HEMINGWAY E VITTORINI
Avevo appena dodici anni quando mi capitò fra le mani un libro strano acquistato presso l’antica libreria Poidomani di Modica facendo economie sui soldi che mia madre mi dava per comprare il panino e mangiarlo nei tempi della “ricreazione”. “Fiesta” di Hemingway. Lo lessi d’un fiato. Non conoscevo lo scrittore. Non sapevo niente di Pamplona, dell’”encierro”(1), delle corride e della Spagna. Rimasi stordito dalle atmosfere descritte nel romanzo, dalla prosa di quello scrittore, da una Spagna favolosa e lontana. Volli sapere tutto della Spagna. Fu dopo quella lettura che m’interessai alla cultura ispanica, alla pittura spagnola, Velasquez e Goya soprattutto, fino a studiarla nei minimi particolari. Incominciai a seguire sui giornali dell’epoca le vicende spagnole. Volli leggere tutto di Hemingway. “Addio alle armi”, “Per chi suona la campana”, “Il vecchio e il mare”, “Verdi colline d’Africa”, “I quarantanove racconti” e via fino a esaurire tutta l’opera narrativa di questo geniale autore americano che fu forse il più grande tra gli scrittori del secolo breve. Hemingway non fu soltanto un grande affabulatore. Fu un mito, una forza della natura, il simbolo di una generazione inquieta e dannata che visse, a cavallo delle due guerre mondiali, in una Parigi libera e perversa tra amori disordinati, assenzio, pastis e champagne. Un uomo in continua contraddizione con la sua anima. Che risolse attraverso la letteratura le sue numerose ossessioni interiori.
La libreria “Shakespeare and Company” di Sylvia Beach in rue de l’Odéon a Parigi coagulò tutti gli spiriti folli di quell’epoca. Siamo negli anni ‘20-’30. Da Fitzgerald a Miller, da Dos Passos alla Stein, dalla Barnes a Hemingway, da Joyce a Pound a Eliot. Americani in Europa, richiamati da una città che indiscutibilmente era in quel periodo la capitale mondiale della cultura. Molti di questi scrittori e poeti lasciarono una forte influenza sulla letteratura europea successiva.
Basti pensare all’influenza che ebbe l’opera di Dos Passos ne ” La Colmena” di Cela o quella di Joyce in Pavese e Vittorini. Autori proibiti durante il periodo fascista perché americani, come lo furono pure la musica e qualsiasi espressione artistica nate in America. Tradotti proprio da Vittorini e da Pavese senza compenso.
A volte introdotti clandestinamente in Italia. Vittorini fece pubblicare, opportunamente purgato, sulla rivista Politecnico, il romanzo di Hemingway “Per chi suona la campana”. Uscì nell’ottobre del ‘40 e già dopo sei mesi aveva superato il mezzo milione di copie per andare a ruba, poi, negli anni successivi. Nel ‘49 Hemingway gli restituirà la gentilezza stendendo per l’edizione americana di “In Sicilia”, romanzo scritto da Vittorini tra il 1936-38 per apparire a puntate in una piccola rivista fiorentina, un’introduzione che non fu né tra le più felici, né tra le migliori dello scrittore americano. Inevitabilmente Hemingway riporta a Madrid come Vittorini ricorda Scicli. La notizia della fucilazione del poeta Federico Garcia Lorca, avvenuta all’alba del 18 agosto del 1936, lascia l’Europa attonita, incredula, commossa. In ottobre di quello stesso anno la guerra civile esplode a Madrid. A novembre arrivano nella capitale l’11a Brigata Internazionale e una colonna anarchica al comando di Durruti. La città diventa il simbolo internazionale della lotta antifascista e della lotta operaia. Il governo della Seconda Repubblica fugge a Valencia. I nazionali, cioè le truppe di Franco, bombardano e distruggono la città universitaria, non molto lontana dal centro, fortino della Resistenza spagnola. Auden scriveva: ” In quella terra arida/ nella meseta perforata da fiumi/ i nostri pensieri si fecero corpi…e Madrid ne diventò il cuore”. Tutti accorrono a Madrid. Robert Capa, pseudonimo della coppia di fotografi Friedman-Toro, John Dos Passos, George Orwell, socialista democratico inglese, Indro Montanelli. Hemingway verrà come corrispondente di guerra nel 1937 per conto della North American Newspaper Alliance (N.A.N.A.). Riserva una camera all’hotel Florida a Callao. E’ in compagnia della sua nuova fiamma la giornalista Martha Gellhom. Segue la guerra che va spostandosi verso Barcellona. A volte frequentando la prima linea. Nel ‘38 la N.A.N.A. lo riassume come corrispondente di guerra e lo rispedisce a Madrid. Lo scrittore era stato una prima volta in città nel 1923. Dopo gli anni della guerra Madrid per lui diventerà una delle sue tante ossessioni. La vita e la morte cantate nei suoi più fortunati romanzi e racconti furono toccate con mano nei luoghi che lo videro protagonista indiscusso della lotta fratricida spagnola. Ne ispirarono uno degli scritti più interessanti” The Capital of the World”.
E’ il grande affresco che lo scrittore ci lascia di Madrid. In esso ricostruisce la vita di una città. Il clero, il movimento operaio, l’ambiente taurino con i toreri falliti o in pensione. Un mondo nel quale il protagonista Paco(2), un ragazzo pieno d’illusioni e con tanti progetti, proveniente dalla campagna, muore di una morte accidentale, banale, nella pensione dove serviva senza neppure avere il tempo di rendersi conto che l’esistenza è solo una stupida farsa. Cercava anche lui una città ideale come il Rosario delle “Città del mondo” di Vittorini. Paco l’aveva ritrovata in Madrid. Rosario la ritroverà più tardi in Scicli. Guardando i tetti di questa città crederà di trovarsi davanti ad una nuova Gerusalemme sorta dalle rovine dell’antica Babilonia. Mosso dallo stesso affanno per cui Hemingway cercava Madrid, Vittorini ritornò “per ritrovarsi” in una Scicli del dopo guerra, straziata dalla morte e dalla fame ma, nonostante tutto, isola incontaminata di sicilianità ancestrale. Ne documentò i volti più espressivi, gli angoli più ignoti scrivendo appunto tra il ‘52 e il ‘55 l’altro grande affresco che è “Le città del mondo”. Lo pubblicò la moglie, postumo, nel 1969.
E’ indubitabile l’influenza di quel racconto su questo di Vittorini. Anche se la prosa è completamente diversa e le vicende si sviluppano intorno a personaggi differenti con distinti intrecci, il motivo che ispira le due opere mi sembra identico. La ricerca di un luogo ideale, una felice utopia, dove l’anima si acquieti, dove l’esistenza perda il peso del quotidiano. Due città protagoniste nella storia di due uomini molto dissimili tra loro uniti solo da un’idea politica, la lotta antifascista, e da una passione letteraria. Come unite sono state stranamente le due città nel mio cuore.
Era doveroso scrivere tutto questo. Hemingway e Vittorini hanno condiviso, in ogni caso, lo stesso oblio. Le “loro” città si sono dimenticate delle parole che hanno scritto. Madrid volentieri tace il ricordo del primo. Scicli non è da meno con il secondo. Gli uomini ingrati e insensibili, dappertutto, hanno memoria breve.
Un Uomo Libero
(1) L’encierro è una corsa durante la quale degli uomini accompagnano tori in libertà in un percorso cittadino che li porterà alla Plaza de toros dove verranno rinchiusi in appositi spazi nell’attesa della corrida della sera.
(2) Paco è il diminutivo spagnolo di Francisco. E’ ottenuto dalla fusione delle prime sillabe dell’espressione latina Pater comunitatis con la quale i frati chiamavano rispettosamente il Fondatore. E’ il nome più diffuso in Spagna insieme a José.

Mi permetto di segnalare sperando di far cosa gradita post del Khayyam’s Blog sullo scrittore siciliano e sull’opera di Vittorini:
http://khayyamsblog.blogspot.com/2009/04/limpegno-per-una-nuova-cultura-elio.html
Saluti, Antonella
Grazie. Già ho letto. Molto interessante. Saluti. Un Uomo libero.