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Archive for ottobre 2009

L’ultimo Debussy

Conobbi Manuel per caso. Avevo subito un intervento chirurgico e ora trascorrevo una lenta convalescenza in un piccolo pensionato per lungodegenti, dove avevo deciso di ricoverarmi per essere accudito meglio. Lontano dalla mia famiglia, lontano dall’Italia. Passavo intere giornate a scrivere con un vecchio PC o a leggere qualche libro di poesie che mi ero opportunamente portato. Le giornate scorrevano lente, monotone, interminabili. La mattina, a scelta, a tutti gli ospiti della casa facevano omaggio di una copia de El Mundo o de El País.  La lasciavano sul tavolinetto con la colazione per invogliarci alla lettura, per distrarci un po’. La casa possedeva anche un grande salone, una vera e propria hall che funzionava come luogo d’accoglienza, di aggregazione o semplicemente come luogo dove era possibile seguire i programmi della televisione.

Quasi mai incontrai nella hall Manuel. Un ragazzone tarchiato, di statura media. Aveva capelli molto neri ondulati sulle tempie e due occhi splendidi, azzurri come gocce di mare e per questo strani, inconsueti. Era appena possibile intravvedere la sua stanza da una porta perennemente accostata, immersa in una fitta penombra per una finestra rigorosamente chiusa. Un muro abbastanza sottile divideva il mio spazio dal suo ma nella realtà grosse pareti separavano le nostre vite. Tendevo spesso l’orecchio per ascoltare un respiro, un leggero russare, un trillo di un cellulare o qualche parola che me lo facesse immaginare vivo.

Manuel restava nascosto agli occhi curiosi del mondo, avvolto in un’aura di mistero e per questo straordinariamente interessante e vero.

Provai a chiedere in giro chi in realtà lui fosse e quale problema lo avesse parcheggiato in quel residence. Molti non avevano neppure notato la sua presenza e chi l’aveva notata, non aveva pensato di farsi le mie strane domande.

Mai una visita, non un parente o un amico. Solo un piccolo computer attraverso il quale Manuel si collegava alla vita.

Decisi di non interessarmi a lui.

Le volte che la porta della sua stanza era rimasta chiusa, capii che lui non c’era. Scompariva mattinate intere per riapparire nel primo pomeriggio nella sua stanzetta, seduto a un piccolo scrittoio o sdraiato sul letto sempre in rigorosa penombra. M’incuriosì la sua passione per la musica. Spesso, in orari permessi, la musica gli teneva compagnia, lo restituiva a una normalità che m’intrigava ogni giorno di più. Chopin, Brahms, Tchaikowsky e soprattutto Satie e Debussy erano i suoi autori preferiti. Amava le atmosfere rarefatte. Sicuramente doveva possedere un forte sentimento romantico e una buona cultura musicale.

Un giorno dovetti andare in centro per sottopormi ad alcuni controlli. Infilai l’entrata dei grandi magazzini del Corte Inglés e, dopo una lunga e complicata ricerca, comprai per lui un cd di brani di Debussy eseguiti da celebri pianisti, nella speranza che il suo computer fosse dotato dell’apposito lettore. Segretamente cercavo, in effetti, un aggancio. Ritornai trionfante per una trovata geniale che mi avrebbe guadagnato la sua amicizia. Quel giorno Manuel non c’era nella sua stanza. Lo aspettai tutta la notte ma la sua porta restava irrimediabilmente chiusa. Mi addormentai confuso, deluso, con quel regalo sul mio tavolinetto e una rabbia in corpo inspiegabile, insana. Neppure il giorno dopo Manuel rientrò. Neppure nei giorni che seguirono. Misi da parte il regalo convinto di aver perduto definitivamente il ragazzo. I giorni trascorrevano più lenti, più monotoni e tristi. Mi mancava quella strana compagnia o la sua musica mandata a basso volume che mi arrivava come da mondi lontani.

Un giorno Manuel ricomparve. La sua stanza era socchiusa, la penombra greve. Ritornai in fretta alla mia camera, presi il regalo che avevo comprato e, non senza una qualche emozione, bussai timidamente alla porta accostata. Mi aprì un signore alto, stempiato, vecchio, magrissimo, allampanato direi. Vestiva di scuro, due occhi spenti dalle cornee sbiadite e una mano tremante che inconsapevolmente tamburellava sulla porta. Il suo sguardo profondamente interrogativo pareva rassegnato e stanco. Non mi chiese che cosa volessi né perché avessi bussato, rimase fermo sulla soglia a raggelare il mio entusiasmo e il mio sorriso.

-Per il ragazzo… -Balbettai, agitando il pacchetto regalo, spingendo i miei occhi in cerca di Manuel.

L’uomo prese il pacchetto, lo depose sul tavolo e si sedette, senza parlare, al capezzale del letto dove giaceva il giovane. Rimasi sulla soglia non sapendo che cosa fare. Se fossi dovuto andarmene o restare. Rimasi.

-Ho sentito che ama molto la musica, per questo ho voluto regalargli un cd musicale sperando di fargli cosa gradita…- Mi giustificai impacciato.

L’uomo non ebbe nessuna espressione particolare nel volto. Mi avvicinai, allora, ai piedi del letto.

-Che cosa gli è successo?- Domandai quasi con vergognoso pudore, indicandolo col dito.

Manuel aveva gli occhi socchiusi, respirava affannosamente. L’uomo fece spallucce ma una lacrima prepotente gli scivolò da una palpebra.

-Sta proprio così male?- Insistei io.

L’uomo accennò di sì col capo. Manuel aprì per un attimo gli occhi.

-Grazie. – Mi rispose. –Di quale autore sono i pezzi?-

-Debussy. –Risposi con prontezza, molto rianimato.

-E’ il mio preferito.- Affermò con una certa sofferenza nella voce. –Posso chiederle una cortesia?-

-Dimmi. – Dissi con particolare e affettuosa sollecitudine.

-Mi può accendere il PC e cercare Debussy fra le cartelle in esso contenute?-

-Ma certamente!- Lo rassicurai.

Mi misi subito all’opera per accontentarlo. Era un vecchio computer con molti file e molte cartelle. Non mi fu però difficile trovare la cartella nella quale Manuel aveva salvato i pezzi di Debussy a lui tanto cari.

-Ci sono, ho trovato!- Lo avvisai trionfante.

-Colleghi, allora, per favore, le casse al computer e faccia andare a basso volume quelle registrazioni. Sono i file originali dei miei concerti. E’ tutto ciò che rimane della mia arte. Domani non ci sarò, la prego, lo prenda lei il mio PC, in mio ricordo, perché quella musica non sia distrutta. Ho bisogno che qualcuno, vivo, pensi a me, a un ragazzo malinconico che non ebbe il tempo di conoscere appieno la vita. –

Io feci come lui volle. Manuel emise a un tratto un grosso sospiro, tossì e i suoi occhi si chiusero per non riaprirsi mai più mentre il “Clair de lune” lo aiutava a compiere l’ultimo tratto, il più misterioso, del viaggio del suo destino. La sua mano diventò bianca dello stesso pallore dell’astro al quale aveva dedicato i suoi ultimi istanti.

L’uomo che era con lui non si scompose. Io sentii un pianto caldo imprigionarmi gli occhi, la gola. Chiamai una cameriera. Si fece un poco, ma solo un poco di trambusto per non rattristare eccessivamente gli altri pensionanti. Arrivarono il medico che ne certificò la morte e un furgone che trasportò la sua salma alla casa mortuaria. Il vecchio lo seguì. A me non fu permesso. Presi il computer e lo portai nella mia stanza. Fra le tante cose in esso contenute una lettera mi colpì. Era indirizzata al signore della stanza accanto. Era una lettera di addio. Una lettera nella quale mi confessava la sua anima, mi raccontava la sua vita breve, chiedeva la mia amicizia in un momento di disperata solitudine, nell’attesa che la malattia seguisse il suo inevitabile corso.

A Manuel, figlio di una paternità consapevolmente scelta, il mio ricordo, il mio affetto, le mie lacrime.

Un Uomo Libero

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