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Archive for settembre 2008

LA VILLEGGIATURA

LA VILLEGGIATURA

 

 

La villeggiatura. Croce e delizia di un’epoca che non trova più il giusto ricordo. Era la grande prerogativa delle classi borghesi alte, medio alte e di un’aristocrazia di seconda mano che doveva pur pensare ai propri interessi per sopravvivere. L’altra, l’aristocrazia vera, nobile, sciupona e indolente, distaccata e irraggiungibile, non si poneva neppure il problema della sua sopravvivenza. Chiusa in una memoria blindata, scialava il suo patrimonio con la convinzione che tutto fosse rimasto inalterato. Un delirio di eternità che il tempo ha poi bollato negli anni e i grandi stravolgimenti sociali hanno definitivamente seppellito sotto l’avanzare inesorabile di un progresso delle masse atteso e inarrestabile. La villeggiatura, dunque. Un tempo di grazia e di felicità nel quale la vita riduceva i suoi ritmi per fare posto ad amori e ad amorazzi, a tradimenti e a scandali, incoraggiati dall’ozio, sollecitati dalla calura estiva. Nell’antica e patriarcale società sciclitana non esisteva la cultura del viaggio. Anzi. La filosofia popolare esortava con proverbi adeguati a essere stanziali. “U peri ca caminàu buon fruttu nun ni purtàu: o chi si ruppa o chi si spizzàu.” Stigmatizzava la curiosità per l’ignoto, il desiderio urgente di avventura. Questo perché l’ambiente sciclitano dell’epoca era fortemente conservatore. Vedeva nel nuovo una minaccia per i fragili equilibri di una civiltà rurale, decadente e autarchica. A compensazione di tale riflessione, alla fine del secolo XIX era esplosa negli ambienti della media e alta borghesia la passione per la villeggiatura. Che era sempre e comunque un bisogno di viaggio. Seppure controllato e controllabile. La duplicazione di un mondo, fatta ad arte, perché tutto rimanesse immutato. L’aristocrazia di antico lignaggio invece già aveva scoperto il gusto del viaggiare. Parigi era la meta preferita ma anche le città d’arte italiane. Per non parlare di una strana inquietudine che la spingeva a un continuo peregrinare da un posto all’altro, da una villa all’altra, da un castello all’altro. Nel tentativo d’ingannare la noia, ingrediente quotidiano della sua vita facile. Così le feste si moltiplicavano. Come pure i banchetti, gli spettacoli montati ad arte per pochi privilegiati nei teatri privati, all’interno di dimore immense e proibite dove tutto sembrava perfetto, incorrotto e incorruttibile. Dove la polvere diventava il sale necessario ai ricordi. Un velo che separava un mondo falso da quello vero. Questo fu, in sostanza, la villa del Trippatore a Sampieri. Il luogo più frequentato della dolce vita aristocratica iblea. Espressione di un sentire illuminato ma nonostante tutto nido d’aquila. Un olimpo per poveri dei. Condannati a esistere al di fuori della realtà, nella finzione continua del giorno.

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CAPODANNO A MADRID

CAPODANNO A MADRID

 

-Lasci stare.-Disse il direttore con aria distratta, guardando l’orologio a muro per verificare che la sua ora coincidesse con l’ora che appariva sul suo computer. Lei si voltò verso di lui, sorpresa, con occhi interrogativi e increduli. Rimaneva sempre curva sopra uno schedario aperto e con alcune schede fra le mani.

-Lasci stare tutto…-Le ordinò con più forza nella voce il direttore.

Il suo sguardo si ostinava a fissare il monitor del computer. Lei richiuse lo schedario, lasciando che le carpette si rimettessero da sole nella loro giusta posizione. Si drizzò sulla schiena e si avvicinò alla sua scrivania per capire. -Sono già le dieci e fra poco sarà mezzanotte.- Continuò il direttore, seguendo un filo tutto suo di pensieri. -Stanotte è l’ultima dell’anno, ha giusto il tempo di correre alla metropolitana per prendere il primo treno e festeggiare così Capodanno con i suoi. Il suo sguardo era assolutamente incollato al monitor del computer mentre nervosamente la sua mano spostava il mouse.

-Non capisco…-Balbettò lei.

Dopo vent’anni era la prima volta che il direttore le rivolgeva la parola in maniera informale. La sua voce rivelava una delicatezza inusuale, mai conosciuta. Provò disagio. Rimase immobile, lì, davanti a lui, come una statua di sale. Quanti Capodanni avevano trascorso insieme, letteralmente ignorandosi! Avvertì un tremito alle mani e, con gli occhi fissi su di lui, cercava d’interpretare il senso più nascosto di quella strana concessione, di quelle parole che parevano buttate là, quasi per caso.

-Non perda altro tempo…- Insistette. Una voce sempre più dolce e convincente, priva dell’asprezza e della severità di tutta una vita.

La sua mano si fermò, racchiudendo il mouse come se volesse fermarlo. Un pugno chiuso nel quale sembrava volere imprigionare il cuore. Alzò timidamente uno sguardo arreso, sofferente, verso il volto di lei dubbioso e disfatto. I loro occhi si incontrarono per la prima volta dopo tanti anni. Dopo che per tanti anni si erano intenzionalmente evitati. Lei prese un po’ di coraggio. (altro…)

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Ho voluto scrivere questo racconto-documento per rendere giustizia ad una vita, ad una donna innamorata del Signore, ad una grande sciclitana che molto bene conobbi. La signorina Giovannina Trovato  fu tra le prime donne della città  ad impegnarsi in politica. Con l’onestà intellettuale che sempre aveva contraddistinto le sue coraggiose scelte, seppe in tempi difficili testimoniare al mondo la propria fede. Il suo coraggio non fu capito da una gerarchia ecclesiastica mediocre e compromessa. Non fu apprezzato da chi era abituato a seguire la corrente del fiume ed ignorava la grande misericordia di Dio. Lei ne fu silenzioso strumento ed interprete. Senza nessun dubbio, con le certezze che l’intima frequentazione del Signore Le dava. La storia poi ha pesantemente giudicato nel tempo uomini e cose. Resta il suo ricordo. Chiaro, luminoso, onesto. Per questa eredità magnifica ho voluta raccontarla.

 

VIRGO POTENS

 

La pioggia di gennaio batteva forte sul lucernaio che illuminava la scala. Sentivo il suo rumore al di qua del portone; mentre cadeva, obliqua, sull’ombrello, sulla parte bassa dei pantaloni, sulle scarpe. Finalmente lo scatto atteso della serratura, comandata genialmente da uno spago lungo, tirato dal terzo piano. Mi salvava da quell’autentico nubifragio. Matilde, la signorina Matilde, era sulla soglia dell’appartamento ad aspettarmi con il suo sorriso semplice e buono, dimessa e umile. Mi tese subito premurosamente le mani per afferrare il mio cappotto bagnato e allargarlo su due piccole sedie vicino a una stufetta posta al centro della sala da pranzo. La signorina presidente, la signorina Giovannina per me, era là. Ieratica, recitava il rosario mentre Matilde rispondeva alle avemmarie. M’indicarono entrambe con un gesto della mano una sedia, vicina come le loro a un grande tavolo rettangolare. Un tavolo di legno antico, dipinto di un verde penicillina sbiadito, con sopra una lastra di marmo di Carrara sulla quale i grani della corona scivolavano allegri producendo un tintinnio argentino, di vetri o di smalti che cozzavano. (altro…)

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QUELLA TUA VOCE

QUELLA TUA VOCE

Mi aggrapperò

alle tue braccia,

tese come liane

sulle onde del mare

nella sera che avanza,

e la speranza

di ritrovarti ancora

si fa certezza

nella mia vita breve.

Quella tua voce vera,

rapita e lieve,

che tenerezze e strazio

seminò nel mio cuore

ora e solo ora

amore

la riconosco!

E’ suono dolce

di flauto in fuga,

musica

di terre lontane.


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IL CARRUBO

IL CARRUBO

 

 

Molti anni fa domandai ed ottenni l’autorizzazione a edificare una cappella cimiteriale. Varie volte ne avevo parlato con mio padre e spesso mi aveva incoraggiato a richiederla. Credevo che fosse entusiasta del mio progetto. Mi sbagliavo. Nonostante la sua venerabile età, conservava un aspetto giovanile e forte. Da uomo che aveva sempre amato la vita. Interpretai come una non accettazione della morte la sua fredda indifferenza. Proposi subito di voler recedere dal contratto ma lui si oppose con energica fermezza. Gli chiesi allora il perché della sua incomprensibile, improvvisa tristezza. Non rispose alla mia domanda.

Venne l’estate. Amavamo villeggiare nella nostra antica casa di campagna. Un pomeriggio afoso di agosto, intenso. La luce pioveva dal cielo come le parole, leggere, correvano tra le nostre vite. 

– Vedi. – Esclamò a sorpresa, portandomi sotto il vecchio carrubo che, da qualche secolo, allungava la sua ombra amica sulla casa.

-Vedi – riprese- tutta la mia vita io l’ho spesa qui – e m’indicò la pianta- sotto i sui rami accoglienti. E’ stato il tenero compagno della mia giovinezza, il saggio confidente della mia maturità, il comprensivo testimone della mia resa. Silenzioso, discreto, sapeva placare il mio animo in tumulto col pigro stormire delle sue fronde nelle calme ardenti dell’estate.  I raggi, filtrati tra le foglie, di un pallido sole autunnale addolcivano le mie malinconie. La sua chioma superba e sempre verde rallegrava i freddi spogli dell’inverno. Mi riparava dal vento gelido nel tronco immenso, cavernoso e attorto. La sua massa scura e densa, coronata di erbe giovani e fiori, si rivestiva di lucide foglie, accendendomi di fantasie nuove ai primi palpiti della primavera.-

Lo guardai sorpreso. Non capivo dove volesse andare a parare. I miei occhi esprimevano lo stupore di una domanda che non riuscivo a formulare.

– Sì! – Continuò anticipandomi.- Lo so. Non capisci e vorresti capire. Non ho molto da vivere. I miei anni li conto nelle notti d’insonnia. Vivo il tempo che mi resta come un’attesa. Non temo la morte. L’aspetto, dunque. Ma senza trepidazione e timore, come un naturale traguardo. L’ultimo, nel segno della fine. Una cosa, però, vorrei chiederti, ora che le antiche preoccupazioni non assillano più i miei pensieri. Quando i miei occhi si chiuderanno alla luce, non vorrei per me sepolcri, sermoni e lacrime. Ho vissuto, sono stato, ho concluso la mia corsa. Questo mi basta. Vorrei solo essere sepolto qui, ai suoi piedi. – Ed indicò il tronco dell’albero. – Mi conforta pensare che esso potrà vivere del mio corpo. Trasformarlo in linfa vitale. Risorgere attraverso i suoi rami ad un nuovo mattino del mondo. In una simbiosi armoniosa ed unica, ritrovarci uniti per sempre.-

Mi commosse. Guardava il suo albero con l’infinita e innamorata tenerezza del vecchio, riflessa a lampi nelle pupille sbiadite.

– Lo so – ripeté – che non sarà possibile, che questa richiesta per te sarà difficile da esaudire. Potresti almeno fotografarmi qui ed utilizzare questa foto a corredo del mio sepolcro. Così saremmo insieme, io e lui, ugualmente per sempre.-

Lo fotografai. Mio padre si spense quell’anno stesso in una fredda giornata di dicembre. Si allontanò piano piano dal mio affetto sulla strada incerta del nulla. Appagai il suo desiderio.

Il carrubo, solitario, austero, immaginifico proietta ancora, con la fedeltà delle stagioni nel tempo, la sua paterna ombra sulla casa. Custode di una memoria, la risuscita nel mio cuore, la fa vivere nel ricordo, geloso ne cela il mistero come in un’antica storia d’amore struggente e malinconica.

          

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Benvenuti

Il mio volto mediorientale conserva intatte le tracce delle dominazioni antiche che condivisero con me la terra, cantarono gesta e amori di eroi e poi scomparvero, inghiottite dal gorgo della Storia. Chi sono? Miscuglio di passioni ed estasi, di feroci conquiste e antichi drammi, di vite che si fecero pietre per cantare nel vento meraviglie. Il deserto fortemente mi attira quanto una tenda beduina da dove i Padri parlavano alle stelle. Balla ancora una volta al suono del tamburo e del loud, mitica Sherazade. I miei occhi tristi, privi del tuo tempo, solo così sapranno ritrovare, per la tua affabulazione, per una volta ancora, la magia e la libertà che da sempre vanno cercando.

Continua..

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Gentile Socrathe, la dottissima Santhippe, citando il Gattopardo, mi ha ricordato un’antica riflessione sulla sicilianità. La lunga “frequentazione letteraria” di un uomo straordinario quale fu Giuseppe Tomasi di Lampedusa, inevitabilmente mi ha esposto al contagio del suo pessimismo storico frutto della consapevolezza del tramonto di un’epoca e dell’avvento del nuovo rivestito di nulla. Il Principe, forte di un rigore logico, intravedeva per l’Isola, attraverso i bagliori di un ritrovato destino, una fine che si annunciava lenta, inesorabile. Per questo, rivolgendosi a padre Pirrone, affermava: “Viviamo in una realtà mobile”. Esortava quindi il gesuita ad adattarsi alle mutate realtà. Tomasi di Lampedusa aveva, così, tesaurizzato ed applicato la grande lezione di Lope de Vega che aveva scritto”la mayor discreción es acomodarse al tiempo”. Però il Principe mai si “adattò” al suo tempo. Troppo fiero ed onesto per prestarsi al basso machiavellismo che contraddistingueva il pensiero e l’azione della “nuova” e giovane aristocrazia siciliana, felicemente disegnata nella figura maliziosa e scaltra del nipote Tancredi. A lui Tomasi di Lampedusa affiderà il messaggio più terribile che sia stato lanciato nel novecento -e non solo nel novecento- al popolo siciliano, diventato poi la filosofia e la sintesi del potere: quel “cambiare qualcosa perché nulla cambi”. Lapidario e cinico. Tomasi fotografa spietatamente le due anime della Sicilia. La malinconica, rassegnata solitudine del popolo da una parte (paradossalmente impersonato da don Fabrizio che ne diventa coscienza) e dall’altra gli infiniti volti e le menzogne del potere in un equilibrio risicato e colpevole. E’ stata profezia, visione, l’analisi politico-storica offertaci dal Lampedusa? E’ stata una chiave di lettura per meglio comprendere, nell’attualità del presente, la complessità dell’anima siciliana? Non saprei rispondere. Il Principe preferisce un esilio esistenziale, che inevitabilmente risolverà la morte, alla proposta “nuova” di Chevalley, l’inviato dei “Piemontesi”. Per me é l’unica, onorevole, soluzione possibile. Come ha ottimamente citato la gentile Santhippe, nulla di nuovo sotto il sole e tutto resta disperatamente identico a come era prima. Rimangono i proclami, gli appelli, i toni sinistramente adulatori degli uomini di governo(la “nuova” aristocratica casta), si chiamino “miccichè, cuffaro o falconeri” che hanno tradito ripetutamente nel tempo i siciliani onesti, liberi e coraggiosi, rubando loro l’unica vera ricchezza sulla quale potevano contare: il sogno. A rileggerLa sempre insieme a Santhippe.
 
Un uomo libero

 23/02/2008

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