
Foto di Gianni Mania
La Pasqua non appartiene alle tradizioni antiche della nostra città. Sicuramente nel giorno della Resurrezione il popolo celebrava un incontro, “una pace”, tra il Cristo e la Madonna. Tradizione vera, questa, dimenticata, come tante altre, dalla memoria sempre più corta della nostra gente. La processione con il “Venerabile”, no. Quella è antichissima e radicata nella storia della città. Tra l’altro il “Gioia”, prima di essere “decentemente” dipinto (è il caso di dirlo) dal nostro bravissimo e poco conosciuto pittore locale Bartolomeo Militello, non era gran che. Se la memoria non m’inganna, non era neppure custodito in Santa Maria La Nova bensì nella chiesetta di Valverde e non era neanche oggetto di grande venerazione. Tutto credo cominciò con le prime lotte sociali, alla fine dell’ottocento. Si voleva vedere in un Cristo, sventolante per pura combinazione una bandiera rossa, l’atteso salvatore che avrebbe sicuramente riscattato il popolo dal sistema feudale che per secoli lo aveva sfruttato e affamato. Da qui il pazzo desiderio antropomorfo di rendere il simulacro affine all’uomo con i relativi eccessi prodotti da una mentalità ignorante e per nulla catechizzata. Il saluto del Gioia alla statua di Busacca, alla sezione della camera del lavoro; il passaggio della statua davanti alla bettola di “zia Cuncetta”, nel cuore più antico della città; una scappatella al nuovo casino fuori porta, con tanto di bombe e fuochi; le visite al carcere e all’ospedale (non per consolare i carcerati e i malati ma per sentirlo vivo, uno di loro in mezzo alla gente). Eccessi ma anche ragioni del vero motivo perché qualcuno all’inizio del secolo breve cominciò a chiamarlo “l’uomo vivo”. Nel disperato tentativo di farlo veramente vivere nel cuore e nella mente. La Chiesa locale, imborghesita e corrotta, distratta e assente, profondamente contrastata da un protestantesimo che riusciva, con più coraggio e autenticità, ad annunciare il messaggio pasquale, lasciò correre. La città da sempre spaccata nel suo più intimo tessuto sociale trovò finalmente l’idolo che le mancava per ritornare a un antico protagonismo. Le sue diverse anime, in perenne contrasto, avevano bisogno di ritrovare un equilibrio, una valvola di sfogo per l’appunto che garantisse una loro convivenza pacifica. Da sempre, da quando cioè le pesti avevano decimato la popolazione, la città era stata meta di forti immigrazioni provenienti da paesi dell’interno dell’isola. Questa gente non portava solo braccia. Portava abitudini diverse, costumi differenti, tensioni, bisogni e desideri che necessariamente nel lungo periodo dovevano scatenare lotte, divisioni, gelosie, rancori. Con la lingua anche la rissosità, ormai sicuramente e definitivamente catalogata come componente caratteriale del nostro DNA, ci hanno distinto nel territorio da tutti gli altri vicini. Abbiamo sempre litigato per tutto, gli sciclitani, nella nostra storia. Per avere un santo tutto per noi; per avere il posto d’onore nelle manifestazioni pubbliche, nei funerali importanti, nella distribuzione delle alte cariche quando Modica era la capitale di una contea. Litigavano le parrocchie per l’ordine che occorreva rispettare durante le innumerevoli processioni pubbliche con le quali il clero sperava di addormentare la coscienza della gente. Si davano botte da orbi i portatori dell’arca di San Guglielmo, contenente i resti mortali del santo, così come poi è accaduto varie volte col Gioia (chiamato in altre epoche anche “U Signuri re cuorpi”). Furono tanti gli eccessi che si produssero durante quelle processioni del santo che dovette intervenire drasticamente il vescovo di Siracusa per sospenderle prima e vietarle definitivamente poi. Così si perdette, con le processioni, anche la memoria di quello che era stato per il popolo e la religiosità popolare il grande ricordo del taumaturgico Protettore.
E allora? Un Uomo libero non vuole sopprimere la festa del Gioia. Tranquilli. Non vuole invece che si ripetano i fatti di San Guglielmo. Vuole solo disciplinare una tradizione malintesa che, vissuta così, difficilmente potrebbe durare. Purificarla da tutti quegli orpelli non necessari che la qualificano all’estero come demenziale e pagana. Non credo che ci voglia molto per farlo. Occorre solo una forte presa di coscienza da parte delle Autorità religiose e da parte di quella fetta della società sciclitana più sensibile al nostro passato. Qualcuno potrebbe chiedere come? Semplice. Istituendo un vero e proprio albo dei portatori nel quale dovrebbero registrarsi tutti coloro i quali volessero portare la statua del Cristo nel giorno di Pasqua. Istruendo poi gli aderenti, durante l’anno, con un’informazione e una catechesi adeguate. Responsabilizzandoli in caso di danni a persone e cose. Così si eviterebbero lo scompiglio all’uscita e al rientro del Venerabile (un vero sacrilegio); il saluto a Busacca (una vera scemenza), i giri inconcludenti in piazza Carmine(demenziali) e tutte quelle manifestazioni che poco hanno a che fare col Cristo e la sua resurrezione. Per fare questo ci vuole molto lavoro, però. Da parte della Chiesa e da parte dei parroci. E qui, purtroppo, cade l’asino.
Un Uomo Libero
