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Archive for febbraio 2009

Michele veniva barcollando con un passo discreto, trascinato dal ritmo della sua fisarmonica. Ubriaco solo di note e di sole. Per qualche spicciolo regalava un valzer o una mazurka che spesso finiva, dopo capricciose variazioni, nello stesso motivo del valzer. Biascicava parole che, bambino, appena capivo. Malinconico e misterioso, sfidava le insicurezze del giorno con la sua intima vocazione di zingaro. Conosceva tutte le vie e le viuzze di una città antica, non ancora fuggita verso gli instabili e argillosi pianori che la spingevano verso il mare. Una casbah infinita, abbarbicata ai costoni della rocca, vera e propria “alcazaba” . Il sole dell’estate proiettava la sua ombra instabile e allegra sui muri delle case imbiancate a calce mentre un sorriso fioriva, per il miracolo della sua musica, fra le labbra asciugate dalla calura. Amava suonare per i bambini. I bambini lo amavano. Gli offrivano il soldino con il gesto generoso di chi voleva solo bene. Abbandonava la tastiera per accettare il dono con un buffo movimento di marionetta.

Michele faceva parte di un mondo in decomposizione. Che scompariva lentamente senza che ce ne rendessimo conto. Dissolvenze e vite che non avrebbero più trovato la loro giusta dimensione nel futuro segnato dal progresso e dal benessere. Più tardi, molto tardi capimmo quanto importante fosse stata la sua presenza in quel microcosmo che oggi appartiene solo ai ricordi. Travolti da una febbre del fare, ci siamo persi nel labirinto dei nostri mille nuovi bisogni. La vita, però, è una. Va vissuta intensamente, godendo del sole e dell’ombra, della natura e del canto degli uccelli, di una libertà che il profitto non potrà mai dare. Lui, Michele, queste cose le aveva capite. Da un pezzo. Viveva del poco ma quel poco era molto e lo rendeva felice. Viveva di musica, di malinconia che, spesso il sabato, annegava nel vino. Per accogliere una settimana ancora, per esistere e mantenersi vivo.

Morì? Nessuno veramente lo seppe. Lo piansero le ombre dei vicoli che non ballavano più al suono della sua fisarmonica. Lo piansero forse i vicini di una piccola casa che lui abitava in un’antica cava. La primavera ricoprì la sua terra con un tappeto di fiori sui quali ancora oggi danza l’angelo buono del ricordo, per un ultimo valzer.

Un Uomo Libero

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Donna di Cuori

DONNA DI  CUORI

 

 

Era una domenica fredda di gennaio, anche se il sole faceva di tanto in tanto capolino tra nubi che correvano in un cielo azzurro intenso, spinte dal vento. Il “Rastro” di Madrid dispensava, ai numerosi turisti che giungevano da tutte le parti del mondo, il suo consueto spettacolo. Un mercato popolare dove si trova di tutto, dove la gente va per curiosare, dove i ladri scommettono la loro libertà pur di strappare un portafogli, una borsetta, il sacchetto di plastica con quattro cosine appena comprate. Con Portobello e il Mercato delle Pulci parigino, uno fra i più antichi del mondo. Vado spesso la domenica al Rastro. Per cercare libri antichi, stranezze, il pezzo raro che ti commuove e ti convince a portarlo con te come un piccolo schiavo senz’anima. No. Senz’anima no. Le cose un’anima spesso l’hanno. Basta sapere ascoltare. Basta interrogarle per capire le lunghe peripezie, il viaggio attraverso vite diverse che le hanno godute, che le hanno possedute, che si sono avvicendate in un amore tenero e inesprimibile, che le hanno fatte parte di un’intima storia. Lei era là. Mi guardava con occhi supplici, dolcissimi. Affascinante e bella. L’avevo notata per una cornice barocca dai vistosi ricami d’oro, la domenica precedente. Un ritratto di donna di buona fattura, appoggiato a volgarissime chincaglierie. Lo sguardo penetrante e malinconico, triste forse per essere in quel posto, ostentato senza pudore. Per essere venduto come semplice cosa. Non potei esimermi dal fermarmi e dal contemplarlo a lungo come l’ultima volta. Ancora.

-Perché non lo compra, se le piace tanto? Non voleva la cornice ma solo la pittura ed eccola così, proprio come lei aveva richiesto. La vita è varia e strana. Il signore che ha acquistato domenica scorsa la cornice, non era invece interessato al quadro. – Era il venditore che mi scuoteva da una fascinazione e, avendomi riconosciuto, ritornava a offrirmelo.

-Quanto chiede?- Domandai. -Domenica scorsa aveva preteso una somma rilevante.-

-Lei quanto mi dà?- Rilanciò con voce molto conciliante.

-Non certo quello che chiedeva allora.- Dissi distrattamente e senza un vero interesse.

-Venga! Non voglio riportarlo indietro. Troppo ingombrante, potrebbe rovinarsi.-

-Non ho molto denaro con me. Non pensavo di trovarlo.- Lo avvertii timidamente.

-A questo punto qualunque fosse la sua offerta, glielo lascerò comunque. A costo di doverglielo regalare.-

L’uomo mi guardò con occhi benevoli.

-A me non è costato nulla. -Raccontò. – L’ho portato via tra tante cose belle da una casa molto ricca della calle Alfonso XII, proprio alle spalle del Prado. I nuovi proprietari volevano a ogni costo sgomberarla in fretta. Ho venduto tutto e a ottimi prezzi. Questo quadro è l’ultima cosa che rimane ma anche la più importante. Senza dubbio la più difficile da piazzare, considerate le sue misure. Non credo che saranno molti gli acquirenti. E’ meglio che lo prenda lei. Non mi sono ancora reso conto del perché i nuovi inquilini abbiano tanto insistito per farmelo portare via. Di sicuro non lo amavano. Forse un segreto troppo doloroso e triste racchiude lo sguardo malinconico della donna ritratta. Penso proprio che non lo meritassero.-

-Ho solo settanta euro con me e nulla più… -Azzardai con molto impaccio.

-Venga! Dia qua! Gliel’ho detto. Anche a costo di regalarlo, non lo avrei più riportato in magazzino. Sono contento di affidarglielo. Sicuramente lo apprezzerà molto di  più di quelle persone che hanno voluto tanto velocemente disfarsene.-

-Ha detto nuovi inquilini? La casa fu dunque venduta?- Lo interrogai con curiosità.

-Non ancora, credo. Però l’urgenza con la quale mi hanno chiesto di svuotarla di ogni mobile e di tutto ciò che in essa fosse custodito lascia trapelare una simile evenienza. Che tristezza quando la vita ci lascia soli così!- Concluse con amarezza.

-Soli?- Replicai.

-Sì. La abitava una vecchia signora. Senza figli, senza parenti. Solo due amiche. Anche loro avanti negli anni. L’hanno ricoverata in un ospizio e, con il ricavato dell’immobile, credo, la manterranno là. Il quadro, in effetti, la ritrae nella sua splendida giovinezza, nei suoi anni migliori. –

-Dunque vive ancora? -Chiesi stupito.

-Sì. – Mi confermò l’uomo. – Mi parlavano di un buon residence per anziani dalle parti di Mirasierra, una periferia a nord ovest della città. Conosce? Buono, dignitoso, purtroppo maledettamente caro.-

Avvolse il quadro, mentre finiva il suo racconto, in un foglio di plastica per imballaggio prima e in un altro foglio di carta poi. Mi salutò. Contento, si allontanò in direzione opposta alla mia. Portai la pittura a fatica a casa, utilizzando la metropolitana.

Il racconto dell’uomo mi aveva commosso ma anche molto incuriosito. Appesi il quadro a una parete spoglia e da quel giorno la splendida dama condivise con me l’appartamento, i sogni, la vita.

Le domeniche seguenti ritornai  nel Rastro per cercare l’uomo del quadro senza trovarlo. Lo rividi, alla fine di quel gennaio freddo e nevoso, per caso, a Sol. Mi riconobbe subito e mi salutò col suo abituale sorriso bonario.

-Notizie della signora?- Chiesi con ansia.

-Nulla. – Si affrettò a rispondere. Fece una pausa. -Se le sta tanto a cuore la sorte di quella donna, posso informarmi con le amiche che mi hanno contrattato per svuotare l’appartamento. Sempre che lo voglia- Aggiunse.

-Sì… le sarei molto grato. -Balbettai. -Mi piacerebbe conoscere la sua storia. Per portarla con me insieme alla sua immagine. Per scriverla, perché no?, per non farla morire con lei, per aiutarla a vivere fino a quando qualcuno ancora la possa ricordare e raccontare.-

-Sa! Ci avrei giurato! Intuivo che lei scrivesse… – S’illuminò nel viso, fissandomi a lungo con i suoi occhi chiari. – Dove posso rintracciarla per comunicarle le notizie che le interessano?-

-Oh!- Esclamai subito con sorpresa. – Mi chiami a questo numero. Mi troverà senz’altro.-

Annotò il numero, mi strinse la mano e, scendendo per i gradini che conducevano alla metropolitana, si perse tra la gente. (altro…)

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Parlami d’Amore

PARLAMI D’AMORE é la storia di uno strano viaggio in Italia, rivissuto dal protagonista attraverso gli occhi e la fantasia di chi l’Italia la sogna.  Un amore che progressivamente prende corpo, complice una musica universale, napoletana e no -comunque della prima metà del ‘900-, fino a identificarsi con gli occhi antichi e teneri della madre. Sul filo magico del ricordo, testimone una luna straordinaria e splendida, fra le rovine esistenziali di una Siviglia, intravista appena, decadente e magnifica.

PARLAMI D’AMORE

Prenotai un viaggio a Siviglia. Investigavo i primi anni della scoperta dell’America e dovevo prendere visione di alcuni importanti manoscritti al “Archivo General de Indias”. Alla ragazza dell’agenzia di viaggio raccomandai con insistenza di scegliermi un albergo comodo, possibilmente in centro. Mi rassicurò con un sorriso e un sibillino “vedrà…” Partii una mattina presto da Madrid con un biglietto dell’AVE. Nonostante fossimo in luglio, notai che un golfino non mi sarebbe dispiaciuto sentirlo addosso. Quando scesi dal treno, la stazione di Santa Justa brulicava di operai e di cantieri. La stavano ammodernando, si affrettarono a spiegarmi gli impiegati dell’Ufficio Turistico ai quali mi ero rivolto per cartine e informazioni utili. Uscii sul grande spiazzale della stazione con una piccola valigia in mano, disorientato visibilmente come può esserlo uno straniero. Cercavo di capire dove poter prenotare un taxi che mi portasse fino all’albergo. Non c’erano taxi. O meglio non vidi nessun segnale di fermata. Mi avvicinò invece un uomo basso, non più giovane ma neppure tanto vecchio, e m’indicò l’arrivo di un autobus. Lui stesso salì dietro di me. Capì che stavo cercando un albergo. Ne avevo fatto il nome al conducente del mezzo perché m’indicasse la fermata più vicina. Scese con me e si offrì di accompagnarmi giacché percorreva quella stessa strada. Lo seguii. Mi domandò se fossi italiano. Risposi di sì. Amava molto l’Italia, confessò, anche se aveva visitato solo Milano e Genova mentre avrebbe voluto conoscere anche Roma e Napoli. “Chissà, qualche volta succederà!” Aggiunse con un grosso sospiro. M’indicò l’albergo, mi strinse la mano forte e mi augurò un felice soggiorno. (altro…)

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Francis Bacon: Madrid

FRANCIS  BACON

  PROFETA E TESTIMONE

DEL SECOLO FERITO DALL’UOMO

 

 

Dal 2 febbraio di quest’anno è possibile visitare nel Prado un’eccezionale e interessante retrospettiva. Il museo madrileño, in collaborazione con la Tate Britain di Londra e il Metropolitan  Museum of Art di New York, ha voluto commemorare così il centenario della nascita di Francis Bacon, celeberrimo pittore inglese di origini irlandesi. Dagli inizi della sua carriera artistica (1946-1949) fino alle ultime creazioni del 1991, la retrospettiva tenta per la prima volta di fornire una chiave di lettura psicologica, storica e artistica di tutta la sua opera. Per il suo stile figurativo, impattante e drammatico, intensamente commovente e umano, Bacon si è confermato uno degli artisti più originali del secolo passato. Mito e leggenda vivente, affrontò nella sua opera la cruda realtà senza voler fare concessioni o riserve. Giustapponendo la relazione sensuale e la pulsione fisica alla disperazione e all’irrazionalità, mostrò l’essere umano come un animale e forse più che un animale. In un’epoca dominata dall’astrattismo, riunì nel suo studio londinese un vasto fondo d’immagini virtuali che abbracciava l’arte del passato, la fotografia, il cinema. Le inquietudini artistiche e filosofiche dell’uomo Bacon sono il vero filo conduttore della mostra. Nella sua pittura la rappresentazione bestiale della natura umana si combina con concrete allusioni alle devastazioni compiute dalla seconda guerra mondiale. Il nudo maschile, studiato in Michelangelo e nelle migliaia di foto di atleti e lottatori, assurto a simbolo di una fragilità umana in contrasto con l’idea della virilità, e il grido, che esprime sofferenze represse, a volte violenza, saranno vere e proprie costanti della sua opera. Le pitture iniziali testimoniano lo sforzo dell’artista nel volere equilibrare la penetrazione psicologica con la materialità della carne, con lo spessore del pigmento. (altro…)

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