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Il Fuggitivo

Mi trovavo a Barcellona per partecipare a un convegno. Avevo prenotato il mio solito albergo. Una serata fresca, di fine estate, preludio di un autunno imminente. La brezza marina lasciava sulle basole dei marciapiedi e sul bitume delle strade un velo di falsa rugiada. Appiccicaticcia, vischiosa. Avevo comprato un biglietto dell’AVE e in circa due ore e tre quarti un treno elegante, e soprattutto comodo, mi aveva portato dalla stazione di Atocha di Madrid fino alla stazione di Sants, nel cuore della vecchia Barcellona. Sistemai il mio piccolo bagaglio nella stanza d’albergo. Il tempo di rinfrescarmi ed uscii. Quattro passi per la rambla principale che da piazza Cataluña porta dritta al mare. Variopinta, bizzarra, inimitabile palcoscenico del mondo. I mimi, statue immobili e vive, offrivano strane performances in compenso di qualche centesimo e spesse volte di un semplice sorriso. Mi stancai. Aspettai che si liberasse un posto nei sedili di ferro sistemati all’inizio del viale, in prossimità della piazza, per sedermi e riposare, per vedere sfilare il mondo davanti ai miei occhi. Squillò il mio cellulare. Erano amici. Mi chiamavano dalla Sicilia per avere notizie della città. M’informavano di avere comprato un pacchetto turistico e a giorni sarebbero arrivati con un volo charter. Conversammo di tante cose. Una telefonata lunga che costò a entrambi un autentico patrimonio. Riattaccarono. Emisi un sospiro di sollievo che si trasformò in una specie di singhiozzo all’apparire del residuo credito telefonico.

-Mi saprebbe dire l’ora?- Chiese una voce di ragazzo dall’altra estremità del sedile di ferro.

Mi girai istintivamente verso di lui. Non so se fosse già seduto in quel posto prima che io arrivassi. Di sicuro non lo avevo notato. Mi sorprese che qualcuno si rivolgesse a me nella mia lingua. Estrassi dalla tasca della camicia il telefonino e glielo mostrai perché potesse leggere lui stesso l’ora.

-Italiano? – Tornò a chiedere, quando si rese conto che io non avevo molta voglia di parlare.

-Sì.- Risposi telegrafico ed anche un po’ diffidente.

-Guardando con attenzione i tratti molto marcati del suo volto lo avrei qualificato come un uomo del sud.- Continuò senza curarsi del mio riserbo.

-Sì.- Confermai, avaro di parole.

-Non ha l’aria di chi viene qua in vacanza. – Riprese. -Il suo aspetto non ha niente del turista. Piuttosto io lo crederei negli affari. L’ho visto fare su e giù per la rambla. Avrei giurato che fosse uno del posto. La disinvoltura di chi conosce i luoghi, il passo frettoloso e deciso, lo sguardo che non ha bisogno di indugiare altrove per scoprire architetture e posti sconosciuti.-

Lo guardai meglio. La sua analisi non mi pareva superficiale. Anzi. Nascondeva uno spirito sensibile. Mi sembrò, ad una prima occhiata, un abile scrutatore di uomini e cose. Mi guardava con occhi intelligenti e vivi. Aspettava da me una parola, un gesto che gli avrebbero concesso l’onore della mia confidenza. Ero molto guardingo al riguardo.

Barcellona è una città dalla vita molto articolata e complessa. Offre con facilità incontri tra i più vari, nasconde insospettabili inganni, trasgredisce le più elementari regole della convivenza per una vita anarchica e spensierata.

Ritornai a guardarlo con più interesse. Sperava sempre in un mio aiuto.

-Io, invece, non sono del sud…- Proseguì come se non avesse mai fatto una pausa.

-Questo lo avevo intuito.- Lo interruppi, togliendolo da un imbarazzo che diventava insostenibile.

S’illuminò di gioia appena sentì la mia considerazione.

-Sono di Monza.- Precisò.

-Per quale ragione ti trovi qui a Barcellona?- Chiesi, assecondando finalmente le sue aspettative.

Ebbe un attimo d’incertezza. Glielo lessi negli occhi.

-Scappato. Sono scappato di casa. – Sorrise maliziosamente e scrutò con curiosità il mio volto per leggervi l’inevitabile sorpresa.

-Come scappato?- Gridai con affanno e preoccupazione nella voce.

-Scappato! Come si scappa da una galera, da un pericolo, da qualcosa che limita la tua libertà senza un giusto motivo.- Sorrideva ancora, calmo, imperturbabile.

-Ma ti rendi conto di quello che hai fatto?- Lo rimproverai questa volta con molta partecipazione.

-A quest’ora i tuoi genitori saranno preoccupatissimi, ti staranno cercando come pazzi…-

-Certamente! Mi rendo conto. Non sono più un bambino, ho ventisette anni compiuti.-

-La polizia ti starà cercando, ma anche programmi televisivi che si occupano di rintracciare persone scomparse, sarai con la tua foto su tutti i giornali…- Volevo impaurirlo per spingerlo a recarsi al più vicino ufficio dei Mossos d’Esquadra.

-Tranquillo. Non si preoccupi!- Aggiunse.- E’ da prima dell’estate che manco da Monza. Ma non sono mica scemo, io! Prevedevo che ciò sarebbe potuto accadere. Per evitarlo, appunto, dopo qualche giorno dalla mia fuga, chiamai mia madre in ufficio e la rassicurai in questo senso.-

-E lei che cosa rispose? Quali reazioni ebbe?- Domandai.

-Certamente non era molto contenta di quello che avevo fatto. M’implorò di ritornare. Ovvio! Voleva sapere dove mi trovassi e glielo dissi, anche perché sarebbe stato inutile nasconderlo. La polizia, già era stata avvisata, mi confessò, in poco tempo avrebbe potuto scoprire la provenienza della telefonata.-

-Non hai chiamato dal tuo cellulare?- Passava da una mano all’altra nervosamente un telefonino piccolissimo e sicuramente costoso. Lo aveva estratto da una tasca dei pantaloni dopo che aveva raggiunto la certezza di aver suscitato in me un interesse per la sua vita.

-Non sono pazzo a tal punto! L’ho chiamata da un locutorio, un posto pubblico dal quale si possono fare telefonate internazionali dirette a quasi tutti i paesi del mondo. A Barcellona ce ne sono tanti. Del resto qui lavorano migliaia di emigrati. Provengono da terre anche molto lontane come India, Pakistan. L’ho rassicurata dicendole di avere trovato un lavoro, di stare a mio agio, di voler fare esperienza. Quando non avrei più potuto mantenermi, le ho promesso che sarei ritornato.-

Sorrise sempre con molta malizia.

-Mai!- Aggiunse fiero e deciso.

-Aspetta…- lo interruppi confuso.- Fammi capire. Hai detto di aver trovato un lavoro? Dove lavori, allora?-

-L’ho detto per tranquillizzarla. Dissi di fare il lavapiatti in un ristorante.-

-Ed è così?-

-In parte è vero. Il lavoro ce l’ho. Lavo qualcosa. Ma non piatti. Cessi. Di un locale notturno porno. Quando non lavo i cessi, la direzione m’impegna come buttafuori alla porta d’ingresso. Per selezionare la clientela, per intervenire in caso di risse e di molestie.-

Sorrideva sempre come se avesse voluto farmi un dispetto.

-Che sciocchezza fuggire da casa per poi finire a pulire cessi in una città lontana dove nessuno ti conosce!- Commentai con amarezza.

-Lei non potrà capirmi mai.- Rintuzzò subito le mie parole.-Mio padre è un alto dirigente della Regione Lombardia; mia madre, preside di un liceo di Milano. Non mi hanno fatto mai mancare niente, però mi hanno privato del vero necessario. Il loro tempo, le loro vite. Sin da piccolo mi consegnarono alle cure di decine di governanti che il mio carattere ribelle spesso metteva in fuga dopo alcune settimane. Ero stufo di vivere solo fra le mura di una casa piena di ogni comodità ma disabitata dall’amore e dall’affetto. Progettai tante volte una fuga senza avere mai il coraggio di realizzarla. A scuola non eccellevo. Anzi la odiavo perché mi sottraeva la compagnia di mia madre. Passavo intere giornate davanti alla televisione o al computer fra decine e decine di giochi elettronici. A stento vedevo mio padre il sabato e la domenica. Quando stavamo insieme, scaricava i suoi nervi su di me. A che cosa serve accumulare, indebitarsi per comprare una baita in montagna, una villetta al mare, se non si ha il tempo di potere godere queste cose?…- Continua a leggere

Un giorno di maggio del 1992 una telefonata inaspettata mi raggiunse, sconvolgendo la mia vita. Lei, Anna Tolentino, era stata ricoverata al Policlinico Gemelli di Roma. Unica e importante parente prossima di mia madre, era stata da sempre per me madre premurosa, guida spirituale, riferimento sicuro. Partii nella notte per essere a Catania in tempo e volare con il primo aereo a Roma. Un treno e poi un taxi. Giunsi nella tarda mattinata a Pineta Sacchetti, dove si trova il policlinico Gemelli. Mi aspettava come sempre Lilia, la signorina Lilia Bianchini, la fedele e affettuosa segretaria che da qualche tempo, con dedizione filiale, si preoccupava della sua vita. Salii al decimo piano e lì la trovai. A letto, smunta ma ancora lucidissima e presente. Si meravigliò di vedermi. Credo che in quel momento capisse con certezza la gravità del suo male. Un cancro al pancreas in pochi mesi vinse il suo fisico di ferro e la restituì, dopo una lunga vita di preghiere e di opere, al suo Signore.

Anna Tolentino era nata a Carrara nel 1913 da Giuseppe Tolentino, originario di Scicli, impiegato presso la filiale del Credito Italiano di quella città. Anna mosse i primi passi sotto la vigile sorveglianza del padre di cui possedeva il carattere dolce e autoritario al tempo stesso, discreto e riservato. Si diplomò ragioniera in un’epoca nella quale le donne difficilmente accedevano a studi superiori. Trovò un primo impiego in un’impresa di lavorazione marmi. Giovanissima, cominciò a lavorare nelle file della Gioventù Femminile (GF) di Azione Cattolica, divenendo, non ancora ventenne, presidente diocesana. Educata sin da piccola ai valori religiosi e morali dal padre, molto aveva contribuito nella sua formazione religiosa l’abituale presenza in famiglia del canonico don Ignazio Burgaletta, anch’egli di Scicli, amico d’infanzia di Giuseppe Tolentino e legato a lui da vincoli di profonda e fraterna amicizia. Don Ignazio Burgaletta, dottore in diritto canonico, a quei tempi ricopriva un incarico presso la Segreteria di Stato vaticana e insegnava al Collegio Massimo di Roma. Più volte Zia Anna me ne tratteggiò, in varie occasioni, la figura che nel suo affetto si confondeva con quella del padre. Ma l’incontro decisivo e importante della sua vita lo fece nel 1939. Armida Barelli, un’esponente della borghesia milanese, fondatrice con padre Agostino Gemelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di cui divenne tesoriera, l’aveva conosciuta a Carrara in un convegno nazionale di presidenti diocesane della G.F. In un incontro ad Assisi, le chiese di diventare la sua segretaria a Milano. Fu quest’opportunità, disperatamente osteggiata dal padre in un carteggio epistolare nel quale il temperamento siciliano viene fuori con accenti quasi drammatici, a costruire un mito che durerà anche oltre la sua vita. Tenace come il padre nelle scelte, fu strumento inconsapevole dell’azione dello Spirito Santo in un tempo di grandi tensioni politiche, culturali e religiose che molto coinvolsero l’Europa e il mondo. Allo stesso modo di La Pira, che conosceva molto bene e di cui era fedele amica, seppe tessere quella rete di alleanze tra Chiesa e potere politico, tra mondo laico e mondo religioso. Continua a leggere

  

Pasolini

Pasolini

A volte, spesso, mi capita di ricredermi su un autore o su una parte della sua opera. Accadde molto tempo fa con il mio poeta preferito, Federico Garcia Lorca. Accadde con un filosofo, Ortega y Gasset. Più che a comprenderlo -quest’ultimo- non riuscivo ad accettarlo. Accadde con Pasolini. Di Federico Garcia Lorca non capivo Poeta en Nueva York. Una poetica strana, uno stile diverso, assolutamente nuovo per Federico. Incominciai a ricredermi quando studiai da vicino questo testo fino a definirlo, concordando con una grossa parte della critica, una delle opere lorchiane più importanti. Tanto fu importante che, nel cinquantenario della pubblicazione di tutti i componimenti sparsi lasciati dal poeta per essere raccolti sotto questo titolo, la “fondazione F.G.Lorca”  pubblicò un volume che voleva essere soprattutto un “canone”. Conteneva le copie fedeli degli originali. Pubblicazione andata a ruba perché a tiratura limitatissima. Fortunatamente ne riuscii a possedere una copia. La stessa cosa mi successe con Ortega y Gasset. Fu un grande filosofo spagnolo, improvvisamente venuto a mancare a luglio di quest’anno, mio carissimo e fraterno amico a tratteggiarne un profilo onesto, a spingermi sul filo del suo ragionamento logico e straordinariamente moderno. Pasolini lo detestavo, da giovane. I suoi film li reputavo insulsi e quasi volgari. Le prime pellicole mi erano di difficile comprensione. Negli anni mi sono avvicinato, soprattutto dopo la sua morte, a questo autore e l’ho scoperto estremamente interessante e vivo. Al di là delle smancerie di una certa critica intellettualoide e cialtrona, ho avuto modo di indagare con spirito più sereno e distaccato la sua anima. Un personaggio scomodo. Anche e soprattutto per il suo partito. In un’epoca nella quale il dogmatismo era “Verbum Domini”. Lacerato da un conflitto permanente tra religiosità e pragmatismo, combattutto tra due grandi forze sotterranee: una visione mistica della vita e un’altra materiale, fatta di aberrazioni, di vizi, di follie. Più che  realismo il suo fu cinismo, crudezza a volte. Indagò, come un medico che incide la piaga, i fenomeni sociali dell’epoca. Ne mise a nudo le vergogne in un’Italia confessionale e bigotta che credeva di risolvere col silenzio le profonde contraddizioni che la affliggevano. Coraggiosamente, battendosi contro chi astutamente chinava il capo e il ginocchio davanti ai mostri sacri del potere: Stato e Chiesa. Lui, uomo fragile ma grande Davide armato della fionda della parola. Omosessuale dichiarato in un mondo ipocrita di bacchettoni. La sua poesia fu una poesia sociale ma anche a volte profonda, concettuale, intima. Il suo mondo fu quello dei poveri. Improvvisato, arcaico, autentico e vero. Il “Vangelo”, additato come pellicola scandalo, oggi é riconosciuto dalla stessa Chiesa, che una volta ne sollecitava il rogo, come la più importante opera cinematografica su Gesù. Un mistico moderno per l’appunto. Anche il nuovo modo di usare la macchina da presa, rivoluzionario, controcorrente, lo consacrerà come uno dei Padri del cinema italiano. Rossellini  fu il produttore di diverse pellicole e Bernardo Bertolucci mosse con lui i primi passi nella qualità di suo assistente. Ne ereditò l’arte del racconto, il coraggio di sfidare la società prevenuta e formale, l’ingenuo stupore di chi é sfiorato dalla bellezza e vinto. Del popolo amava dire che “la loro speranza é nel non avere speranza”. Aveva ragione. Profeta inascoltato, predisse lo sfascio dei tempi moderni pur ricordando che la vita é una ruota che gira e “non muore chi non é mai nato”.

 

 

 

UN PALCO AL REAL

UN PALCO AL REAL

C’è un tempo per amare e per essere amato; per odiare e per essere odiato; per vivere e per morire”. Un uomo senza nome, simbolo di un’umanità frustrata, dolente, si perde in un amore strano, ineluttabile, per due donne che sono facce speculari e contrapposte di un’unica femminile, fatale realtà. I personaggi si muovono nella splendida cornice di una Madrid storica di cui il Teatro Real da sempre é stato icona vera ed unica proiezione decadente e malinconica.

Avevo trovato un “palco de entresuelo“, l’ultimo, il più caro perché a lato del palco reale. Per questo, pensai, era rimasto. Davano “La forza del destino” di Giuseppe Verdi al Real. La ragazza al botteghino mi avvisò che lo avrei condiviso con altri sette. Accettai. Per Rigoletto si era registrato con molto anticipo il tutto esaurito e non mi era stato possibile ascoltarlo.

-E’ fortunato, lei, sa?- Mi disse, mentre verificava la mia carta di credito, l’impiegata. – Mezz’ora prima era venuto un altro signore e cercava proprio un posto in un palco. Ma non ho potuto darglielo perché ancora non risultava disdetto.

Io presi il biglietto e, ringraziando velocemente, uscii.

-Si ricordi che lo spettacolo comincia puntualmente alle sei perché la domenica lo anticipano. E’ prudente che venga una mezz’ora prima. Non si accettano ritardatari.- Mi gridò lei, al di là del vetro che la separava dal pubblico.

Non potevo non assistere alla rappresentazione de “La forza del destino” al Real. Verdi stesso nel 1863 era stato presente al debutto in anteprima mondiale di quell’opera. Era arrivato a Madrid nei primi del mese di gennaio per dirigere personalmente le prove. Si era sistemato in un palazzo al lato del teatro, in piazza di oriente, ospite della pensione di Nobile Cataldi dove abitualmente alloggiavano tutti gli artisti e i cantanti. Fu un trionfo incredibile. Tre mesi dopo sarebbe stata presentata a San Pietroburgo in prima mondiale. Uno spazio sacro, carico di memorie, dall’esistenza tormentata e incerta, il Real. Volentieri, quando riuscivo a trovare un biglietto, vi facevo ritorno. Abitavo nelle immediate vicinanze e dalla mia veranda potevo scorgere la sagoma del teatro. Mi dava conforto la notte, prima di coricarmi, fissarla per pochi attimi. Immaginavo gli interni, i palchi e la platea splendidamente illuminati. La musica e il bel canto mi tenevano compagnia soprattutto nelle lunghe e fredde notti d’inverno. Ponevo un cd e il buio mi restituiva intatti, attraverso la fantasia, le atmosfere e i sogni del suo palcoscenico. Mi preparai come si conviene per una serata all’opera. Guardai l’orologio. Era già l’ora. Mi avviai lentamente a piedi con la gioia nel cuore di chi va a visitare un vecchio amico. Lo scalone del teatro mi aprì le sue splendide gradinate a ventaglio e i commessi m’indirizzarono al posto che avevo riservato. Lentamente il teatro cominciò a riempirsi fino a quando un segnale, tra un brusio di voci e di strumenti, avvisò che lo spettacolo stava per iniziare. Accanto a me, proprio a ridosso del separé, una poltrona vuota e il desiderio che lo sarebbe rimasta sempre. Non fu così. Mentre già le luci appassivano, un signore inciampò col suo corpo nel mio ed io mi resi conto di avere un altro vicino a fianco. Fra il primo e il secondo atto non volli andare nel foyer. Mi dava fastidio tutta quella gente che ostentava un’eleganza e una supponenza tipiche di tutti gli appuntamenti operistici. Dal mio posto osservavo lo splendido scenario del teatro e ne godevo i luccichii e gli ori. Il mio vicino non si mosse. Inchiodato alla sua poltroncina, fissava anche lui ma con uno sguardo spento il telone. Gli lanciai un’occhiata veloce. Non aveva sessant’anni e li portava bene anche se il viso mi parve, alla luce del teatro, scavato da profonde rughe. Non vestiva elegantissimo ma dignitosamente. Le sue mani ebbero un fremito mentre sentì i miei occhi addosso. Abbozzò un mezzo sorriso, incrociandoli.

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LE STREGHE DI SCICLI

LE STREGHE DI SCICLI

 

 

Cuando los hombres no oyen el grito de la razón,
todo se vuelve visiones.

[texto explicativo de "los caprichos" de Goya]

 

Lavoravo a una tesi sull’Inquisizione spagnola e, cercando testi di riferimento via Internet, un giorno m’imbattei in un lavoro pubblicato dalla professoressa Melita Leonardi: Inquisizione e “superstición” nella Contea di Modica tra il XVI e il XVII secolo. Confesso la verità. Quando lo lessi, rimasi di stucco. Per la sua completezza, per il rigore scientifico, per la ricchezza della bibliografia consultata. Non mi sento quindi in grado di aggiungere altro. Bazzicando però l’Archivio Nazionale di Madrid, un giorno non seppi resistere alla tentazione di chiedere in visione i processi di Scicli, puntualmente citati nel lavoro della Leonardi. Li ebbi tra le mani e richiesi le loro fotocopie. Pensai poi che, non essendo stati decifrati e tradotti nella tesi della professoressa ma solo indicati sommariamente, avrei potuto farlo io per fornire un’ulteriore chiave di lettura della mia città nei secoli XVI e XVII. I processi a carico di cittadini sciclitani erano tre. Due riguardavano donne (Pina La Scifa 1596- Vincenza Lentini 1652 circa) e uno fu istruito a carico di un religioso, frate Arcangelo, databile nell’anno 1635. Di quest’ultimo processo non ho voluto intenzionalmente occuparmi. Anche perché nella storia della contea non fu l’unico religioso a incappare nelle maglie dell’Inquisizione. Anzi. A quei tempi per religiosi e uomini di chiesa era molto più facile cadervi. M’incuriosirono invece gli altri due. Celebrati a distanza di quasi cinquant’anni l’uno dall’altro, esaminandoli, venne fuori uno spaccato sociale molto complesso e dinamico. Vivace come quello attuale. Oserei definirlo alquanto moderno. Fatto di donne coraggiose, considerate streghe. Che già in quegli anni osavano nutrire il dubbio della fede. Che sapevano navigare in un mare di ciarlatani e di buontemponi con la scaltrezza tutta femminile di chi ne sa veramente una più del diavolo. Le autorità civili, mosse sempre dallo stesso interesse, si sono, poi, sostituite e rinnovate nel tempo. Le passioni sotterranee hanno continuato a scavare con solchi carsici il cuore degli uomini. In ognuno dei personaggi coinvolti in queste due vicende c’é la ricerca di un bene o di una felicità che alla fine non potevano mai essere raggiunte. Emerge in lontananza il debole profilo di una Chiesa, preoccupata solo di raccogliere indizi e prove. Avara di risposte convincenti in grado di estinguere la grande fame di soprannaturale che albergava nelle coscienze dell’epoca. Continua a leggere

Martha

La casina Rossa, dove è ambientato il racconto, si trova a metà strada tra la vecchia Scicli – Piano ceci e Ragusa. Una casa signorile, affascinante. Era l’ufficio dove risiedeva l’amministrazione delle miniere  di pietra pece. Fu l’unica “casina”  ad essere coperta con tegole rosse. Di stile  austero tedesco, domina come un’aquila la valle dell’Irminio fino a Donnalucata.

Il racconto vuole essere una riflessione sul tema del “doppio” già affrontato da Freud in medicina e da Schnitzler in letteratura. Dalle tinte volutamente gotiche, ripropone un argomento molto attuale oggi: la crisi d’identità che affligge la sessualità moderna. Si parte dal cognome del protagonista, una storpiatura del nome di un letterato tedesco romantico, autore di opere teatrali e racconti Heinrich von Kleist, noto per l’invenzione del “doppio suicidio” più che per la sua letteratura. Sono anni che mi interrogavo se scrivere un dramma o altro. Alla fine ho optato per la forma del racconto. Da molto tempo pensavo di costruire una vicenda un poco “gotica”, torbida. L’idea mi è nata molti anni fa dopo la lettura di “Doppio sogno” di Schnitzler. Fu per me un colpo di fulmine. E non solo per me, visto che Kubrick fece carte false con la famiglia perché lo autorizzasse a trarre dal racconto il film Wide shut eyes. L’inquietudine dei personaggi, l’ambiguità delle loro vite, non potevano non essere tipiche di un’atmosfera tedesca. E quale precisa occasione quella di poter trasferire questo ambiente in un pezzo della mia Sicilia dove, davvero, una ditta tedesca operò tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento.

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