La casina Rossa, dove è ambientato il racconto, si trova a metà strada tra la vecchia Scicli – Piano ceci e Ragusa. Una casa signorile, affascinante. Era l’ufficio dove risiedeva l’amministrazione delle miniere di pietra pece. Fu l’unica “casina” ad essere coperta con tegole rosse. Di stile austero tedesco, domina come un’aquila la valle dell’Irminio fino a Donnalucata.
Il racconto vuole essere una riflessione sul tema del “doppio” già affrontato da Freud in medicina e da Schnitzler in letteratura. Dalle tinte volutamente gotiche, ripropone un argomento molto attuale oggi: la crisi d’identità che affligge la sessualità moderna. Si parte dal cognome del protagonista, una storpiatura del nome di un letterato tedesco romantico, autore di opere teatrali e racconti Heinrich von Kleist, noto per l’invenzione del “doppio suicidio” più che per la sua letteratura. Sono anni che mi interrogavo se scrivere un dramma o altro. Alla fine ho optato per la forma del racconto. Da molto tempo pensavo di costruire una vicenda un poco “gotica”, torbida. L’idea mi è nata molti anni fa dopo la lettura di “Doppio sogno” di Schnitzler. Fu per me un colpo di fulmine. E non solo per me, visto che Kubrick fece carte false con la famiglia perché lo autorizzasse a trarre dal racconto il film Wide shut eyes. L’inquietudine dei personaggi, l’ambiguità delle loro vite, non potevano non essere tipiche di un’atmosfera tedesca. E quale precisa occasione quella di poter trasferire questo ambiente in un pezzo della mia Sicilia dove, davvero, una ditta tedesca operò tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento.

MARTHA
La porta del commissariato di polizia si aprì ed entrarono due poliziotti che scortavano una donna. Vestiva abiti firmati e tutto in lei era curato con gusto ed eleganza. Un trucco sobrio. Qualche segno di matita e una leggera ombreggiatura agli occhi. Le labbra appena ripassate con rossetto e delle unghie laccate per due mani che sembravano quasi di cera. Il commissario abbozzò un leggero sorriso.
- Si accomodi.- Disse con amabilità, rivolgendosi direttamente a lei e indicandole con un gesto della mano una sedia davanti alla sua scrivania.
-La signora è stata perquisita?- Chiese a uno di loro che doveva essere il capo della squadra.
- Sì.- Rispose l’agente. – Chiaramente non da noi ma da una nostra collega. Abbiamo qui l’inventario e una busta delle cose in suo possesso e i documenti.-
La donna taceva.
-Prego, si accomodi!- Le ingiunse con un evidente fastidio nella voce il commissario, vedendo che restava sempre in piedi davanti a lui.
- Me li dia!- Ordinò poi al poliziotto stendendo la mano verso di lui per ricevere la busta, i documenti e il verbale. L’agente subito si avvicinò alla scrivania e depose sul piano tutto quello che le sue mani stringevano.
-Potete andare. Voglio restare solo con lei. Grazie.- I due uomini fecero un saluto frettoloso e uscendo richiusero la porta dietro le loro spalle.
La signora aveva un’espressione assente sul viso. Con gli occhi fissava un punto lontano del tetto. Il commissario lesse con molta attenzione il verbale steso dalla pattuglia, esaminò i documenti, l’inventario e constatò che gli oggetti sequestrati corrispondevano. Squadrò con occhi irresistibilmente curiosi la donna. Il suo volto non aveva sofferto molto. Non mostrava rughe. Era perfetto. Tradiva solo una certa stanchezza. Forse il sonno le era venuto meno in una notte d’incubo e di veglia. Le dita ostentavano gioielli di valore e una splendida collana attirava su un seno prepotente l’attenzione.
Il commissario prese tra le mani il passaporto e ritornando a osservare la donna si rabbuiò.
- Capisce l’italiano e lo parla? – Chiese timidamente.
- Sì. – Rispose lei. – La bisnonna, mio nonno vissero qui in un momento della loro esistenza e mia madre volle che frequentassi un liceo italiano in Germania. Da piccola ho parlato italiano. –
-Ah, bene! – Esclamò il commissario, tirando un sospiro di sollievo. – Potrebbe allora, gentilmente, declinare le sue generalità?-
-
Il mio nome è Martha. Martha von Kleister. Nata a Darmstadt il sette di ottobre del millenovecento settantatré. Ho trentacinque anni. –
Il commissario tornò a rileggere molto più attentamente di prima il passaporto.
- Mi scusi… allora, questo passaporto non è suo… anche la foto mi pare diversa, differente. Di chi dunque è il documento e perché mai lo possiede lei? La ammonisco di dichiarare la verità in quanto sotto interrogatorio.-
Lo sguardo dell’uomo si fece severo, torvo.
- Ma certamente. – Rispose la donna. -Non mentirei mai alla polizia, sarei una stupida.-
- Un minuto, un minuto per favore, mi faccia capire… allora questo bel giovanottone dal viso rubicondo e dai capelli biondi, Otto, a quanto mi è dato leggere, è il suo nome, chi è dunque, un fratello? –
-No. Ero io. Un tempo, prima della cura. –
- Secondo le sue affermazioni, lei sarebbe un uomo non una donna. – Azzardò con molta cautela.
-No. – Chiarì prontamente lei. – Io sono entrambi.-
- Ma… – Balbettò sotto scacco lui.
- E’ dall’alba che cerco di far capire il mio problema ai suoi uomini. Loro però si rifiutano di credermi.-
Il commissario si tolse gli occhiali. Stropicciò gli occhi. La guardò con timore e incredulità.
- Anche stanotte la sfortuna è stata nemica… – continuò lei. – Volevo morire. Purtroppo non ho trovato la forza per farlo. Nessuno, poi, ha voluto uccidermi. L’incantesimo mi proteggeva come una corazza.-
-Perché voleva morire? – Le domandò con affanno. -E’ stata, infatti, segnalata da diversi automobilisti che l’hanno vista vagare come uno spettro proprio al centro della carreggiata, in piena notte, in una strada a scorrimento veloce pericolosissima. Sa come la chiamano quella strada? La strada della morte. Per i tanti incidenti verificatisi in circostanze davvero molto strane. –
- Lo so. E nonostante tutto io in quella strada la morte non l’ho incontrata. E quell’incontro lo volevo a tutti i costi. Una sfida ormai tra me e lei. Tra la mia vita e il suo capriccio. –
-Ha parenti, qualcuno da queste parti? Potrebbe indicarceli o dare un recapito di quelli tedeschi? Immagino che avrà una famiglia lassù, in Germania.-
- Non saprei indicarne uno…-
-Mi scusi… a quale titolo, dunque, lei si trova qui, tra noi? Tra le sue cose, nel portafoglio, c’è il badge di un famoso e costoso albergo della costa. Immagino che avrà riservato una camera per essere in possesso di una chiave elettronica… –
-Sì. E’ esatto. – Confermò lei.
- Mi potrebbe spiegare perché diavolo si trovasse in quella strada, a quell’ora?- Gridò spazientito l’uomo.
- Nel cuore della notte vagavo per uno stradale di campagna. Una macchina si fermò. Forse l’unica che poteva transitare da quelle parti. Il conducente mi accompagnò alla provinciale. Voleva portarmi fin qui ma io non volli. Sicuramente ha telefonato in questura e vi ha avvisato. –
- Sì. Difatti nel verbale trovo la segnalazione di un signore che ha telefonato alle due del mattino. E poi tante altre di automobilisti che, per un pelo, non l’hanno investita. –
Il commissario fece una pausa.
- Mi faccia ancora capire. – Riprese con molta pazienza. – Lei mi ha testé dichiarato di essere stata caricata su una autovettura da una non meglio identificata persona in uno stradale di campagna e da questa sempre scaricata al bivio della strada che porta al mare. E’ così?-
-Esatto!- Concordò la donna.
- Lei è un cittadino, pardon, una cittadina tedesca, diciamo, dalle nostre parti per turismo. Priva di macchina. Non so se abbia o no una patente di guida nel suo paese. Ad ogni modo. Alle due del mattino un signore, alla guida del suo mezzo, in piena campagna la nota… ma come c’era giunta laggiù, in quel posto? A proposito ma quale campagna?-
- Di sicuro non a piedi. Qualcuno mi avrà portato. –
- Va bene. Ho capito. Non voglio entrare nella sua vita privata. La mia domanda era un’altra. Come mai chi la portò non la riaccompagnò poi, o non volle riaccompagnarla? –
- Semplice. Perché non poteva. –
- E perché non poteva?- Le domandò sempre più spazientito il commissario.
- Perché io lo avevo ucciso.-
L’uomo ebbe un sussulto sulla poltrona. Scattò in piedi.
- Come ucciso? – Balbettò.
- Ucciso. Strangolato con le mie mani mentre godeva come pazzo del mio corpo. Nel momento più atteso, quando la sua carne si era arresa alla mia, le mie mani lo soffocarono e il gemito del coito si confuse col rantolo della morte. –
Il commissario diventò paonazzo. Le sue mani tremavano dopo il racconto di quella inaspettata e feroce esecuzione. Si sedette.
- Non vorrà mica scherzare? Le ricordo che stenderò un verbale. –
- Per questo volevo morire. – Concluse lei.
- Mi descriva allora il posto dove pare che sia avvenuto questo probabile omicidio. Mi dica liberamente. Voleva violentarla? Perché questa reazione così grave da parte sua? Che cosa scatenò quel raptus omicida nella sua mente? –
- Il nome del posto non lo ricordo. Un’antica villa signorile in abbandono, dai tetti di tegole rosse. L’unica in zona, a guardia di una vecchia miniera dismessa, giù, quasi sulla sponda di un fiume che ora è solo una strada di sassi. La storia è troppo lunga da raccontare e troppo inverosimile per crederla vera. –
- Saprebbe almeno indicarcela se la accompagniamo?- Insisté il commissario, completamente affascinato dal fatto.
- Certamente. – Rispose lei. Tante volte siamo stati in quel posto. –
- Siamo stati? E con chi? Con altri, suppongo. – La interrogò mentre si attaccava al telefono per chiedere la macchina e una scorta.
-No. Si sbaglia. Siamo stati sempre io e lui, insieme. E nessun altro nella nostra vita. –
- Ma, allora, se vi amavate, come credo di avere capito, perché questo epilogo così tragico?-
- La nostra storia o, meglio, la mia storia ha radici lontane nel tempo. Nasce in un grigio pomeriggio d’inverno di tanti, troppi ormai, anni fa. Avevo da poco seppellito mia madre. Mio padre era morto subito dopo che lei mi aveva dato alla luce. Non lo conobbi e avrei voluto tanto conoscerlo. Crebbi con lei che fu per me padre, madre, fratello e sorella. Non avevo altri parenti o forse non li ho mai cercati. Ero molto triste. La mia vita era vuota. Come vuote per sempre mi apparvero le numerose sale di un austero palazzo nel centro di Darmstadt. Troppo grande perché ci vivessi da sola. Non avevo problemi di soldi. Non ne ho avuti mai. Delle antiche rendite avevano tranquillamente finanziato un’esistenza molto chiusa al mondo e per questo priva di eccessive spese. Dovetti prendere in mano tutta l’economia familiare che prima gestiva lei. Dovetti cercare fra gli appunti, le memorie, documenti necessari per denunciare il patrimonio alla sua morte. Fu allora che in un angolo della cassaforte scoprii un grosso incartamento sigillato con della ceralacca. Lo aprii con trepidazione e angoscia. Conteneva delle lettere della mia bisnonna a mio nonno, ritagli di giornali siciliani di un’epoca per me remota, un voluminoso carteggio con un avvocato di Ragusa, una vecchia pistola fabbricata in Germania, una Luger P08, perfettamente funzionante, prudentemente avvolta in un panno rosso. Lessi d’un fiato tutto il materiale e, finalmente, trovai in quelle carte le risposte che da anni andavo cercando.-
- Mi scusi, tutto questo che cosa c’entra con l’omicidio di un uomo? – La interruppe impaziente il commissario.
- Oh, se non c’entra!- Esclamò con un sospiro e una voce di pianto lei. – Il mio bisnonno aveva costituito una società per la coltivazione di un giacimento di pietra pece in questa parte più meridionale dell’isola. Era un ingegnere, rampollo di una buona famiglia della borghesia tedesca. Si era fidanzato con una donna aristocratica, molto più ricca di lui. Come usava a quei tempi. Un matrimonio di convenienza che era servito per rilevare, con l’apporto dei suoi capitali, la vecchia miniera nel ragusano. Nacque subito un figlio, mio nonno. Lui si trasferì in Sicilia dove la società andava a gonfie vele e c’era tanto bisogno della sua presenza. Lei rimase a Darmstadt fino a quando il bambino crebbe un po’. La mia bisnonna era una donna dall’educazione molto puritana. Severa, inflessibile, orgogliosa fino alla nausea. Si chiamava Martha. Suo padre, intimo ammiratore del compositore Friedrich von Flotow, aveva voluto immortalare così, imponendole il nome della protagonista di una delle sue opere più celebri, l’incondizionata devozione per la musica dell’amico. Lei stessa amava cantare “Ach so fromm” accompagnandosi al pianoforte, nonostante fosse un’aria per tenore. In una di quelle serate musicali in case di amici il mio bisnonno l’aveva conquistata cantandole proprio quel pezzo. Martha aveva un carattere molto forte e autoritario che, però, non riuscì mai a imporre all’uomo che aveva sposato. Per questo le visite di lui in Germania diventarono sempre più rare fino a quando anche le lettere non arrivarono più. Lei, allora, fece le valigie e con il bambino e una governante affrontò il viaggio che da Darmstadt l’avrebbe portata fino alla sperduta Ragusa. Un viaggio lungo, non privo d’imprevisti e di difficoltà, che solo lei poté portare a termine. Abitò prima in un palazzo preso in affitto nel cuore del paese. In seguito decise di andare a vivere con lui nella casina. Cuore e ufficio della vecchia miniera.-
- Non capisco. – Proruppe il commissario. – E’ una storia così vecchia. Perché raccontarla?-
- No. Non è così vecchia. E lei non è morta per sempre. Il suo carattere e il suo spirito sono ancora dentro di me. Hanno torturato i giorni della mia esistenza. Come torturarono i giorni del povero marito. Ben presto vennero le liti, i rimproveri, le richieste della sua dote sotto forma di quote della società. Sperava di poterlo dominare in questo modo. Nulla aveva potuto trovare nella sua condotta per rimproverarglielo. Non giovani donne, nessuna amante. Apparentemente il suo lavoro lo assorbiva in un modo totale e definitivo. –
- La gelosia!- Esclamò, quasi fosse un pensiero ad alta voce, l’uomo. Aveva avuto qualche problema con la moglie e questo lo rendeva molto indulgente, molto comprensivo.
- Fu un biglietto che la persuase del suo irriducibile sospetto. Confuso tra fogli e denaro nel portafoglio di lui. ” Domani mia moglie dovrà recarsi a Ragusa, alle dieci ti aspetto.” e sul retro la risposta “Va bene”. Un giorno della settimana, a sua scelta, il mio bisnonno la faceva accompagnare con il calesse fino al paese per le compere, per passare dalla sarta, per qualche ora di svago. Lontano dall’ambiente povero e miserabile della miniera. Lei partì come le altre volte. Fece un buon tratto di strada. Dopo qualche ora comandò al monsù che la riportasse alla casina. Sentiva che quella mattina avrebbe finalmente scoperto la verità che da anni andava cercando. Aveva messo nella sua borsetta una pistola comprata in Germania prima di affrontare il viaggio. Decisa a uccidere chi le avesse sottratto denaro e famiglia.
Salì in punta di piedi l’imponente scalone della villa. Le stanze erano come le aveva lasciate. Tese l’orecchio al silenzio che le abitava. Sembrava che tutto fosse immobile. Si avviò per la scala, convinta di essersi sbagliata, per ritornare in paese e far compere. Ma un gemito lontano la sorprese. La richiamò in fretta verso l’unica stanza che lei non aveva visitato. La camera da letto. Si accostò alla serratura e non poté vedere molto. Sentì solo sussurri, un dolce schioccare di baci e poi ancora un silenzio. Lungo, eterno, irresistibile. Cercò nella borsetta la pistola, la preparò e attese il momento decisivo del coito. I baci si fecero sempre più intensi e concitati, i gemiti si alzarono forti. Lei aprì improvvisamente la porta e fece fuoco sui corpi. Il fisico da atleta del factotum Salvatore si accasciò sull’altro proteggendolo. Però questo omicidio non bastò al suo onore ferito. Si avventò sul marito, terrorizzato e incredulo, e lo freddò con un ultimo colpo, accecata dalla sua gelosa smania di vendetta. Un amore inconfessabile per il quale, in seguito, lei chiese a tutti giustificazione e perdono. I giornali dell’epoca ovviamente misero a tacere lo scandalo. Lei fu fatta fuggire in tempo col bambino e la governante per evitare un processo scabroso e difficile. Lo scoppio della prima guerra mondiale vide l’Italia contrapporsi all’Austria. Ne agevolò la prescrizione e l’oblio. Nessuno voleva ricordare. Tutti speravano in un silenzio che avrebbe preservato le memorie. Anche la famiglia dell’amante. Lei visse a lungo per raccontare con numerose e interminabili lettere a mio padre le sue verità. Non riuscì mai a convincerlo delle sue ragioni. Tutti, nel tempo, da mio padre a mio nonno, a mia nonna, sentirono il disagio di quell’amore, l’inutilità inspiegabile di quel duplice delitto. La miniera fu confiscata come preda di guerra dallo Stato italiano. La famiglia riuscì così a dimenticare più in fretta quella parentesi siciliana dolorosa e triste. Anch’io non sapevo spiegarmi le reticenze di mia madre, il ritratto della bisnonna relegato in soffitta, il suo nome cancellato da tutti i posti del palazzo che l’avrebbero potuta ricordare. Martha diventò il simbolo di un demonio. Una maledizione che colpì la nostra casa e della quale nessuno dopo poté o seppe liberarsi. Neppure io, stanotte, ho potuto. Lei vive dentro di me come una forza misteriosa e oscura. Invade la mia volontà. Arma il mio braccio e lo disarma solo perché il mio amore non possa vincere mai contro il suo odio… –
- Aspetti… aspetti. Fino a qui l’ho seguita ma ora non capisco. Cosa c’entra tutto il resto?-
- E’ stata lei a spingermi a cercare l’altro. Non ha saputo rassegnarsi alla morte per perseguitarli… Ho pubblicato, come in uno stato di trance, un annuncio via Internet perché volevo ritrovare un erede con cui rivivere quella storia. A questo mi spingeva il mio demone! –
- E l’ha trovato?- Chiese quasi scettico il commissario, sicuro ormai che quella persona farneticasse.
- Sì. Suo pronipote. Gli somigliava come una goccia d’acqua, come io somiglio al mio bisnonno. Portava lo stesso nome. Ci siamo accordati anni fa per conoscerci. Io venni in Sicilia e lui mi parlò a lungo delle cose che sapeva, che aveva sentito raccontare in famiglia a mezza voce. Rileggemmo il carteggio, i documenti in mio possesso e ci fu tutto chiaro. I loro spiriti ci spingevano ancora una volta l’uno tra le braccia dell’altro. Sentimmo subito una diabolica attrazione. Un folle desiderio d’amore. Per diversi anni ci frequentammo vedendoci di nascosto. Venivo in Italia a periodi. C’incontravamo là dove loro si erano amati. Martha sembrava contenta dentro di me. Il mio bisnonno riviveva nella mia tormentata identità, con la consapevolezza dei tempi moderni, una nuova appendice alla sua storia. Io ero lui. Ma anche Martha. Ed anche ieri notte ci ritrovammo là. Io e l’altro. In quel posto, come i nostri bisnonni, per fare l’amore. La moglie di Salvatore aveva fiutato da un pezzo che nel marito qualcosa non andasse. Eravamo prigionieri entrambi di uno stesso sortilegio. Non potevamo più vivere l’uno senza dell’altro e non potendolo fare avevamo deciso di sopprimerci. Avevo portato la stessa pistola con la quale Martha aveva sparato quasi cent’anni prima. Avevamo deciso di farlo nel centenario del loro primo incontro. Ma lei, Martha, come un tempo, aveva già preparato la sua vendetta. Mentre mi dava la forza per uccidere il mio compagno non permetteva poi che morissi un’altra volta insieme con lui. Nel tentativo di dividerci ancora. Otto, purtroppo, non ha saputo vincere Martha.-
- Si chiamava così il suo bisnonno? – Chiese timidamente il commissario.
- Sì. – Rispose con amarezza lei.
La porta si aprì e un agente annunciò che la macchina era pronta. Il commissario si alzò e indicò alla donna di fare altrettanto. Uscirono insieme e andarono verso il cortile, dove una volante li aspettava. Durante il viaggio Martha non disse una parola. Né osò più farle domande il commissario. La casina apparve con i suoi tetti rossi, ai piedi di ripidi pendii. Solenne nella luce del mattino. L’alfetta della polizia, scortata da altre due auto, si fermò davanti al suo cancello divelto. Entrarono tutti nel grande cortile invaso da immondizia ed erbacce. Alcuni uomini ispezionarono subito il recinto, le cave e le miniere intorno, il giardino di rovi e sterpi senza trovare nulla. Altri salirono, guidati da lei a capo basso, per l’ampio scalone a quello che una volta era stato il piano nobile della villa. Lì, adagiato sopra uno sporco materasso, in una delle camere che dovevano essere state le stanze da letto della casa, un uomo giaceva nudo, gli occhi sbarrati, la bocca ancora aperta per un ultimo grido, l’inguine sporco di un seme nel quale si era coagulata la vita. Il commissario, suo malgrado, si rese conto che la storia raccontata da Martha era vera. Aveva fino all’ultimo sperato di trovarsi alla presenza di una mitomane, di un essere dalla personalità disturbata. Ma non era solo e sfortunatamente così. Martha aveva ucciso davvero. Chiamò subito, con parole convulse, la centrale perché mandasse la polizia scientifica a rilevare tutte le tracce e per gli adempimenti di rito. Telefonò al Procuratore della Repubblica. Richiese una bara per trasportare il cadavere all’obitorio e sottoporlo ad autopsia. Attesero tutti l’arrivo del giudice per la convalida dell’arresto. L’ucciso era un uomo splendido a guardarlo, disteso su un giaciglio sudicio e maleodorante. Poteva avere cinquant’anni. Una barba curata incorniciava il viso. Un petto molto virile ricoperto di una peluria che si faceva foltissima verso l’inguine nudo. Non era osceno. Gli indumenti erano disordinatamente sparsi in un angolo. Testimoniavano un’urgenza, un impellente desiderio di sfogare una sessualità a lungo repressa. In una trazzera vicina i poliziotti rinvennero la macchina aperta. Nel cassetto del cruscotto il libretto di circolazione, la patente. Salvatore P. di anni cinquantadue, coniugato, nato e residente a Ragusa, ingegnere. Martha era là, di fronte al cadavere della sua vittima. Gli occhi bassi e vuoti. Un’aria strana e confusa. Non si curarono molto di lei. Con un gesto lento la donna prese la camicia e gli ricoprì le nudità. Si curvò sul suo viso. Gli accarezzò i capelli, la barba. Frugò sotto il cuscino con la mano e sentì che c’era. La estrasse con un gesto fulmineo.
La puntò al cuore e con tutta la forza del suo amore disperato, premette una, due volte il grilletto fino a quando la mano le obbedì. Gli spari colsero di sorpresa tutti. Il commissario accorse trafelato e, allibito, si diede uno schiaffo.
- Porca miseria! Come diavolo é potuto succedere, imbecilli?- Gridò ai suoi uomini in preda ad una rabbia che non riusciva a contenere.
Fece chiamare con urgenza un’ambulanza. Martha era stramazzata al suolo. Non era morta. Si avvicinò, le strinse la mano forte.
- Perché l’ha fatto, Martha? – Urlò in collera tra le lacrime.
Martha gli rispose ripetendo più volte lentamente con un filo di voce: – Il mio nome è Otto. Otto von Kleister. Il mio nome è Otto. Otto von Kleister… Otto… von… Kleister… –
Quando arrivò l’ambulanza Otto von Kleister era deceduto. E con lui e per sempre anche Martha. Dopo cent’anni, bisnonno e nipote erano riusciti a rompere un incantesimo. Il loro incantesimo. A riposare finalmente in pace.
Desideriamo ringraziare Valentina, una nostra “lettrice”, per aver prestato l’immagine a Martha, la protagonista del racconto, con una foto tratta dal suo book privato.

bellissimo racconto, è un fatto accaduto veramente?
Una storia nera di un fatto realmente accaduto? Complimenti per il racconto l’ho letto tutto d’un fiato. Ho trovato il tuo blog per caso, l’ho divorato tutto. Conosco i luoghi dei tuoi racconti perchè ho vissuto parte della mia vita a Ragusa.
Delia
Per Delia
Grazie. E’ solo un racconto. I luoghi delle mie storie sono la “mia” Sicilia. Sono contento che Lei li conosca e che li abbia apprezzati. Ho scritto parecchio. Se Le fa piacere leggermi può trovarmi anche su Scicli news e su Socrathe la discarica dei benpensanti. Cordialità.
Un Uomo Libero