mi colpì. Era indirizzata al signore della stanza accanto. Era una lettera di addio. Una lettera nella quale mi confessava la sua anima, mi raccontava la sua vita breve, chiedeva la mia amicizia in un momento di disperata solitudine, nell’attesa che la malattia seguisse il suo inevitabile corso.

A Manuel, figlio di una paternità consapevolmente scelta, il mio ricordo, il mio affetto, le mie lacrime.

Un Uomo Libero

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Donna di Cuori

DONNA DI  CUORI

 

 

Era una domenica fredda di gennaio, anche se il sole faceva di tanto in tanto capolino tra nubi che correvano in un cielo azzurro intenso, spinte dal vento. Il “Rastro” di Madrid dispensava, ai numerosi turisti che giungevano da tutte le parti del mondo, il suo consueto spettacolo. Un mercato popolare dove si trova di tutto, dove la gente va per curiosare, dove i ladri scommettono la loro libertà pur di strappare un portafogli, una borsetta, il sacchetto di plastica con quattro cosine appena comprate. Con Portobello e il Mercato delle Pulci parigino, uno fra i più antichi del mondo. Vado spesso la domenica al Rastro. Per cercare libri antichi, stranezze, il pezzo raro che ti commuove e ti convince a portarlo con te come un piccolo schiavo senz’anima. No. Senz’anima no. Le cose un’anima spesso l’hanno. Basta sapere ascoltare. Basta interrogarle per capire le lunghe peripezie, il viaggio attraverso vite diverse che le hanno godute, che le hanno possedute, che si sono avvicendate in un amore tenero e inesprimibile, che le hanno fatte parte di un’intima storia. Lei era là. Mi guardava con occhi supplici, dolcissimi. Affascinante e bella. L’avevo notata per una cornice barocca dai vistosi ricami d’oro, la domenica precedente. Un ritratto di donna di buona fattura, appoggiato a volgarissime chincaglierie. Lo sguardo penetrante e malinconico, triste forse per essere in quel posto, ostentato senza pudore. Per essere venduto come semplice cosa. Non potei esimermi dal fermarmi e dal contemplarlo a lungo come l’ultima volta. Ancora.

-Perché non lo compra, se le piace tanto? Non voleva la cornice ma solo la pittura ed eccola così, proprio come lei aveva richiesto. La vita è varia e strana. Il signore che ha acquistato domenica scorsa la cornice, non era invece interessato al quadro. – Era il venditore che mi scuoteva da una fascinazione e, avendomi riconosciuto, ritornava a offrirmelo.

-Quanto chiede?- Domandai. -Domenica scorsa aveva preteso una somma rilevante.-

-Lei quanto mi dà?- Rilanciò con voce molto conciliante.

-Non certo quello che chiedeva allora.- Dissi distrattamente e senza un vero interesse.

-Venga! Non voglio riportarlo indietro. Troppo ingombrante, potrebbe rovinarsi.-

-Non ho molto denaro con me. Non pensavo di trovarlo.- Lo avvertii timidamente.

-A questo punto qualunque fosse la sua offerta, glielo lascerò comunque. A costo di doverglielo regalare.-

L’uomo mi guardò con occhi benevoli.

-A me non è costato nulla. -Raccontò. – L’ho portato via tra tante cose belle da una casa molto ricca della calle Alfonso XII, proprio alle spalle del Prado. I nuovi proprietari volevano a ogni costo sgomberarla in fretta. Ho venduto tutto e a ottimi prezzi. Questo quadro è l’ultima cosa che rimane ma anche la più importante. Senza dubbio la più difficile da piazzare, considerate le sue misure. Non credo che saranno molti gli acquirenti. E’ meglio che lo prenda lei. Non mi sono ancora reso conto del perché i nuovi inquilini abbiano tanto insistito per farmelo portare via. Di sicuro non lo amavano. Forse un segreto troppo doloroso e triste racchiude lo sguardo malinconico della donna ritratta. Penso proprio che non lo meritassero.-

-Ho solo settanta euro con me e nulla più… -Azzardai con molto impaccio.

-Venga! Dia qua! Gliel’ho detto. Anche a costo di regalarlo, non lo avrei più riportato in magazzino. Sono contento di affidarglielo. Sicuramente lo apprezzerà molto di  più di quelle persone che hanno voluto tanto velocemente disfarsene.-

-Ha detto nuovi inquilini? La casa fu dunque venduta?- Lo interrogai con curiosità.

-Non ancora, credo. Però l’urgenza con la quale mi hanno chiesto di svuotarla di ogni mobile e di tutto ciò che in essa fosse custodito lascia trapelare una simile evenienza. Che tristezza quando la vita ci lascia soli così!- Concluse con amarezza.

-Soli?- Replicai.

-Sì. La abitava una vecchia signora. Senza figli, senza parenti. Solo due amiche. Anche loro avanti negli anni. L’hanno ricoverata in un ospizio e, con il ricavato dell’immobile, credo, la manterranno là. Il quadro, in effetti, la ritrae nella sua splendida giovinezza, nei suoi anni migliori. –

-Dunque vive ancora? -Chiesi stupito.

-Sì. – Mi confermò l’uomo. – Mi parlavano di un buon residence per anziani dalle parti di Mirasierra, una periferia a nord ovest della città. Conosce? Buono, dignitoso, purtroppo maledettamente caro.-

Avvolse il quadro, mentre finiva il suo racconto, in un foglio di plastica per imballaggio prima e in un altro foglio di carta poi. Mi salutò. Contento, si allontanò in direzione opposta alla mia. Portai la pittura a fatica a casa, utilizzando la metropolitana.

Il racconto dell’uomo mi aveva commosso ma anche molto incuriosito. Appesi il quadro a una parete spoglia e da quel giorno la splendida dama condivise con me l’appartamento, i sogni, la vita.

Le domeniche seguenti ritornai  nel Rastro per cercare l’uomo del quadro senza trovarlo. Lo rividi, alla fine di quel gennaio freddo e nevoso, per caso, a Sol. Mi riconobbe subito e mi salutò col suo abituale sorriso bonario.

-Notizie della signora?- Chiesi con ansia.

-Nulla. – Si affrettò a rispondere. Fece una pausa. -Se le sta tanto a cuore la sorte di quella donna, posso informarmi con le amiche che mi hanno contrattato per svuotare l’appartamento. Sempre che lo voglia- Aggiunse.

-Sì… le sarei molto grato. -Balbettai. -Mi piacerebbe conoscere la sua storia. Per portarla con me insieme alla sua immagine. Per scriverla, perché no?, per non farla morire con lei, per aiutarla a vivere fino a quando qualcuno ancora la possa ricordare e raccontare.-

-Sa! Ci avrei giurato! Intuivo che lei scrivesse… – S’illuminò nel viso, fissandomi a lungo con i suoi occhi chiari. – Dove posso rintracciarla per comunicarle le notizie che le interessano?-

-Oh!- Esclamai subito con sorpresa. – Mi chiami a questo numero. Mi troverà senz’altro.-

Annotò il numero, mi strinse la mano e, scendendo per i gradini che conducevano alla metropolitana, si perse tra la gente. (altro…)

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Parlami d’Amore

PARLAMI D’AMORE é la storia di uno strano viaggio in Italia, rivissuto dal protagonista attraverso gli occhi e la fantasia di chi l’Italia la sogna.  Un amore che progressivamente prende corpo, complice una musica universale, napoletana e no -comunque della prima metà del ‘900-, fino a identificarsi con gli occhi antichi e teneri della madre. Sul filo magico del ricordo, testimone una luna straordinaria e splendida, fra le rovine esistenziali di una Siviglia, intravista appena, decadente e magnifica.

PARLAMI D’AMORE

Prenotai un viaggio a Siviglia. Investigavo i primi anni della scoperta dell’America e dovevo prendere visione di alcuni importanti manoscritti al “Archivo General de Indias”. Alla ragazza dell’agenzia di viaggio raccomandai con insistenza di scegliermi un albergo comodo, possibilmente in centro. Mi rassicurò con un sorriso e un sibillino “vedrà…” Partii una mattina presto da Madrid con un biglietto dell’AVE. Nonostante fossimo in luglio, notai che un golfino non mi sarebbe dispiaciuto sentirlo addosso. Quando scesi dal treno, la stazione di Santa Justa brulicava di operai e di cantieri. La stavano ammodernando, si affrettarono a spiegarmi gli impiegati dell’Ufficio Turistico ai quali mi ero rivolto per cartine e informazioni utili. Uscii sul grande spiazzale della stazione con una piccola valigia in mano, disorientato visibilmente come può esserlo uno straniero. Cercavo di capire dove poter prenotare un taxi che mi portasse fino all’albergo. Non c’erano taxi. O meglio non vidi nessun segnale di fermata. Mi avvicinò invece un uomo basso, non più giovane ma neppure tanto vecchio, e m’indicò l’arrivo di un autobus. Lui stesso salì dietro di me. Capì che stavo cercando un albergo. Ne avevo fatto il nome al conducente del mezzo perché m’indicasse la fermata più vicina. Scese con me e si offrì di accompagnarmi giacché percorreva quella stessa strada. Lo seguii. Mi domandò se fossi italiano. Risposi di sì. Amava molto l’Italia, confessò, anche se aveva visitato solo Milano e Genova mentre avrebbe voluto conoscere anche Roma e Napoli. “Chissà, qualche volta succederà!” Aggiunse con un grosso sospiro. M’indicò l’albergo, mi strinse la mano forte e mi augurò un felice soggiorno. (altro…)

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Un’armonica a Auschwitz

Il puntino che divenne una macchia,

che divenne una striscia,

che divenne un bambino

(Boyne John)

 

Forse è una filastrocca, ma non ha la cantilena, forse è una ninna nanna o forse è una preghiera; forse è l’incipit di un racconto, forse è un non ricordo mai vissuto, forse è una memoria che non vuole essere sondata, forse è un incubo da dimenticare, o forse è ciò che resta di un brutto sogno che non è stato mai narrato. Forse è una semplice storia che vuole essere solo raccontata. Il puntino che si fece macchia che divenne una striscia che diventò un bambino aveva un nome. Tutti i bambini al di là della rete avevano un nome. Senza forse.

Socrathe

 

Un’armonica  a  Auschwitz 

Un Uomo Libero

 

a tutti i bambini che sono morti

nei campi di concentramento nazisti;

a tutti i bambini che quotidianamente

muoiono, vittime innocenti e sacrificali

della follia degli adulti;

nel giorno della Memoria

 

David si era accovacciato nella neve. Suonava una vecchia armonica che aveva trovato fra le cose di Ester.  Era tutto quello che restava di una donna, della sua famiglia, della sua storia. Si erano fatti compagnia per settimane fino a quando la donna si ammalò. La vide partire, una mattina di novembre, per una destinazione senza ritorno. Senza poterle dire neppure grazie, neppure addio. I forni crematori numero quattro e cinque funzionavano ininterrottamente. Prima o poi sarebbe arrivato il loro turno. Per Ester quel turno era già arrivato. Tossiva, si era ridotta una larva, puzzava nonostante si lavasse con la neve. La prossima selektion non l’avrebbe di sicuro superata povera donna! E così fu. Crollata sotto il peso del suo male. Aveva amato David come figlio suo, dopo che la madre, da subito all’arrivo, era stata mandata ai crematori. Lo aveva accudito come se quel bambino fosse l’ultima ragione della sua vita, l’ultimo sforzo per sentirsi viva in quell’inferno d’uomini. E ora, mentre andava all’appello, lo guardava, volgendosi indietro, con gli occhi della madre. Pieni di lacrime, consapevoli della propria fine imminente. Ma quale destino per David? (altro…)

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Mi trovavo a Barcellona per partecipare a un convegno. Avevo prenotato il mio solito albergo. Una serata fresca, di fine estate, preludio di un autunno imminente. La brezza marina lasciava sulle basole dei marciapiedi e sul bitume delle strade un velo di falsa rugiada. Appiccicaticcia, vischiosa. Avevo comprato un biglietto dell’AVE e in circa due ore e tre quarti un treno elegante, e soprattutto comodo, mi aveva portato dalla stazione di Atocha di Madrid fino alla stazione di Sants, nel cuore della vecchia Barcellona. Sistemai il mio piccolo bagaglio nella stanza d’albergo. Il tempo di rinfrescarmi ed uscii. Quattro passi per la rambla principale che da piazza Cataluña porta dritta al mare. Variopinta, bizzarra, inimitabile palcoscenico del mondo. I mimi, statue immobili e vive, offrivano strane performances in compenso di qualche centesimo e spesse volte di un semplice sorriso. Mi stancai. Aspettai che si liberasse un posto nei sedili di ferro sistemati all’inizio del viale, in prossimità della piazza, per sedermi e riposare, per vedere sfilare il mondo davanti ai miei occhi. Squillò il mio cellulare. Erano amici. Mi chiamavano dalla Sicilia per avere notizie della città. M’informavano di avere comprato un pacchetto turistico e a giorni sarebbero arrivati con un volo charter. Conversammo di tante cose. Una telefonata lunga che costò a entrambi un autentico patrimonio. Riattaccarono. Emisi un sospiro di sollievo che si trasformò in una specie di singhiozzo all’apparire del residuo credito telefonico.

-Mi saprebbe dire l’ora?- Chiese una voce di ragazzo dall’altra estremità del sedile di ferro.

Mi girai istintivamente verso di lui. Non so se fosse già seduto in quel posto prima che io arrivassi. Di sicuro non lo avevo notato. Mi sorprese che qualcuno si rivolgesse a me nella mia lingua. Estrassi dalla tasca della camicia il telefonino e glielo mostrai perché potesse leggere lui stesso l’ora.

-Italiano? – Tornò a chiedere, quando si rese conto che io non avevo molta voglia di parlare.

-Sì.- Risposi telegrafico ed anche un po’ diffidente.

-Guardando con attenzione i tratti molto marcati del suo volto lo avrei qualificato come un uomo del sud.- Continuò senza curarsi del mio riserbo.

-Sì.- Confermai, avaro di parole.

-Non ha l’aria di chi viene qua in vacanza. – Riprese. -Il suo aspetto non ha niente del turista. Piuttosto io lo crederei negli affari. L’ho visto fare su e giù per la rambla. Avrei giurato che fosse uno del posto. La disinvoltura di chi conosce i luoghi, il passo frettoloso e deciso, lo sguardo che non ha bisogno di indugiare altrove per scoprire architetture e posti sconosciuti.-

Lo guardai meglio. La sua analisi non mi pareva superficiale. Anzi. Nascondeva uno spirito sensibile. Mi sembrò, ad una prima occhiata, un abile scrutatore di uomini e cose. Mi guardava con occhi intelligenti e vivi. Aspettava da me una parola, un gesto che gli avrebbero concesso l’onore della mia confidenza. Ero molto guardingo al riguardo.

Barcellona è una città dalla vita molto articolata e complessa. Offre con facilità incontri tra i più vari, nasconde insospettabili inganni, trasgredisce le più elementari regole della convivenza per una vita anarchica e spensierata.

Ritornai a guardarlo con più interesse. Sperava sempre in un mio aiuto.

-Io, invece, non sono del sud…- Proseguì come se non avesse mai fatto una pausa.

-Questo lo avevo intuito.- Lo interruppi, togliendolo da un imbarazzo che diventava insostenibile.

S’illuminò di gioia appena sentì la mia considerazione.

-Sono di Monza.- Precisò.

-Per quale ragione ti trovi qui a Barcellona?- Chiesi, assecondando finalmente le sue aspettative.

Ebbe un attimo d’incertezza. Glielo lessi negli occhi.

-Scappato. Sono scappato di casa. – Sorrise maliziosamente e scrutò con curiosità il mio volto per leggervi l’inevitabile sorpresa.

-Come scappato?- Gridai con affanno e preoccupazione nella voce.

-Scappato! Come si scappa da una galera, da un pericolo, da qualcosa che limita la tua libertà senza un giusto motivo.- Sorrideva ancora, calmo, imperturbabile.

-Ma ti rendi conto di quello che hai fatto?- Lo rimproverai questa volta con molta partecipazione.

-A quest’ora i tuoi genitori saranno preoccupatissimi, ti staranno cercando come pazzi…-

-Certamente! Mi rendo conto. Non sono più un bambino, ho ventisette anni compiuti.-

-La polizia ti starà cercando, ma anche programmi televisivi che si occupano di rintracciare persone scomparse, sarai con la tua foto su tutti i giornali…- Volevo impaurirlo per spingerlo a recarsi al più vicino ufficio dei Mossos d’Esquadra.

-Tranquillo. Non si preoccupi!- Aggiunse.- E’ da prima dell’estate che manco da Monza. Ma non sono mica scemo, io! Prevedevo che ciò sarebbe potuto accadere. Per evitarlo, appunto, dopo qualche giorno dalla mia fuga, chiamai mia madre in ufficio e la rassicurai in questo senso.-

-E lei che cosa rispose? Quali reazioni ebbe?- Domandai.

-Certamente non era molto contenta di quello che avevo fatto. M’implorò di ritornare. Ovvio! Voleva sapere dove mi trovassi e glielo dissi, anche perché sarebbe stato inutile nasconderlo. La polizia, già era stata avvisata, mi confessò, in poco tempo avrebbe potuto scoprire la provenienza della telefonata.-

-Non hai chiamato dal tuo cellulare?- Passava da una mano all’altra nervosamente un telefonino piccolissimo e sicuramente costoso. Lo aveva estratto da una tasca dei pantaloni dopo che aveva raggiunto la certezza di aver suscitato in me un interesse per la sua vita.

-Non sono pazzo a tal punto! L’ho chiamata da un locutorio, un posto pubblico dal quale si possono fare telefonate internazionali dirette a quasi tutti i paesi del mondo. A Barcellona ce ne sono tanti. Del resto qui lavorano migliaia di emigrati. Provengono da terre anche molto lontane come India, Pakistan. L’ho rassicurata dicendole di avere trovato un lavoro, di stare a mio agio, di voler fare esperienza. Quando non avrei più potuto mantenermi, le ho promesso che sarei ritornato.-

Sorrise sempre con molta malizia.

-Mai!- Aggiunse fiero e deciso.

-Aspetta…- lo interruppi confuso.- Fammi capire. Hai detto di aver trovato un lavoro? Dove lavori, allora?-

-L’ho detto per tranquillizzarla. Dissi di fare il lavapiatti in un ristorante.-

-Ed è così?-

-In parte è vero. Il lavoro ce l’ho. Lavo qualcosa. Ma non piatti. Cessi. Di un locale notturno porno. Quando non lavo i cessi, la direzione m’impegna come buttafuori alla porta d’ingresso. Per selezionare la clientela, per intervenire in caso di risse e di molestie.-

Sorrideva sempre come se avesse voluto farmi un dispetto.

-Che sciocchezza fuggire da casa per poi finire a pulire cessi in una città lontana dove nessuno ti conosce!- Commentai con amarezza.

-Lei non potrà capirmi mai.- Rintuzzò subito le mie parole.-Mio padre è un alto dirigente della Regione Lombardia; mia madre, preside di un liceo di Milano. Non mi hanno fatto mai mancare niente, però mi hanno privato del vero necessario. Il loro tempo, le loro vite. Sin da piccolo mi consegnarono alle cure di decine di governanti che il mio carattere ribelle spesso metteva in fuga dopo alcune settimane. Ero stufo di vivere solo fra le mura di una casa piena di ogni comodità ma disabitata dall’amore e dall’affetto. Progettai tante volte una fuga senza avere mai il coraggio di realizzarla. A scuola non eccellevo. Anzi la odiavo perché mi sottraeva la compagnia di mia madre. Passavo intere giornate davanti alla televisione o al computer fra decine e decine di giochi elettronici. A stento vedevo mio padre il sabato e la domenica. Quando stavamo insieme, scaricava i suoi nervi su di me. A che cosa serve accumulare, indebitarsi per comprare una baita in montagna, una villetta al mare, se non si ha il tempo di potere godere queste cose?…- (altro…)

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UN PALCO AL REAL

UN PALCO AL REAL

C’è un tempo per amare e per essere amato; per odiare e per essere odiato; per vivere e per morire”. Un uomo senza nome, simbolo di un’umanità frustrata, dolente, si perde in un amore strano, ineluttabile, per due donne che sono facce speculari e contrapposte di un’unica femminile, fatale realtà. I personaggi si muovono nella splendida cornice di una Madrid storica di cui il Teatro Real da sempre é stato icona vera ed unica proiezione decadente e malinconica.

Avevo trovato un “palco de entresuelo“, l’ultimo, il più caro perché a lato del palco reale. Per questo, pensai, era rimasto. Davano “La forza del destino” di Giuseppe Verdi al Real. La ragazza al botteghino mi avvisò che lo avrei condiviso con altri sette. Accettai. Per Rigoletto si era registrato con molto anticipo il tutto esaurito e non mi era stato possibile ascoltarlo.

-E’ fortunato, lei, sa?- Mi disse, mentre verificava la mia carta di credito, l’impiegata. – Mezz’ora prima era venuto un altro signore e cercava proprio un posto in un palco. Ma non ho potuto darglielo perché ancora non risultava disdetto.

Io presi il biglietto e, ringraziando velocemente, uscii.

-Si ricordi che lo spettacolo comincia puntualmente alle sei perché la domenica lo anticipano. E’ prudente che venga una mezz’ora prima. Non si accettano ritardatari.- Mi gridò lei, al di là del vetro che la separava dal pubblico.

Non potevo non assistere alla rappresentazione de “La forza del destino” al Real. Verdi stesso nel 1863 era stato presente al debutto in anteprima mondiale di quell’opera. Era arrivato a Madrid nei primi del mese di gennaio per dirigere personalmente le prove. Si era sistemato in un palazzo al lato del teatro, in piazza di oriente, ospite della pensione di Nobile Cataldi dove abitualmente alloggiavano tutti gli artisti e i cantanti. Fu un trionfo incredibile. Tre mesi dopo sarebbe stata presentata a San Pietroburgo in prima mondiale. Uno spazio sacro, carico di memorie, dall’esistenza tormentata e incerta, il Real. Volentieri, quando riuscivo a trovare un biglietto, vi facevo ritorno. Abitavo nelle immediate vicinanze e dalla mia veranda potevo scorgere la sagoma del teatro. Mi dava conforto la notte, prima di coricarmi, fissarla per pochi attimi. Immaginavo gli interni, i palchi e la platea splendidamente illuminati. La musica e il bel canto mi tenevano compagnia soprattutto nelle lunghe e fredde notti d’inverno. Ponevo un cd e il buio mi restituiva intatti, attraverso la fantasia, le atmosfere e i sogni del suo palcoscenico. Mi preparai come si conviene per una serata all’opera. Guardai l’orologio. Era già l’ora. Mi avviai lentamente a piedi con la gioia nel cuore di chi va a visitare un vecchio amico. Lo scalone del teatro mi aprì le sue splendide gradinate a ventaglio e i commessi m’indirizzarono al posto che avevo riservato. Lentamente il teatro cominciò a riempirsi fino a quando un segnale, tra un brusio di voci e di strumenti, avvisò che lo spettacolo stava per iniziare. Accanto a me, proprio a ridosso del separé, una poltrona vuota e il desiderio che lo sarebbe rimasta sempre. Non fu così. Mentre già le luci appassivano, un signore inciampò col suo corpo nel mio ed io mi resi conto di avere un altro vicino a fianco. Fra il primo e il secondo atto non volli andare nel foyer. Mi dava fastidio tutta quella gente che ostentava un’eleganza e una supponenza tipiche di tutti gli appuntamenti operistici. Dal mio posto osservavo lo splendido scenario del teatro e ne godevo i luccichii e gli ori. Il mio vicino non si mosse. Inchiodato alla sua poltroncina, fissava anche lui ma con uno sguardo spento il telone. Gli lanciai un’occhiata veloce. Non aveva sessant’anni e li portava bene anche se il viso mi parve, alla luce del teatro, scavato da profonde rughe. Non vestiva elegantissimo ma dignitosamente. Le sue mani ebbero un fremito mentre sentì i miei occhi addosso. Abbozzò un mezzo sorriso, incrociandoli.

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La casina Rossa, dove è ambientato il racconto, si trova a metà strada tra la vecchia Scicli – Piano ceci e Ragusa. Una casa signorile, affascinante. Era l’ufficio dove risiedeva l’amministrazione delle miniere  di pietra pece. Fu l’unica “casina”  ad essere coperta con tegole rosse. Di stile  austero tedesco, domina come un’aquila la valle dell’Irminio fino a Donnalucata.

Il racconto vuole essere una riflessione sul tema del “doppio” già affrontato da Freud in medicina e da Schnitzler in letteratura. Dalle tinte volutamente gotiche, ripropone un argomento molto attuale oggi: la crisi d’identità che affligge la sessualità moderna. Si parte dal cognome del protagonista, una storpiatura del nome di un letterato tedesco romantico, autore di opere teatrali e racconti Heinrich von Kleist, noto per l’invenzione del “doppio suicidio” più che per la sua letteratura. Sono anni che mi interrogavo se scrivere un dramma o altro. Alla fine ho optato per la forma del racconto. Da molto tempo pensavo di costruire una vicenda un poco “gotica”, torbida. L’idea mi è nata molti anni fa dopo la lettura di “Doppio sogno” di Schnitzler. Fu per me un colpo di fulmine. E non solo per me, visto che Kubrick fece carte false con la famiglia perché lo autorizzasse a trarre dal racconto il film Wide shut eyes. L’inquietudine dei personaggi, l’ambiguità delle loro vite, non potevano non essere tipiche di un’atmosfera tedesca. E quale precisa occasione quella di poter trasferire questo ambiente in un pezzo della mia Sicilia dove, davvero, una ditta tedesca operò tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento.

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