Lighea, o meglio, rispettando il titolo che Giuseppe Tomasi aveva pensato per quel racconto, “La sirena” è l’immagine di una Sicilia eterna che sconfina nel mito. Sconfitta e ambigua. Affascinante come quella donna pesce che incantò il povero La Ciura alla ricerca del senso della vita. Non armoniosa e dolce la sua voce come quella dell’altra Ligheia di omerica memoria che invano cantò per le orecchie tappate di Odisseo. La Ciura è Odisseo. Entrambi cercano un mondo che non c’è, che esiste solo nella memoria e per questo popolato di dei e di miti, d’immortali e di eroi.
Gentile amico, Giuseppe Tomasi scriveva quando già la sua salute era gravemente compromessa. Quel racconto, in effetti, è un testamento malinconico di un uomo che vede avvicinarsi la fine. Un rivolgersi al passato, riepilogato dalla malia dello sguardo della sirena per una passione impossibile, dalla sua melodia strana, dai dentini rossi del sangue della Storia. Ho scritto “malinconico” perché anche Giuseppe Tomasi non ha speranza. Sconfitto come la sua isola, “unico e antico amore”, non trova soluzioni a un dramma che si consuma nella quotidianità del giorno. Per un sole arcaico e implacabile che sfalda le memorie degli uomini, che seppellisce sotto la polvere del tempo gesta che si coprirono di gloria. Lei si mette in ascolto – scrive – come faceva, nel racconto del Tomasi, il professor La Ciura e Le pare di ascoltare suoni, voci, leggende transumanti dalla remota fantasia degli uomini che qui hanno vissuto, che qui hanno amato, che qui ancora vagano con i loro spiriti inquieti per le disseminate rovine, con le loro parole. Io tutto questo l’ho sperimentato. Soprattutto nella mia giovinezza ormai lontana, vissuta nel secolo ferito dall’uomo. Ma dal passato non una risposta di speranza ha saputo confortare la sua interessante domanda che tante volte è stata anche la mia. “Che senso ha cercare il passato se non per tramandarlo, rinnovarlo, trasmetterlo?” La vita si è consumata sulle pietre per mirabili assenze. Mute testimonianze restano ora di tutte le culture mediterranee che qui si sono date appuntamento attraverso i millenni per scrivere la Storia. Eschilo non ha più voce per risorgere da una tomba perduta nella nostra campagna e forse gli sta bene così. Le ossa di Archimede si sono sfarinate sotto l’impietoso sole di agosto e il vento di scirocco solleva quella polvere sacra sopra le imponenti rovine di città che a stento il grande matematico saprebbe riconoscere come sue. I nostri giovani dimenticano che l’eredità non è fatta solo di cose. In un’apocalisse del cuore, -non so e per questo dubito- nuovi, pochi e sconfitti Cassiodoro invano potranno riuscire nell’intento di conservare quel deposito di grandezza, di miserie e di lacrime che da sempre ha accompagnato la nostra gente. Proserpina ritornerà con i suoi fiori a colorare e profumare i campi. Forse per un’ultima primavera. Mai come ora il nostro domani e il nostro destino sono stati così minacciati e incerti. Abbiamo bisogno di molto, molto coraggio. Nella speranza che una dea pietosa regali anche a noi, come fece con Odisseo, un velo di fortuna che ci salvi dai terribili e pericolosi marosi di una politica vergognosa e inetta. Verre era niente a confronto.
