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Il mio volto mediorientale conserva intatte le tracce delle dominazioni antiche che condivisero con me la terra, cantarono gesta e amori di eroi e poi scomparvero, inghiottite dal gorgo della Storia. Chi sono? Miscuglio di passioni ed estasi, di feroci conquiste e antichi drammi, di vite che si fecero pietre per cantare nel vento meraviglie. Il deserto fortemente mi attira quanto una tenda beduina da dove i Padri parlavano alle stelle. Balla ancora una volta al suono del tamburo e del loud, mitica Sherazade. I miei occhi tristi, privi del tuo tempo, solo così sapranno ritrovare, per la tua affabulazione, per una volta ancora, la magia e la libertà che da sempre vanno cercando.

Continua..

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L’ultimo Debussy

Conobbi Manuel per caso. Avevo subito un intervento chirurgico e ora trascorrevo una lenta convalescenza in un piccolo pensionato per lungodegenti, dove avevo deciso di ricoverarmi per essere accudito meglio. Lontano dalla mia famiglia, lontano dall’Italia. Passavo intere giornate a scrivere con un vecchio PC o a leggere qualche libro di poesie che mi ero opportunamente portato. Le giornate scorrevano lente, monotone, interminabili. La mattina, a scelta, a tutti gli ospiti della casa facevano omaggio di una copia de El Mundo o de El País.  La lasciavano sul tavolinetto con la colazione per invogliarci alla lettura, per distrarci un po’. La casa possedeva anche un grande salone, una vera e propria hall che funzionava come luogo d’accoglienza, di aggregazione o semplicemente come luogo dove era possibile seguire i programmi della televisione.

Quasi mai incontrai nella hall Manuel. Un ragazzone tarchiato, di statura media. Aveva capelli molto neri ondulati sulle tempie e due occhi splendidi, azzurri come gocce di mare e per questo strani, inconsueti. Era appena possibile intravvedere la sua stanza da una porta perennemente accostata, immersa in una fitta penombra per una finestra rigorosamente chiusa. Un muro abbastanza sottile divideva il mio spazio dal suo ma nella realtà grosse pareti separavano le nostre vite. Tendevo spesso l’orecchio per ascoltare un respiro, un leggero russare, un trillo di un cellulare o qualche parola che me lo facesse immaginare vivo.

Manuel restava nascosto agli occhi curiosi del mondo, avvolto in un’aura di mistero e per questo straordinariamente interessante e vero.

Provai a chiedere in giro chi in realtà lui fosse e quale problema lo avesse parcheggiato in quel residence. Molti non avevano neppure notato la sua presenza e chi l’aveva notata, non aveva pensato di farsi le mie strane domande.

Mai una visita, non un parente o un amico. Solo un piccolo computer attraverso il quale Manuel si collegava alla vita.

Decisi di non interessarmi a lui.

Le volte che la porta della sua stanza era rimasta chiusa, capii che lui non c’era. Scompariva mattinate intere per riapparire nel primo pomeriggio nella sua stanzetta, seduto a un piccolo scrittoio o sdraiato sul letto sempre in rigorosa penombra. M’incuriosì la sua passione per la musica. Spesso, in orari permessi, la musica gli teneva compagnia, lo restituiva a una normalità che m’intrigava ogni giorno di più. Chopin, Brahms, Tchaikowsky e soprattutto Satie e Debussy erano i suoi autori preferiti. Amava le atmosfere rarefatte. Sicuramente doveva possedere un forte sentimento romantico e una buona cultura musicale.

Un giorno dovetti andare in centro per sottopormi ad alcuni controlli. Infilai l’entrata dei grandi magazzini del Corte Inglés e, dopo una lunga e complicata ricerca, comprai per lui un cd di brani di Debussy eseguiti da celebri pianisti, nella speranza che il suo computer fosse dotato dell’apposito lettore. Segretamente cercavo, in effetti, un aggancio. Ritornai trionfante per una trovata geniale che mi avrebbe guadagnato la sua amicizia. Quel giorno Manuel non c’era nella sua stanza. Lo aspettai tutta la notte ma la sua porta restava irrimediabilmente chiusa. Mi addormentai confuso, deluso, con quel regalo sul mio tavolinetto e una rabbia in corpo inspiegabile, insana. Neppure il giorno dopo Manuel rientrò. Neppure nei giorni che seguirono. Misi da parte il regalo convinto di aver perduto definitivamente il ragazzo. I giorni trascorrevano più lenti, più monotoni e tristi. Mi mancava quella strana compagnia o la sua musica mandata a basso volume che mi arrivava come da mondi lontani.

Un giorno Manuel ricomparve. La sua stanza era socchiusa, la penombra greve. Ritornai in fretta alla mia camera, presi il regalo che avevo comprato e, non senza una qualche emozione, bussai timidamente alla porta accostata. Mi aprì un signore alto, stempiato, vecchio, magrissimo, allampanato direi. Vestiva di scuro, due occhi spenti dalle cornee sbiadite e una mano tremante che inconsapevolmente tamburellava sulla porta. Il suo sguardo profondamente interrogativo pareva rassegnato e stanco. Non mi chiese che cosa volessi né perché avessi bussato, rimase fermo sulla soglia a raggelare il mio entusiasmo e il mio sorriso.

-Per il ragazzo… -Balbettai, agitando il pacchetto regalo, spingendo i miei occhi in cerca di Manuel.

L’uomo prese il pacchetto, lo depose sul tavolo e si sedette, senza parlare, al capezzale del letto dove giaceva il giovane. Rimasi sulla soglia non sapendo che cosa fare. Se fossi dovuto andarmene o restare. Rimasi.

-Ho sentito che ama molto la musica, per questo ho voluto regalargli un cd musicale sperando di fargli cosa gradita…- Mi giustificai impacciato.

L’uomo non ebbe nessuna espressione particolare nel volto. Mi avvicinai, allora, ai piedi del letto.

-Che cosa gli è successo?- Domandai quasi con vergognoso pudore, indicandolo col dito.

Manuel aveva gli occhi socchiusi, respirava affannosamente. L’uomo fece spallucce ma una lacrima prepotente gli scivolò da una palpebra.

-Sta proprio così male?- Insistei io.

L’uomo accennò di sì col capo. Manuel aprì per un attimo gli occhi.

-Grazie. – Mi rispose. –Di quale autore sono i pezzi?-

-Debussy. –Risposi con prontezza, molto rianimato.

-E’ il mio preferito.- Affermò con una certa sofferenza nella voce. –Posso chiederle una cortesia?-

-Dimmi. – Dissi con particolare e affettuosa sollecitudine.

-Mi può accendere il PC e cercare Debussy fra le cartelle in esso contenute?-

-Ma certamente!- Lo rassicurai.

Mi misi subito all’opera per accontentarlo. Era un vecchio computer con molti file e molte cartelle. Non mi fu però difficile trovare la cartella nella quale Manuel aveva salvato i pezzi di Debussy a lui tanto cari.

-Ci sono, ho trovato!- Lo avvisai trionfante.

-Colleghi, allora, per favore, le casse al computer e faccia andare a basso volume quelle registrazioni. Sono i file originali dei miei concerti. E’ tutto ciò che rimane della mia arte. Domani non ci sarò, la prego, lo prenda lei il mio PC, in mio ricordo, perché quella musica non sia distrutta. Ho bisogno che qualcuno, vivo, pensi a me, a un ragazzo malinconico che non ebbe il tempo di conoscere appieno la vita. –

Io feci come lui volle. Manuel emise a un tratto un grosso sospiro, tossì e i suoi occhi si chiusero per non riaprirsi mai più mentre il “Clair de lune” lo aiutava a compiere l’ultimo tratto, il più misterioso, del viaggio del suo destino. La sua mano diventò bianca dello stesso pallore dell’astro al quale aveva dedicato i suoi ultimi istanti.

L’uomo che era con lui non si scompose. Io sentii un pianto caldo imprigionarmi gli occhi, la gola. Chiamai una cameriera. Si fece un poco, ma solo un poco di trambusto per non rattristare eccessivamente gli altri pensionanti. Arrivarono il medico che ne certificò la morte e un furgone che trasportò la sua salma alla casa mortuaria. Il vecchio lo seguì. A me non fu permesso. Presi il computer e lo portai nella mia stanza. Fra le tante cose in esso contenute una lettera mi colpì. Era indirizzata al signore della stanza accanto. Era una lettera di addio. Una lettera nella quale mi confessava la sua anima, mi raccontava la sua vita breve, chiedeva la mia amicizia in un momento di disperata solitudine, nell’attesa che la malattia seguisse il suo inevitabile corso.

A Manuel, figlio di una paternità consapevolmente scelta, il mio ricordo, il mio affetto, le mie lacrime.

Un Uomo Libero

Un pedazo de mujer

Venerdì passato, 24 aprile 2009, avevo degli ospiti italiani e decisi di portarli a visitare il Pardo. La mattinata era splendida e calda, la campagna, un’esplosione di fiori. Il Pardo è delle quattro residenze reali spagnole quella che più amo. Appena fuori della Capitale (dista pochi chilometri da Madrid), fu per molti anni la dimora privilegiata di Franco, il cuore impenetrabile del regime. E’ uno splendido castello, perfettamente restaurato e curato, con saloni a misura d’uomo, le cui pareti, interamente ricoperte di arazzi pregiatissimi, ben difendevano la famiglia reale e il suo seguito dai rigori dell’inverno. Il Pardo è stato uno dei monti più sacri e più dipinti della storia della pittura spagnola. Ispirò Velasquez che vi ambientò molti dei suoi celebri ritratti del re, Goya che non fece da meno, forte della lezione “velazqueña”. Trasformato ora nella residenza ufficiale delle delegazioni estere, accoglie capi di stato, re e regine, uomini illustri ai quali la nazione vuole tributare onori particolarmente solenni. Una sorta di albergo a “dieci stelle”. Unico, esclusivo, inimitabile. Nei dintorni, la grande villa della “Zarzuela”, residenza ufficiale del re Juan Carlos I. Solo qualche chilometro più distante, l’altra grande villa della “Moncloa”, già alle porte di Madrid e attigua alla città universitaria, sede ufficiale dell’attuale primo ministro Zapatero e del governo.

L’autobus ci portò in mezz’ora dal terminal della Moncloa al Pardo, al borgo cresciuto intorno al castello e ai suoi splendidi giardini. Mi diressi subito verso il grande cancello aperto incontro a un militare corpulento con baffi folti e di alta statura. Chiesi di visitare il castello. Il militare con molta cortesia mi spiegò che erano state sospese le visite in quei giorni perché stavano ultimando i lavori per accogliere il presidente francese Sarkozy, la sua gentile signora e tutta la delegazione al loro seguito. Io e i miei ospiti ce ne andammo a malincuore.

Oggi, lunedì ventisette, nel telegiornale di mezzogiorno ho visto che, alle undici della mattina, l’aereo presidenziale francese atterrava puntualmente all’aeroporto di Barajas. Tra una giungla di reporter, di giornalisti, di teleobiettivi, Carla Bruni discendeva le scale della rampa dell’aereo con il suo incedere elegante e raffinato da far morire d’invidia persino la divina Wanda Osiris. Sarko al suo seguito, goffo e dozzinale, sembrava un topo Gigio impacchettato.

Al Pardo gli onori militari con una superba sfilata di corazzieri.

Per quanto disinvolta la regina Sofia, era palese, in tutta la famiglia reale, un senso di disagio a confronto con una donna, la cui bellezza e il cui charme erano palpabili nell’aria, intorno, negli sguardi stessi degli invitati presenti. Il re, consumato e impenitente donnaiolo, aveva occhi solo per lei. Spiato impietosamente da mille telecamere, la seguiva, la concupiva quasi con lo sguardo, la trattava con enorme e sospetta affabilità. Eppure, durante la rassegna militare, Carla aveva sentito il bisogno di sfiorare la mano di Sarko, puntualmente ripresa da tutti i fotografi. Per sentire la sua vicinanza. Per trovare la forza di sostenere un vero e proprio assedio mediatico. Apparentemente disinvolta e sicura ma forse mai così bisognosa di certezze. Splendidi ed elegantissimi abiti, i suoi, portati come su una passerella. E che passerella! Nel pomeriggio un salto al Prado, chiuso come sempre il lunedì ai visitatori. In posa davanti ad un quadro di una famiglia reale del passato francese di cui ora lei era la degna ambasciatrice. Stasera, dalla mia veranda, guardo le luci dei balconi del piano nobile del palazzo reale spalancati a festa. Passandovi nel pomeriggio davanti, le guardie di scorta mi avevano confermato la cena di gala di stanotte. Continua a leggere »

Quest’antichissima manifestazione non deve morire. Se dovesse morire, anche la nostra storia morirebbe con essa. Non è solo una tradizione. E’ un coagulo di memorie. La reazione gioiosa a una vita mortificata e oppressa dai rigori di un rigido inverno sapientemente espressa dall’allegria delle vampe di fuoco. Con scoppiettii, con esuberanze, tra il fumo delle torce di saracchi accese per fare luce al nostro impervio e incerto cammino, la città si riappropria di un’identità che la frenesia di una vita distratta e moderna vorrebbe negarle. La città barocca s’identifica con l’opulenza delle gualdrappe intessute di violacciocche. Risuona dei campanacci che ornano le bardature e questi diventano addirittura la sua voce. Annunziano con una festosa gamma di suoni, per il mistero della loro musica antica, l’arrivo sperato della primavera.

Non c’è cavalcata senza fuochi. Come non ci saranno mai cavalli bardati senza uomini vestiti con costumi d’epoca. Come non ci può essere tradizione senza le torce di ampelodesmo che tracciano magici piani inclinati nella calda penombra che arde sul viso dei cavalieri, sugli occhi di chi quella gioia l’ha vissuta a lungo per tante insperate stagioni della vita.

La comunità si raccoglie intorno a quel fuoco buono e liberatore per celebrare un’agape che non conosce distinzioni sociali, inviti, esclusioni. Perché ognuno in quelle braci ardenti possa ancora riscoprire un’appartenenza, il suo unico ed esclusivo innesto nella pietà dei Padri, quel misterioso sciclitano “way of life” così spesso oggi smarrito e denigrato.

DIETRICH BONHOEFFER: UN TEOLOGO CONTRO HITLER

Il 9 aprile del 1945, all’alba di un lunedì dopo Pasqua, nel carcere di Flossenbürg, moriva impiccato Dietrich Bonhoeffer, pastore protestante, teologo fra i più importanti e ispirati del Novecento. I testimoni raccontano di averlo visto raccogliersi in preghiera prima di essere condotto al patibolo e, ancora, subito prima di essere giustiziato.

Era nato a Breslau in una famiglia della più ricca borghesia tedesca nel 1906. Aveva studiato a Tubinga, a Roma, a Berlino. Dopo una breve parentesi pastorale a Barcellona, aveva ottenuto la libera docenza presso la facoltà teologica di Berlino. Era stato a Bonn discepolo del celebre teologo Karl Barth. Da subito diventato famoso per l’acutezza spirituale e la profondità dottrinale delle sue opere, viaggiò a Londra a Sofia a New York; si recò per motivi di studio in Danimarca, in Svezia e poi in Italia, in Messico, in Norvegia e a Stoccolma, in Svizzera per incontrare un’altra volta Karl Barth, l’antico maestro. Di nuovo in Svizzera per aiutare clandestinamente un gruppo di ebrei a mettersi in salvo. La Gestapo, insospettita dai suoi continui viaggi, lo tenne d’occhio fino a quando lo arrestò. Già dal 1940 Dietrich aveva ricevuto il divieto di esercitare il ministero ecclesiastico. Impiegato presso l’Abwehr, i servizi segreti militari tedeschi, in realtà fu un membro attivo della resistenza e appoggiò, utilizzando i suoi numerosi e importanti contatti pastorali all’estero, il cognato Hans Dohnanyi che, con la complicità del colonnello Oster, dell’ammiraglio Canaris e di altri, invano tentò un attentato ai danni del Führer. Nel giugno del 1942 incontrò Maria von Wedemayer. Un amore epistolare delicato e breve, della durata di qualche primavera, che sopravvivrà al tempo e alla memoria. Si nutrirà di parole, di attimi. Saprà vincere il duro regime del carcere, forte di una fedeltà incrollabile, di un’intima assoluta certezza, di una condivisione spirituale piena. Continua a leggere »

Foto di Gianni Mania

La Pasqua non appartiene alle tradizioni antiche della nostra città. Sicuramente nel giorno della Resurrezione il popolo celebrava un incontro, “una pace”, tra il Cristo e la Madonna. Tradizione vera, questa, dimenticata, come tante altre, dalla memoria sempre più corta della nostra gente. La processione con il “Venerabile”, no. Quella è antichissima e radicata nella storia della città. Tra l’altro il “Gioia”, prima di essere “decentemente” dipinto (è il caso di dirlo) dal nostro bravissimo e poco conosciuto pittore locale Bartolomeo Militello, non era gran che. Se la memoria non m’inganna, non era neppure custodito in Santa Maria La Nova bensì nella chiesetta di Valverde e non era neanche oggetto di grande venerazione. Tutto credo cominciò con le prime lotte sociali, alla fine dell’ottocento. Si voleva vedere in un Cristo, sventolante per pura combinazione una bandiera rossa, l’atteso salvatore che avrebbe sicuramente riscattato il popolo dal sistema feudale che per secoli lo aveva sfruttato e affamato. Continua a leggere »

Lighea, o meglio, rispettando il titolo che Giuseppe Tomasi aveva pensato per quel racconto, “La sirena” è l’immagine di una Sicilia eterna che sconfina nel mito. Sconfitta e ambigua. Affascinante come quella donna pesce che incantò il povero La Ciura alla ricerca del senso della vita. Non armoniosa e dolce la sua voce come quella dell’altra Ligheia di omerica memoria che invano cantò per le orecchie tappate di Odisseo. La Ciura è Odisseo. Entrambi cercano un mondo che non c’è, che esiste solo nella memoria e per questo popolato di dei e di miti, d’immortali e di eroi. Continua a leggere »

L’OPPORTUNISMO DEL DOLORE

Fornace Penna

Fornace Penna

Tutti si stanno stracciando le vesti, dopo la notizia che alcuni cani hanno sbranato un bimbo in contrada Pisciotto di Scicli. Qualcuno ha ripudiato la propria cittadinanza sciclitana. Molti si vergognano di essere nati in questo posto. Tanti vogliono eliminare tutti i cani e subito. Parecchi hanno pensato di accanirsi sul povero Italo. I media nazionali e locali ricamano e speculano, vergognosamente, su una tragedia che chiede solo rispetto e silenzio. La città vive un clima da caccia alle streghe. C’è chi lamenta, con astuzia campanilistica, una scarsa attenzione per la gente di Modica. Altri sperano di affossare l’attuale Sindaco e Giunta, cavalcando l’onda dell’indignazione pubblica generale . Il “mostro” è stato sbattuto subito in prima pagina per placare la rabbia di tanti pescatori nel torbido, assetati di sangue e di vendetta. Il balletto delle responsabilità è cominciato. Io non sono stato. L’altro, neppure. Vengono fuori tante piccole, misere mezze verità. I soldi non si trovano per dotare la città di un canile. vigili urbani non esistono a Pisciotto, dove si continua a costruire squallide bidonvilles, secondi piani nelle abitazioni già abusive. Qualche intransigente censore invoca una “soluzione finale” per un supposto losco traffico di omosessuali e prostitute all’ombra della decadente fornace. La colpa è dei politici fannulloni e disinteressati e della gente di Sampieri che li ha votati (in posizione prona). Quando i TG commentano il dolore della famiglia, parlano di una villetta antistante al mare di Marina di Modica; quando attaccano il Sindaco di Scicli e la città ignorano il nome della località e sanno solo descrivere i suoi abitanti come retrogradi, cavernicoli, gente poco affidabile. Montalbano non abita più qua e, forse, dovrebbe darci una mano a scoprire un colpevole che è sulla bocca di tutti, ma il cui nome nessuno vuole fare. Che andrebbe ricercato fra gli insospettabili corridoi della Procura della Repubblica di Modica. Che indagherà, forse senza scrupolo, le responsabilità dei genitori per un’omessa vigilanza del minore(culpa in vigilando). Qualche civile padano continua a etichettare il territorio sciclitano come terzo mondo sottosviluppato, propaggine e non solo geografica dell’universo tunisino.

Ebbene, Io voglio solo rispondere a tutti questi “opportunisti del dolore”, riaffermando la mia appartenenza alla Comunità Sciclitana. Sono e resto fiero della mia città, qualunque cosa accada. Il dolore per la perdita di un bimbo mi commuove quanto lo scempio che in queste ore è stato perpetrato ai danni della memoria collettiva, della storia della mia gente. La morte di un bimbo mi rattrista quanto il criminale disegno di una classe politica che ha condannato la città a un’inevitabile deriva e l’ha trasformata in un’immensa colossale discarica di rabbie, di egoismi, d’immondizie culturali e non di mezza provincia. E non giustifico chi, approfittando di tanto dolore, getta fango e discredito su quanti hanno sacrificato vite, interessi e tempo per dare di Scicli al mondo un’immagine solidale, laboriosa, migliore.

Un Uomo Libero