L’OPPORTUNISMO DEL DOLORE

Fornace Penna
Tutti si stanno stracciando le vesti, dopo la notizia che alcuni cani hanno sbranato un bimbo in contrada Pisciotto di Scicli. Qualcuno ha ripudiato la propria cittadinanza sciclitana. Molti si vergognano di essere nati in questo posto. Tanti vogliono eliminare tutti i cani e subito. Parecchi hanno pensato di accanirsi sul povero Italo. I media nazionali e locali ricamano e speculano, vergognosamente, su una tragedia che chiede solo rispetto e silenzio. La città vive un clima da caccia alle streghe. C’è chi lamenta, con astuzia campanilistica, una scarsa attenzione per la gente di Modica. Altri sperano di affossare l’attuale Sindaco e Giunta, cavalcando l’onda dell’indignazione pubblica generale . Il “mostro” è stato sbattuto subito in prima pagina per placare la rabbia di tanti pescatori nel torbido, assetati di sangue e di vendetta. Il balletto delle responsabilità è cominciato. Io non sono stato. L’altro, neppure. Vengono fuori tante piccole, misere mezze verità. I soldi non si trovano per dotare la città di un canile. vigili urbani non esistono a Pisciotto, dove si continua a costruire squallide bidonvilles, secondi piani nelle abitazioni già abusive. Qualche intransigente censore invoca una “soluzione finale” per un supposto losco traffico di omosessuali e prostitute all’ombra della decadente fornace. La colpa è dei politici fannulloni e disinteressati e della gente di Sampieri che li ha votati (in posizione prona). Quando i TG commentano il dolore della famiglia, parlano di una villetta antistante al mare di Marina di Modica; quando attaccano il Sindaco di Scicli e la città ignorano il nome della località e sanno solo descrivere i suoi abitanti come retrogradi, cavernicoli, gente poco affidabile. Montalbano non abita più qua e, forse, dovrebbe darci una mano a scoprire un colpevole che è sulla bocca di tutti, ma il cui nome nessuno vuole fare. Che andrebbe ricercato fra gli insospettabili corridoi della Procura della Repubblica di Modica. Che indagherà, forse senza scrupolo, le responsabilità dei genitori per un’omessa vigilanza del minore(culpa in vigilando). Qualche civile padano continua a etichettare il territorio sciclitano come terzo mondo sottosviluppato, propaggine e non solo geografica dell’universo tunisino.
Ebbene, Io voglio solo rispondere a tutti questi “opportunisti del dolore”, riaffermando la mia appartenenza alla Comunità Sciclitana. Sono e resto fiero della mia città, qualunque cosa accada. Il dolore per la perdita di un bimbo mi commuove quanto lo scempio che in queste ore è stato perpetrato ai danni della memoria collettiva, della storia della mia gente. La morte di un bimbo mi rattrista quanto il criminale disegno di una classe politica che ha condannato la città a un’inevitabile deriva e l’ha trasformata in un’immensa colossale discarica di rabbie, di egoismi, d’immondizie culturali e non di mezza provincia. E non giustifico chi, approfittando di tanto dolore, getta fango e discredito su quanti hanno sacrificato vite, interessi e tempo per dare di Scicli al mondo un’immagine solidale, laboriosa, migliore.
Un Uomo Libero
Michele veniva barcollando con un passo discreto, trascinato dal ritmo della sua fisarmonica. Ubriaco solo di note e di sole. Per qualche spicciolo regalava un valzer o una mazurka che spesso finiva, dopo capricciose variazioni, nello stesso motivo del valzer. Biascicava parole che, bambino, appena capivo. Malinconico e misterioso, sfidava le insicurezze del giorno con la sua intima vocazione di zingaro. Conosceva tutte le vie e le viuzze di una città antica, non ancora fuggita verso gli instabili e argillosi pianori che la spingevano verso il mare. Una casbah infinita, abbarbicata ai costoni della rocca, vera e propria “alcazaba” . Il sole dell’estate proiettava la sua ombra instabile e allegra sui muri delle case imbiancate a calce mentre un sorriso fioriva, per il miracolo della sua musica, fra le labbra asciugate dalla calura. Amava suonare per i bambini. I bambini lo amavano. Gli offrivano il soldino con il gesto generoso di chi voleva solo bene. Abbandonava la tastiera per accettare il dono con un buffo movimento di marionetta.
Era una domenica fredda di gennaio, anche se il sole faceva di tanto in tanto capolino tra nubi che correvano in un cielo azzurro intenso, spinte dal vento. Il “Rastro” di Madrid dispensava, ai numerosi turisti che giungevano da tutte le parti del mondo, il suo consueto spettacolo. Un mercato popolare dove si trova di tutto, dove la gente va per curiosare, dove i ladri scommettono la loro libertà pur di strappare un portafogli, una borsetta, il sacchetto di plastica con quattro cosine appena comprate. Con Portobello e il Mercato delle Pulci parigino, uno fra i più antichi del mondo. Vado spesso la domenica al Rastro. Per cercare libri antichi, stranezze, il pezzo raro che ti commuove e ti convince a portarlo con te come un piccolo schiavo senz’anima. No. Senz’anima no. Le cose un’anima spesso l’hanno. Basta sapere ascoltare. Basta interrogarle per capire le lunghe peripezie, il viaggio attraverso vite diverse che le hanno godute, che le hanno possedute, che si sono avvicendate in un amore tenero e inesprimibile, che le hanno fatte parte di un’intima storia. Lei era là. Mi guardava con occhi supplici, dolcissimi. Affascinante e bella. L’avevo notata per una cornice barocca dai vistosi ricami d’oro, la domenica precedente. Un ritratto di donna di buona fattura, appoggiato a volgarissime chincaglierie. Lo sguardo penetrante e malinconico, triste forse per essere in quel posto, ostentato senza pudore. Per essere venduto come semplice cosa. Non potei esimermi dal fermarmi e dal contemplarlo a lungo come l’ultima volta. Ancora.
Prenotai un viaggio a Siviglia. Investigavo i primi anni della scoperta dell’America e dovevo prendere visione di alcuni importanti manoscritti al “Archivo General de Indias”. Alla ragazza dell’agenzia di viaggio raccomandai con insistenza di scegliermi un albergo comodo, possibilmente in centro. Mi rassicurò con un sorriso e un sibillino “vedrà…” Partii una mattina presto da Madrid con un biglietto dell’AVE. Nonostante fossimo in luglio, notai che un golfino non mi sarebbe dispiaciuto sentirlo addosso. Quando scesi dal treno, la stazione di Santa Justa brulicava di operai e di cantieri. La stavano ammodernando, si affrettarono a spiegarmi gli impiegati dell’Ufficio Turistico ai quali mi ero rivolto per cartine e informazioni utili. Uscii sul grande spiazzale della stazione con una piccola valigia in mano, disorientato visibilmente come può esserlo uno straniero. Cercavo di capire dove poter prenotare un taxi che mi portasse fino all’albergo. Non c’erano taxi. O meglio non vidi nessun segnale di fermata. Mi avvicinò invece un uomo basso, non più giovane ma neppure tanto vecchio, e m’indicò l’arrivo di un autobus. Lui stesso salì dietro di me. Capì che stavo cercando un albergo. Ne avevo fatto il nome al conducente del mezzo perché m’indicasse la fermata più vicina. Scese con me e si offrì di accompagnarmi giacché percorreva quella stessa strada. Lo seguii. Mi domandò se fossi italiano. Risposi di sì. Amava molto l’Italia, confessò, anche se aveva visitato solo Milano e Genova mentre avrebbe voluto conoscere anche Roma e Napoli. “Chissà, qualche volta succederà!” Aggiunse con un grosso sospiro. M’indicò l’albergo, mi strinse la mano forte e mi augurò un felice soggiorno. 
La vide partire, una mattina di novembre, per una destinazione senza ritorno. Senza poterle dire neppure grazie, neppure addio. I forni crematori numero quattro e cinque funzionavano ininterrottamente. Prima o poi sarebbe arrivato il loro turno. Per Ester quel turno era già arrivato. Tossiva, si era ridotta una larva, puzzava nonostante si lavasse con la neve. La prossima selektion non l’avrebbe di sicuro superata povera donna! E così fu. Crollata sotto il peso del suo male. Aveva amato David come figlio suo, dopo che la madre, da subito all’arrivo, era stata mandata ai crematori. Lo aveva accudito come se quel bambino fosse l’ultima ragione della sua vita, l’ultimo sforzo per sentirsi viva in quell’inferno d’uomini. E ora, mentre andava all’appello, lo guardava, volgendosi indietro, con gli occhi della madre. Pieni di lacrime, consapevoli della propria fine imminente. Ma quale destino per David? 