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Archive for ottobre 2008

LE STREGHE DI SCICLI

 

 

Cuando los hombres no oyen el grito de la razón,
todo se vuelve visiones.

[texto explicativo de “los caprichos” de Goya]

 

Lavoravo a una tesi sull’Inquisizione spagnola e, cercando testi di riferimento via Internet, un giorno m’imbattei in un lavoro pubblicato dalla professoressa Melita Leonardi: Inquisizione e “superstición” nella Contea di Modica tra il XVI e il XVII secolo. Confesso la verità. Quando lo lessi, rimasi di stucco. Per la sua completezza, per il rigore scientifico, per la ricchezza della bibliografia consultata. Non mi sento quindi in grado di aggiungere altro. Bazzicando però l’Archivio Nazionale di Madrid, un giorno non seppi resistere alla tentazione di chiedere in visione i processi di Scicli, puntualmente citati nel lavoro della Leonardi. Li ebbi tra le mani e richiesi le loro fotocopie. Pensai poi che, non essendo stati decifrati e tradotti nella tesi della professoressa ma solo indicati sommariamente, avrei potuto farlo io per fornire un’ulteriore chiave di lettura della mia città nei secoli XVI e XVII. I processi a carico di cittadini sciclitani erano tre. Due riguardavano donne (Pina La Scifa 1596- Vincenza Lentini 1652 circa) e uno fu istruito a carico di un religioso, frate Arcangelo, databile nell’anno 1635. Di quest’ultimo processo non ho voluto intenzionalmente occuparmi. Anche perché nella storia della contea non fu l’unico religioso a incappare nelle maglie dell’Inquisizione. Anzi. A quei tempi per religiosi e uomini di chiesa era molto più facile cadervi. M’incuriosirono invece gli altri due. Celebrati a distanza di quasi cinquant’anni l’uno dall’altro, esaminandoli, venne fuori uno spaccato sociale molto complesso e dinamico. Vivace come quello attuale. Oserei definirlo alquanto moderno. Fatto di donne coraggiose, considerate streghe. Che già in quegli anni osavano nutrire il dubbio della fede. Che sapevano navigare in un mare di ciarlatani e di buontemponi con la scaltrezza tutta femminile di chi ne sa veramente una più del diavolo. Le autorità civili, mosse sempre dallo stesso interesse, si sono, poi, sostituite e rinnovate nel tempo. Le passioni sotterranee hanno continuato a scavare con solchi carsici il cuore degli uomini. In ognuno dei personaggi coinvolti in queste due vicende c’é la ricerca di un bene o di una felicità che alla fine non potevano mai essere raggiunte. Emerge in lontananza il debole profilo di una Chiesa, preoccupata solo di raccogliere indizi e prove. Avara di risposte convincenti in grado di estinguere la grande fame di soprannaturale che albergava nelle coscienze dell’epoca. (altro…)

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La casina Rossa, dove è ambientato il racconto, si trova a metà strada tra la vecchia Scicli – Piano ceci e Ragusa. Una casa signorile, affascinante. Era l’ufficio dove risiedeva l’amministrazione delle miniere  di pietra pece. Fu l’unica “casina”  ad essere coperta con tegole rosse. Di stile  austero tedesco, domina come un’aquila la valle dell’Irminio fino a Donnalucata.

Il racconto vuole essere una riflessione sul tema del “doppio” già affrontato da Freud in medicina e da Schnitzler in letteratura. Dalle tinte volutamente gotiche, ripropone un argomento molto attuale oggi: la crisi d’identità che affligge la sessualità moderna. Si parte dal cognome del protagonista, una storpiatura del nome di un letterato tedesco romantico, autore di opere teatrali e racconti Heinrich von Kleist, noto per l’invenzione del “doppio suicidio” più che per la sua letteratura. Sono anni che mi interrogavo se scrivere un dramma o altro. Alla fine ho optato per la forma del racconto. Da molto tempo pensavo di costruire una vicenda un poco “gotica”, torbida. L’idea mi è nata molti anni fa dopo la lettura di “Doppio sogno” di Schnitzler. Fu per me un colpo di fulmine. E non solo per me, visto che Kubrick fece carte false con la famiglia perché lo autorizzasse a trarre dal racconto il film Wide shut eyes. L’inquietudine dei personaggi, l’ambiguità delle loro vite, non potevano non essere tipiche di un’atmosfera tedesca. E quale precisa occasione quella di poter trasferire questo ambiente in un pezzo della mia Sicilia dove, davvero, una ditta tedesca operò tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento.

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HEMINGWAY E VITTORINI

 

 

Avevo appena dodici anni quando mi capitò fra le mani un libro strano acquistato presso l’antica libreria Poidomani di Modica facendo economie sui soldi che mia madre mi dava per comprare il panino e mangiarlo nei tempi della “ricreazione”. “Fiesta” di Hemingway. Lo lessi d’un fiato. Non conoscevo lo scrittore. Non sapevo niente di Pamplona, dell'”encierro”(1), delle corride e della Spagna. Rimasi stordito dalle atmosfere descritte nel romanzo, dalla prosa di quello scrittore, da una Spagna favolosa e lontana. Volli sapere tutto della Spagna. Fu dopo quella lettura che m’interessai alla cultura ispanica, alla pittura spagnola, Velasquez e Goya soprattutto, fino a studiarla nei minimi particolari. Incominciai a seguire sui giornali dell’epoca le vicende spagnole. Volli leggere tutto di Hemingway.  “Addio alle armi”, “Per chi suona la campana”, “Il vecchio e il mare”, “Verdi colline d’Africa”, “I quarantanove racconti” e via fino a esaurire tutta l’opera narrativa di questo geniale autore americano che fu forse il più grande tra gli scrittori del secolo breve. Hemingway non fu soltanto un grande affabulatore. Fu un mito, una forza della natura, il simbolo di una generazione inquieta e dannata che visse, a cavallo delle due guerre mondiali, in una Parigi libera e perversa tra amori disordinati, assenzio, pastis e champagne. Un uomo in continua contraddizione con la sua anima. Che risolse attraverso la letteratura le sue numerose ossessioni interiori.

La libreria “Shakespeare and Company” di Sylvia Beach in rue de l’Odéon a Parigi coagulò tutti gli spiriti folli di quell’epoca. Siamo negli anni ’20-’30. Da Fitzgerald a Miller, da Dos Passos alla Stein, dalla Barnes a Hemingway, da Joyce a Pound a Eliot. Americani in Europa, richiamati da una città che indiscutibilmente era in quel periodo la capitale mondiale della cultura. Molti di questi scrittori e poeti lasciarono una forte influenza sulla letteratura europea successiva.

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