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Archive for the ‘Pensieri e Parole’ Category

Un pedazo de mujer

Venerdì passato, 24 aprile 2009, avevo degli ospiti italiani e decisi di portarli a visitare il Pardo. La mattinata era splendida e calda, la campagna, un’esplosione di fiori. Il Pardo è delle quattro residenze reali spagnole quella che più amo. Appena fuori della Capitale (dista pochi chilometri da Madrid), fu per molti anni la dimora privilegiata di Franco, il cuore impenetrabile del regime. E’ uno splendido castello, perfettamente restaurato e curato, con saloni a misura d’uomo, le cui pareti, interamente ricoperte di arazzi pregiatissimi, ben difendevano la famiglia reale e il suo seguito dai rigori dell’inverno. Il Pardo è stato uno dei monti più sacri e più dipinti della storia della pittura spagnola. Ispirò Velasquez che vi ambientò molti dei suoi celebri ritratti del re, Goya che non fece da meno, forte della lezione “velazqueña”. Trasformato ora nella residenza ufficiale delle delegazioni estere, accoglie capi di stato, re e regine, uomini illustri ai quali la nazione vuole tributare onori particolarmente solenni. Una sorta di albergo a “dieci stelle”. Unico, esclusivo, inimitabile. Nei dintorni, la grande villa della “Zarzuela”, residenza ufficiale del re Juan Carlos I. Solo qualche chilometro più distante, l’altra grande villa della “Moncloa”, già alle porte di Madrid e attigua alla città universitaria, sede ufficiale dell’attuale primo ministro Zapatero e del governo.

L’autobus ci portò in mezz’ora dal terminal della Moncloa al Pardo, al borgo cresciuto intorno al castello e ai suoi splendidi giardini. Mi diressi subito verso il grande cancello aperto incontro a un militare corpulento con baffi folti e di alta statura. Chiesi di visitare il castello. Il militare con molta cortesia mi spiegò che erano state sospese le visite in quei giorni perché stavano ultimando i lavori per accogliere il presidente francese Sarkozy, la sua gentile signora e tutta la delegazione al loro seguito. Io e i miei ospiti ce ne andammo a malincuore.

Oggi, lunedì ventisette, nel telegiornale di mezzogiorno ho visto che, alle undici della mattina, l’aereo presidenziale francese atterrava puntualmente all’aeroporto di Barajas. Tra una giungla di reporter, di giornalisti, di teleobiettivi, Carla Bruni discendeva le scale della rampa dell’aereo con il suo incedere elegante e raffinato da far morire d’invidia persino la divina Wanda Osiris. Sarko al suo seguito, goffo e dozzinale, sembrava un topo Gigio impacchettato.

Al Pardo gli onori militari con una superba sfilata di corazzieri.

Per quanto disinvolta la regina Sofia, era palese, in tutta la famiglia reale, un senso di disagio a confronto con una donna, la cui bellezza e il cui charme erano palpabili nell’aria, intorno, negli sguardi stessi degli invitati presenti. Il re, consumato e impenitente donnaiolo, aveva occhi solo per lei. Spiato impietosamente da mille telecamere, la seguiva, la concupiva quasi con lo sguardo, la trattava con enorme e sospetta affabilità. Eppure, durante la rassegna militare, Carla aveva sentito il bisogno di sfiorare la mano di Sarko, puntualmente ripresa da tutti i fotografi. Per sentire la sua vicinanza. Per trovare la forza di sostenere un vero e proprio assedio mediatico. Apparentemente disinvolta e sicura ma forse mai così bisognosa di certezze. Splendidi ed elegantissimi abiti, i suoi, portati come su una passerella. E che passerella! Nel pomeriggio un salto al Prado, chiuso come sempre il lunedì ai visitatori. In posa davanti ad un quadro di una famiglia reale del passato francese di cui ora lei era la degna ambasciatrice. Stasera, dalla mia veranda, guardo le luci dei balconi del piano nobile del palazzo reale spalancati a festa. Passandovi nel pomeriggio davanti, le guardie di scorta mi avevano confermato la cena di gala di stanotte. (altro…)

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Quest’antichissima manifestazione non deve morire. Se dovesse morire, anche la nostra storia morirebbe con essa. Non è solo una tradizione. E’ un coagulo di memorie. La reazione gioiosa a una vita mortificata e oppressa dai rigori di un rigido inverno sapientemente espressa dall’allegria delle vampe di fuoco. Con scoppiettii, con esuberanze, tra il fumo delle torce di saracchi accese per fare luce al nostro impervio e incerto cammino, la città si riappropria di un’identità che la frenesia di una vita distratta e moderna vorrebbe negarle. La città barocca s’identifica con l’opulenza delle gualdrappe intessute di violacciocche. Risuona dei campanacci che ornano le bardature e questi diventano addirittura la sua voce. Annunziano con una festosa gamma di suoni, per il mistero della loro musica antica, l’arrivo sperato della primavera.

Non c’è cavalcata senza fuochi. Come non ci saranno mai cavalli bardati senza uomini vestiti con costumi d’epoca. Come non ci può essere tradizione senza le torce di ampelodesmo che tracciano magici piani inclinati nella calda penombra che arde sul viso dei cavalieri, sugli occhi di chi quella gioia l’ha vissuta a lungo per tante insperate stagioni della vita.

La comunità si raccoglie intorno a quel fuoco buono e liberatore per celebrare un’agape che non conosce distinzioni sociali, inviti, esclusioni. Perché ognuno in quelle braci ardenti possa ancora riscoprire un’appartenenza, il suo unico ed esclusivo innesto nella pietà dei Padri, quel misterioso sciclitano “way of life” così spesso oggi smarrito e denigrato.

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Foto di Gianni Mania

La Pasqua non appartiene alle tradizioni antiche della nostra città. Sicuramente nel giorno della Resurrezione il popolo celebrava un incontro, “una pace”, tra il Cristo e la Madonna. Tradizione vera, questa, dimenticata, come tante altre, dalla memoria sempre più corta della nostra gente. La processione con il “Venerabile”, no. Quella è antichissima e radicata nella storia della città. Tra l’altro il “Gioia”, prima di essere “decentemente” dipinto (è il caso di dirlo) dal nostro bravissimo e poco conosciuto pittore locale Bartolomeo Militello, non era gran che. Se la memoria non m’inganna, non era neppure custodito in Santa Maria La Nova bensì nella chiesetta di Valverde e non era neanche oggetto di grande venerazione. Tutto credo cominciò con le prime lotte sociali, alla fine dell’ottocento. Si voleva vedere in un Cristo, sventolante per pura combinazione una bandiera rossa, l’atteso salvatore che avrebbe sicuramente riscattato il popolo dal sistema feudale che per secoli lo aveva sfruttato e affamato. (altro…)

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Lighea, o meglio, rispettando il titolo che Giuseppe Tomasi aveva pensato per quel racconto, “La sirena” è l’immagine di una Sicilia eterna che sconfina nel mito. Sconfitta e ambigua. Affascinante come quella donna pesce che incantò il povero La Ciura alla ricerca del senso della vita. Non armoniosa e dolce la sua voce come quella dell’altra Ligheia di omerica memoria che invano cantò per le orecchie tappate di Odisseo. La Ciura è Odisseo. Entrambi cercano un mondo che non c’è, che esiste solo nella memoria e per questo popolato di dei e di miti, d’immortali e di eroi. (altro…)

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Pasolini

Pasolini

A volte, spesso, mi capita di ricredermi su un autore o su una parte della sua opera. Accadde molto tempo fa con il mio poeta preferito, Federico Garcia Lorca. Accadde con un filosofo, Ortega y Gasset. Più che a comprenderlo -quest’ultimo- non riuscivo ad accettarlo. Accadde con Pasolini. Di Federico Garcia Lorca non capivo Poeta en Nueva York. Una poetica strana, uno stile diverso, assolutamente nuovo per Federico. Incominciai a ricredermi quando studiai da vicino questo testo fino a definirlo, concordando con una grossa parte della critica, una delle opere lorchiane più importanti. Tanto fu importante che, nel cinquantenario della pubblicazione di tutti i componimenti sparsi lasciati dal poeta per essere raccolti sotto questo titolo, la “fondazione F.G.Lorca”  pubblicò un volume che voleva essere soprattutto un “canone”. Conteneva le copie fedeli degli originali. Pubblicazione andata a ruba perché a tiratura limitatissima. Fortunatamente ne riuscii a possedere una copia. La stessa cosa mi successe con Ortega y Gasset. Fu un grande filosofo spagnolo, improvvisamente venuto a mancare a luglio di quest’anno, mio carissimo e fraterno amico a tratteggiarne un profilo onesto, a spingermi sul filo del suo ragionamento logico e straordinariamente moderno. Pasolini lo detestavo, da giovane. I suoi film li reputavo insulsi e quasi volgari. Le prime pellicole mi erano di difficile comprensione. Negli anni mi sono avvicinato, soprattutto dopo la sua morte, a questo autore e l’ho scoperto estremamente interessante e vivo. Al di là delle smancerie di una certa critica intellettualoide e cialtrona, ho avuto modo di indagare con spirito più sereno e distaccato la sua anima. Un personaggio scomodo. Anche e soprattutto per il suo partito. In un’epoca nella quale il dogmatismo era “Verbum Domini”. Lacerato da un conflitto permanente tra religiosità e pragmatismo, combattutto tra due grandi forze sotterranee: una visione mistica della vita e un’altra materiale, fatta di aberrazioni, di vizi, di follie. Più che  realismo il suo fu cinismo, crudezza a volte. Indagò, come un medico che incide la piaga, i fenomeni sociali dell’epoca. Ne mise a nudo le vergogne in un’Italia confessionale e bigotta che credeva di risolvere col silenzio le profonde contraddizioni che la affliggevano. Coraggiosamente, battendosi contro chi astutamente chinava il capo e il ginocchio davanti ai mostri sacri del potere: Stato e Chiesa. Lui, uomo fragile ma grande Davide armato della fionda della parola. Omosessuale dichiarato in un mondo ipocrita di bacchettoni. La sua poesia fu una poesia sociale ma anche a volte profonda, concettuale, intima. Il suo mondo fu quello dei poveri. Improvvisato, arcaico, autentico e vero. Il “Vangelo”, additato come pellicola scandalo, oggi é riconosciuto dalla stessa Chiesa, che una volta ne sollecitava il rogo, come la più importante opera cinematografica su Gesù. Un mistico moderno per l’appunto. Anche il nuovo modo di usare la macchina da presa, rivoluzionario, controcorrente, lo consacrerà come uno dei Padri del cinema italiano. Rossellini  fu il produttore di diverse pellicole e Bernardo Bertolucci mosse con lui i primi passi nella qualità di suo assistente. Ne ereditò l’arte del racconto, il coraggio di sfidare la società prevenuta e formale, l’ingenuo stupore di chi é sfiorato dalla bellezza e vinto. Del popolo amava dire che “la loro speranza é nel non avere speranza”. Aveva ragione. Profeta inascoltato, predisse lo sfascio dei tempi moderni pur ricordando che la vita é una ruota che gira e “non muore chi non é mai nato”.

 

 

 

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Gentile Socrathe, la dottissima Santhippe, citando il Gattopardo, mi ha ricordato un’antica riflessione sulla sicilianità. La lunga “frequentazione letteraria” di un uomo straordinario quale fu Giuseppe Tomasi di Lampedusa, inevitabilmente mi ha esposto al contagio del suo pessimismo storico frutto della consapevolezza del tramonto di un’epoca e dell’avvento del nuovo rivestito di nulla. Il Principe, forte di un rigore logico, intravedeva per l’Isola, attraverso i bagliori di un ritrovato destino, una fine che si annunciava lenta, inesorabile. Per questo, rivolgendosi a padre Pirrone, affermava: “Viviamo in una realtà mobile”. Esortava quindi il gesuita ad adattarsi alle mutate realtà. Tomasi di Lampedusa aveva, così, tesaurizzato ed applicato la grande lezione di Lope de Vega che aveva scritto”la mayor discreción es acomodarse al tiempo”. Però il Principe mai si “adattò” al suo tempo. Troppo fiero ed onesto per prestarsi al basso machiavellismo che contraddistingueva il pensiero e l’azione della “nuova” e giovane aristocrazia siciliana, felicemente disegnata nella figura maliziosa e scaltra del nipote Tancredi. A lui Tomasi di Lampedusa affiderà il messaggio più terribile che sia stato lanciato nel novecento -e non solo nel novecento- al popolo siciliano, diventato poi la filosofia e la sintesi del potere: quel “cambiare qualcosa perché nulla cambi”. Lapidario e cinico. Tomasi fotografa spietatamente le due anime della Sicilia. La malinconica, rassegnata solitudine del popolo da una parte (paradossalmente impersonato da don Fabrizio che ne diventa coscienza) e dall’altra gli infiniti volti e le menzogne del potere in un equilibrio risicato e colpevole. E’ stata profezia, visione, l’analisi politico-storica offertaci dal Lampedusa? E’ stata una chiave di lettura per meglio comprendere, nell’attualità del presente, la complessità dell’anima siciliana? Non saprei rispondere. Il Principe preferisce un esilio esistenziale, che inevitabilmente risolverà la morte, alla proposta “nuova” di Chevalley, l’inviato dei “Piemontesi”. Per me é l’unica, onorevole, soluzione possibile. Come ha ottimamente citato la gentile Santhippe, nulla di nuovo sotto il sole e tutto resta disperatamente identico a come era prima. Rimangono i proclami, gli appelli, i toni sinistramente adulatori degli uomini di governo(la “nuova” aristocratica casta), si chiamino “miccichè, cuffaro o falconeri” che hanno tradito ripetutamente nel tempo i siciliani onesti, liberi e coraggiosi, rubando loro l’unica vera ricchezza sulla quale potevano contare: il sogno. A rileggerLa sempre insieme a Santhippe.
 
Un uomo libero

 23/02/2008

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NÓSTOI

NÓSTOI

Del suo ritorno il dì più non s’accende

Di: Un Uomo Libero 

Nòstoi. Celebravano il ritorno degli eroi dalla guerra di Troia. Storie dense nelle quali le gesta cantavano la gioia e la malinconia, la memoria e il lutto. Quanti ritorni da una guerra antica ha conosciuto l’anima di un uomo nel tempo della vita. A volte guerre spietate combattute contro la sua stessa volontà, contro il suo desiderio, contro il suo presunto delirio. Attimi rubati al subconscio. Emersi in lampi di verità negli anni sotto il peso del quotidiano sopravvivere. Ero in una città della Sicilia, tempo fa, e là amici mi chiedevano con molto interesse che cosa mi avesse spinto e determinato a lasciare le mie certezze, a “fuggire” dalle mie abitudini, a scegliere luoghi lontani e nuovi per vivere. Ero senza parole, svuotato dalla curiosità che mi interpellava e alla quale non sapevo dare risposte. In quella domanda lampeggiavano -lo sentivo- la malizia di un’invidia, l’ammirazione per un coraggio che non si voleva pensare, il peso delle catene inevitabilmente espresso da radici profonde e inestirpabili. Li delusi. Perché non raccontai le mie fughe, bensì i miei ritorni. Le ansie che li accompagnavano, i pensieri che li precedevano, le tachicardie del cuore alle prime luci della città antica. Il silenzio solenne e materno delle rovine accoglieva le mie angosce, sublimava i miei timori, castigava, celandosi tra ombre, la mia smania di indipendenza. Indipendenza dalle memorie, dai ricordi che avevano segnato nel bene e nel male la mia vita. Quella vita che cercavo inutilmente di costruire altrove. Raccontai di un’antica affezione alle pietre, alle immagini coagulate sulle mie pupille distratte, nelle notti d’estate, da una luna nuova e lontana, del continuo rimando di una lingua a una storia, a una tradizione, a un’antica fortuna. Mi accorsi che la Terra era così dentro di me che io ero parte di Essa. Che io stesso ero voce, lamento, canto, preghiera. Non potevo dunque distinguermi. Insostituibile parte di un tutto che era sopravvissuto ai numerosi venti agitati della storia. Il mio sangue era un antico miscuglio di uomini. Era forse questo il segreto della certezza malinconica che mi attirava come calamita tra le vecchie mura. Era questo il segreto della fierezza con cui mi dichiaravo alle etnie del mondo. Era questo il senso vero, l’ultimo e l’unico, della mia inquietudine.  

Un Uomo Libero

 

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