Ho voluto scrivere questo racconto-documento per rendere giustizia ad una vita, ad una donna innamorata del Signore, ad una grande sciclitana che molto bene conobbi. La signorina Giovannina Trovato fu tra le prime donne della città ad impegnarsi in politica. Con l’onestà intellettuale che sempre aveva contraddistinto le sue coraggiose scelte, seppe in tempi difficili testimoniare al mondo la propria fede. Il suo coraggio non fu capito da una gerarchia ecclesiastica mediocre e compromessa. Non fu apprezzato da chi era abituato a seguire la corrente del fiume ed ignorava la grande misericordia di Dio. Lei ne fu silenzioso strumento ed interprete. Senza nessun dubbio, con le certezze che l’intima frequentazione del Signore Le dava. La storia poi ha pesantemente giudicato nel tempo uomini e cose. Resta il suo ricordo. Chiaro, luminoso, onesto. Per questa eredità magnifica ho voluta raccontarla.
VIRGO POTENS
La pioggia di gennaio batteva forte sul lucernaio che illuminava la scala. Sentivo il suo rumore al di qua del portone; mentre cadeva, obliqua, sull’ombrello, sulla parte bassa dei pantaloni, sulle scarpe. Finalmente lo scatto atteso della serratura, comandata genialmente da uno spago lungo, tirato dal terzo piano. Mi salvava da quell’autentico nubifragio. Matilde, la signorina Matilde, era sulla soglia dell’appartamento ad aspettarmi con il suo sorriso semplice e buono, dimessa e umile. Mi tese subito premurosamente le mani per afferrare il mio cappotto bagnato e allargarlo su due piccole sedie vicino a una stufetta posta al centro della sala da pranzo. La signorina presidente, la signorina Giovannina per me, era là. Ieratica, recitava il rosario mentre Matilde rispondeva alle avemmarie. M’indicarono entrambe con un gesto della mano una sedia, vicina come le loro a un grande tavolo rettangolare. Un tavolo di legno antico, dipinto di un verde penicillina sbiadito, con sopra una lastra di marmo di Carrara sulla quale i grani della corona scivolavano allegri producendo un tintinnio argentino, di vetri o di smalti che cozzavano. Aspettai in silenzio le litanie, guardando ora il soffitto della stanza, ora oltre una porta spalancata su una cucina rifinita con vecchie piastrelle azzurre dove tutto era in ordine da antica data. Dove la vita si era fermata da tempo e i pasti non si cucinavano più là ma li portava dal piano inferiore, pronti e caldi, la devota e inseparabile Matilde. Finalmente le giaculatorie finali e il sospirato segno di croce.
- Pensavamo, Matilde ed io, che questa sera non saresti venuto. – Mi disse con molto disagio la signorina Giovannina. – Il maltempo ci ha messo paura. Temendo che andasse via la corrente abbiamo anticipato addirittura anche l’ora di guardia. Lo sai che ho paura dei lampi e dei tuoni.- Fece una breve pausa. – Mi dispiace per il tuo cappotto. -
Matilde annuiva.
-Non fa niente. – Minimizzai. – Vedrà che prima di partire sarà già asciutto.-
La signorina Giovannina voleva scusarsi di quel leggero ritardo nell’aprire il portone.
Una donna minuta, piccola di statura. Indossava una veste lunga, alle caviglie, rigorosamente nera. I capelli raccolti in trecce sulla nuca. Grigi con qualche sfumatura scura, nonostante la venerabile età. Gli occhi straordinariamente lucidi e intelligenti. Il sorriso spontaneo e buono.
Una vocina flebile per una personalità granitica. Una donna ingenua, tuttavia. Candida del candore dei santi. Scrupolosa nell’applicare i precetti e la regola della sua vita consacrata fino alla pignoleria più impensabile, più esasperante. Pragmatica e fattiva nelle cose del mondo, viveva da contemplativa il suo intimo, profondo rapporto con il Signore. L’ora di guardia, cioè di preghiera, ne era la prova. Mai volle rivelarmi il motivo della sua folgorante conversione. Giovanissima maestra aveva militato, atea convinta, nel partito socialista. Il partito del padre, del fratello. Attivista politica nei tempi difficili del dopoguerra, aveva saputo conquistare, con una predicazione porta a porta, il cuore delle donne di uno dei quartieri più poveri della città e guadagnarlo alla causa marxista. Poi, d’un tratto, una crisi profonda, sconvolgente, inspiegabile. La luce, come per Paolo alla porta di Damasco, aveva accecato le sue certezze e la aveva ricreata nuova donna, credente come nessuno, ardente innamorata di Dio a somiglianza di Teresa di Gesù che tanto amava. Il Signore l’aveva attesa al suo solito bivio. Aveva pronunciato in segreto i voti, mi raccontò una di quelle sere, in una strana congregazione appena fondata da una donna di Milano, Armida Barelli. La chiamava con rispetto e ammirazione Sorella Maggiore. Ne aveva condiviso, subito e per tutta la vita, l’ideale; la visione straordinaria e nuova del mondo, concepito come un campo globale di missione; lo zelo per le vocazioni sacerdotali; l’incessante preghiera. Era noto a tutti il suo impegno per il Seminario diocesano. Madre premurosa dei giovani seminaristi, elemosinava per loro quello che il dopoguerra rendeva introvabile, perché non mancassero del necessario.
Presidente dell’Azione Cattolica diocesana per parecchi mandati era stata primo consigliere donna della storia della città, eletta nelle liste della Democrazia Cristiana. Aveva varcato la soglia del municipio in un’epoca nella quale la donna era ancora considerata un essere inferiore, da porre sotto tutela.
- Non abbiamo potuto partecipare all’inizio delle Quarant’ore in memoria del terremoto dell’undici gennaio in San Michele con questo tempaccio. – Disse improvvisamente Matilde. – La signorina cammina a piccoli passi come tu sai, non avrebbe potuto affrontare una bufera così forte.-
- Già! – Le fece eco lei.- Andremo domani, però. Il mio turno di adorazione è il più scartato. Del resto posso capire le altre donne. Dalle due alle quattro devono accudire ai mariti, ai figli. Ma non le giustifico. Al primo posto dovrebbe sempre esserci Lui, il Signore, l’Amato, chi ci ha ridato, con il suo sacrificio in croce, la dignità di figli di Dio.-
Aprì gli occhi e, rivolgendomi lo sguardo, diventò severa. Le restituii uno sguardo indulgente.
- San Michele al Corso!- Continuò in una riflessione ad alta voce. – Tanti anni fa, quando ancora ero consigliere comunale, fu in quella chiesa che ebbi la sensazione che la Vergine Maria parlasse al mio cuore. Da quel giorno la mia devozione alla Madonna del Buon Consiglio, venerata e raffigurata nella pala d’altare, è stata al centro di tutta la mia vita spirituale.-
La guardai e non potei fare a meno di scuotere la testa. Ero abituato a quelle “visitazioni mariane”, ai profumi intensi che, secondo i suoi racconti visionari, le annunciavano. Ne sorridevo, scettico, insieme con lei che si fingeva, suo malgrado, prudentemente incredula.
-E come mai? – Domandai curioso.
- Si doveva decidere in Consiglio Comunale su che cosa fare di uno spazio pubblico. I “compagni” volevano a tutti i costi destinarlo a una latteria, mentre io mi ero battuta perché lì nascesse una nuova chiesa.-
- E allora?- La incalzai, intrigato dall’argomento per me completamente nuovo.
- Da qualche tempo avevo vagheggiato questo desiderio. – Riprese.- Ne avevo parlato al sindaco, un uomo di fede, che mi aveva fatto notare subito le grosse difficoltà sicuramente sollevate dai comunisti. Ma io, testarda, non avevo desistito dal mio proposito. Né mostravo la volontà di farlo. Anzi avevo continuamente avvicinato molte signore, mogli di altrettanti consiglieri socialisti, lo zelo cattolico delle quali mi pareva sincero. Per guadagnarle alla mia causa. Perché convincessero i loro mariti a votarla. Ogni insistenza in seno alle commissioni si rivelò comunque vana. I comunisti avevano già deciso la latteria e con i socialisti avevano la maggioranza in Consiglio. Anche nella compilazione dell’ordine del giorno la mia richiesta, nonostante le mie energiche proteste, dal primo posto scivolò al terzo. “Abbiamo ben altro da discutere che fare una chiesa!” Mi era stato risposto con crudele sarcasmo. Giunse il giorno della votazione. Quel giorno era la festa della Madonna del Buon Consiglio. Io partii da casa molto presto per raccogliermi in preghiera in San Michele, chiesa dove Lei era molto venerata. Fu lì che, affidando la mia tristezza e il mio progetto alla Vergine, sentii dentro una voce che mi rassicurava. Un fortissimo profumo di rose m’inondò ed io capii che sarei stata esaudita. -
L’affezionata Matilde annuiva.
- E dunque, cosa avvenne?- La incoraggiai nel racconto.
-Arrivai al comune. Presi posto nell’aula consiliare. L’argomento indicato al numero uno dell’ordine del giorno riguardava una questione spinosissima che aveva visto più volte contrapposti i diversi schieramenti politici. Ci fu una lunga discussione. I consiglieri democristiani protestarono. Si fece una votazione. I socialisti non votarono quella volta come i comunisti. Si azzuffarono anzi con loro quando fu evidente che il progetto della sinistra era stato bocciato. I comunisti in blocco si allontanarono. Anche i socialisti abbandonarono l’aula consiliare. Il Presidente del Consiglio sospese la seduta per mezz’ora. Ripresero i lavori ma non c’era più la maggioranza. Intravidi dalla porta che dava sul grande corridoio un consigliere socialista la cui moglie, una donna devotissima e pia, più volte mi aveva sostenuta nella mia opera di persuasione. Mi alzai e lo raggiunsi velocemente mentre anche lui si stava allontanando. Lo pregai, lo strapregai, lo convinsi a ritornare in Consiglio. Ma solo per votare la chiesa, il terzo punto all’ordine del giorno, insisté lui. E così fu. Verificata la maggioranza, il presidente dichiarò aperta la votazione per il secondo punto che fu respinto come il primo. Passò subito al terzo e, miracolosamente, il terzo punto passò. Ringraziai il consigliere.
Ritornando a casa mi fermai di nuovo in San Michele al Corso e vi rimasi, digiuna, fino alla messa della sera. Forse piansi nell’ombra rarefatta dello splendido tempio. La Madonna era là. Mi sorrideva, rassicurante, benevola, con il suo bimbo in braccio, dal quadro che la raffigurava all’interno della splendida pala. Ero felice. Il vescovo volle dedicare la nuova chiesa a Lei che l’aveva voluta. Apparsa verosimilmente tra colonne, stucchi, ori e fantasie barocche e più notoriamente sopra un umile albero di Cova da Iria, un posto sperduto della campagna portoghese.-
La signorina Giovannina si fermò. Mi guardò di nuovo. Questa volta a lungo negli occhi con lo stesso sguardo terribile con cui esprimeva la disciplina della sua vita spirituale. Poi alzando l’indice verso il cielo affermò: – Virgo Potens, ricordalo sempre nella tua vita. Lei può tutto, noi, poveri uomini, nulla!-
La signorina Giovannina si spense in un’altra notte di pioggia. Dimenticata dal suo Seminario. Provata dal Signore con una lunga e dolorosissima agonia. Accompagnata dalla sua incrollabile devozione per la Vergine Maria.
Se il paradiso esiste, la sua anima sicuramente lo abiterà come da viva lei abitò i ricordi, le memorie e il cuore di quanti, al pari di me, la incontrarono sulla loro strada, la coadiuvarono e la amarono.
Un Uomo Libero
